Virat Kohli prima di una partita contro l'Australia a Perth (Ryan Pierse/Getty Images)
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  • domenica 26 Aprile 2020

Lo sportivo più famoso che non conosciamo

Virat Kohli è tutto quello che ci si può aspettare dal capitano della nazionale indiana di cricket, la squadra più tifata al mondo

di Pietro Cabrio
Virat Kohli prima di una partita contro l'Australia a Perth (Ryan Pierse/Getty Images)

Come noto, lo sport permette di scoprire culture di paesi lontani che forse non frequenteremo mai. Un appassionato di rugby potrebbe avere imparato che l’haka è una danza maori neozelandese — e che cosa sono i maori — guardando gli All Blacks, per esempio. Alle Olimpiadi qualcun altro potrebbe aver visto le tuffatrici cinesi o i velocisti giamaicani, ed essersi incuriosito abbastanza da cercare di capire come sono i loro paesi di provenienza e cosa hanno di particolare.

Oggi i confini dello sport hanno oltrepassato i continenti, ma continua a esserci un grande paese che “frequentiamo” sempre poco. Alle Olimpiadi l’India non porta atleti degni di nota, così come negli sport professionistici più diffusi non fa mai parlare di sé. A calcio gli indiani giocano ancora poco e male: tempo fa avevano anche provato a istituire un ambizioso campionato nazionale, ma l’interesse si è esaurito presto.

Questo succede perché l’India si intrattiene a modo suo: con il kabbadi, per esempio, una versione locale del nostro “ce l’hai”, o con discipline che condivide al massimo con le vecchie colonie dell’impero britannico, come l’hockey su prato o il cricket. Proprio il cricket è l’unico sport che abbiamo a disposizione per sapere com’è una squadra indiana altamente competitiva, ma anche cosa succede a una squadra occidentale quando va a giocare in India e come si comportano i loro professionisti, rappresentati in questi anni da uno dei migliori giocatori nella storia del cricket.

Virat Kohli parla alla nazionale prima di affrontare l’Australia (Michael Dodge/Getty Images)

Virat Kohli è il capitano della nazionale indiana di cricket da quando ha ventiquattro anni. Da quasi un decennio è il simbolo della squadra più amata in un paese abitato da oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone, dove la passione dei tifosi non ha paragoni nel resto del mondo (l’unico stato più popoloso, la Cina, non ha squadre così seguite, principalmente perché non ha una radicata tradizione sportiva). È per questo motivo che la nazionale indiana viene descritta anche come «la forza della natura del cricket».

Cinque dei dieci maggiori stadi di cricket al mondo si trovano in India, compreso il secondo più capiente al mondo, il Sardar Patel Stadium di Ahmedabad (110.000 posti). La passione indiana fa sì che il campionato nazionale sia il migliore e anche il più ricco: inglesi, sudafricani, australiani e neozelandesi giocano tutti lì quando non sono al seguito delle loro nazionali. E quando quest’ultime si recano in India per giocare partite ufficiali, si ritrovano in una dimensione completamente nuova.

La folla all’esterno dell’albergo dove l’Australia alloggiò nel 2019 (Prime Video)

Riescono a stare in pace soltanto negli spogliatoi e nelle loro camere. La folla che segue le squadre ospiti è smisurata e alla lunga asfissiante, tanto da diventare spesso incontrollabile. Accade per esempio che i tifosi riescano a eludere i controlli nella confusione generale e vadano a bussare direttamente alle camere dei giocatori in cerca di qualche foto. L’allenatore australiano Justin Langer ha descritto così l’esperienza vissuta lì: «È dura giocare in India perché le condizioni ci sono sconosciute. Il ruggito che senti quando sbagli ti ricorda sempre che sei nei guai. È un posto dove succedono cose strane, che non ti riesci a spiegare bene».

Si può quindi immaginare quanta responsabilità richieda essere il capitano della nazionale indiana e che livelli di popolarità possa aver raggiunto Kohli in questi anni. È fra i primi cento atleti più pagati al mondo, con 25 milioni di dollari guadagnati nel 2019. È stato scelto da Time come una delle persone più influenti al mondo ed è l’unico giocatore di cricket nelle liste di Forbes. Solo una decina di atleti guadagna più di lui dagli sponsor, e parliamo di Lionel Messi, Cristiano Ronaldo, Roger Federer, Tiger Woods e LeBron James. Kohli è il volto indiano di Google, Audi, Colgate, New Era, Oakley, Puma, Tissot e Uber, solo per citare le aziende più note. Insieme alla moglie, l’attrice di Bollywood Anushka Sharma, forma una delle coppie più famose del paese.

Ma cosa lo ha reso tanto speciale? Kohli era considerato un predestinato del cricket anche da bambino, nel suo quartiere medio borghese di Nuova Delhi dove il cricket spopolava. Si mostrava continuamente più portato dei suoi coetanei, ma fino all’adolescenza la sua carriera fu simile a quella di tanti altri diventati col tempo dei bravi professionisti e nulla di più.

Nelle foto scattate da ragazzo sembra un’altra persona; così come oggi, quando è in campo, sembra diverso dall’atleta educato e disponibile che si vede in pubblico. Il suo carattere cambiò nel 2006 con la morte del padre, la cui salute venne probabilmente sopraffatta dal fallimento delle sue attività commerciali. Kohli racconta di non aver saputo reagire e di essersi scoperto freddo e privo di sensazioni proprio in quei momenti: «Non provavo nessuna emozione, era come se fossi assente. Mi trovai a pensare: perché non sto piangendo? Lo realizzai dopo, ma intanto non ero più lo stesso». Il giorno dopo la morte del padre, tornò in nazionale per riprendere a giocare una partita come se nulla fosse accaduto.

Nel 2018 a Perth (Cameron Spencer/Getty Images)

Il fratello maggiore Vikas ha raccontato di aver capito in quei giorni che per come era cambiato avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa si fosse imposto. Nei mesi successivi, il ragazzo paffuto con lo sguardo spensierato divenne maniacale negli allenamenti e nella cura del suo aspetto fisico, sviluppò una competitività descritta come «spaventosa» e divenne estremamente rigido con se stesso, arrivando a imporsi punizioni ascetiche: dopo un periodo di forma deludente che lo tenne lontano dalla nazionale, fece voto di eliminare dalla sua vita ogni singola distrazione per un anno e mezzo.

Negli ultimi tre anni, tra l’India e la sua squadra di club, i Royal Challengers Bangalore, ha raggiunto il picco della carriera e viene considerato il miglior giocatore al mondo, avvicinato soltanto dall’inglese Ben Stokes. Nel gioco del cricket si lancia, si batte e si prende, e Kohli eccelle in tutto. Per di più, nessuno è bravo come lui in tutte e tre le forme del gioco: il First Class Cricket (partite giocate nell’arco di cinque giorni), il One-day Cricket (partite di un solo giorno) e il T20 (partite di tre ore e mezza). Quando gioca, un intero paese gioisce per i suoi colpi migliori e si dispera ai suoi errori.

L’anno scorso al Sydney Cricket Ground (Cameron Spencer/Getty Images)

L’anno scorso ha guidato l’India nella sua prima vittoria in Australia, impresa che secondo gli esperti era stata a lungo inimmaginabile per la talentuosa ma poco organizzata squadra indiana. Durante quella serie, la nazionale australiana, dopo essersi resa conto della sua inferiorità, le provò tutte pur di evitare una sconfitta in casa, cercando anche di far innervosire gli avversari. Il capitano, Tim Paine, violò una consuetudine del gioco rivolgendo la parola a Kohli durante l’incontro: quando lo fece — rivelò in seguito Paine — Kohli si arrabbiò moltissimo e iniziò a ripetere una sorta di mantra ogni volta che veniva avvicinato. Da lì in poi non sbagliò più nulla e sbeffeggiò gli avversari a ogni punto segnato. «Il suo solo scopo è massacrarti sul campo. A volte puoi soltanto metterti comodo e pensare: È davvero fantastico» disse Paine, mentre il suo allenatore si limitò a una considerazione: «È il miglior giocatore che abbia mai visto in vita mia».