Una partita di kabaddi indiano fra Delhi Dabang e Bengal Warriors (Chandan Khanna/AFP/Getty Images)
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  • domenica 7 ottobre 2018

In India si gioca un sacco a “ce l’hai”

In una versione più elaborata di quella nota in Italia, di cui esiste un campionato nazionale professionistico seguito da più di 300 milioni di telespettatori

Una partita di kabaddi indiano fra Delhi Dabang e Bengal Warriors (Chandan Khanna/AFP/Getty Images)

Ad ogni edizione delle Olimpiadi estive ci si domanda dove siano gli atleti indiani, e  perché quei pochi che partecipano non vincano mai niente. In oltre cent’anni di Giochi, il secondo paese più popolato al mondo, con un’economia enorme e da anni in crescita, ha infatti vinto soltanto ventisei medaglie, meno di paesi con neanche un decimo dei suoi abitanti. Il motivo principale è che gli sport più popolari in India non sono molto praticati nel resto del mondo e non sono perciò tra quelli olimpici. E non sembra che questa tendenza sia destinata a cambiare nei prossimi anni, perché in India gli sport locali attirano sempre più interesse, mentre gli altri finiscono per essere sempre più trascurati.

L’hockey su prato è l’unico sport nazionale indiano fra quelli olimpici, e infatti è la disciplina da dove vengono la maggior parte delle ventisei medaglie vinte. Il primo sport del paese per numero di praticanti, il cricket, continua a crescere a dismisura da anni, senza che alle Olimpiadi sia mai stato seriamente preso in considerazione. E poi c’è il kabaddi, uno sport le cui origini si trovano raccontate nel Mahabharata, uno dei grandi poemi epici indiani risalenti a oltre duemila anni fa, dove viene descritto come un’attività ricreativa sviluppata in ambiti militari. Ora nel subcontinente indiano è la disciplina del momento, quella che sta attirando i maggiori interessi, subito dopo il cricket, anche per le sue origini prettamente indiane e non coloniali, come ad esempio il cricket.

Il kabaddi può essere considerato la disciplina sportiva “povera” per eccellenza, perché per giocarci non serve nulla. Solo due squadre da dodici giocatori in totale ciascuna, uno spiazzo dove mettersi, una linea che lo divida a metà e magari una che ne delimiti il perimetro. Nella versione professionistica che sta prendendo sempre più piede in India e nei paesi asiatici il regolamento è chiaramente più esteso: i principi del gioco però restano elementari. Si tratta di fatto di una versione elaborata e agonistica del “ce l’hai”, quel gioco che in Italia è chiamato probabilmente con un centinaio di nomi diversi.

Si gioca in un campo rettangolare di gomma dura grande tredici metri per dieci (nella versione femminile, altrettanto popolare, le misure diminuiscono). Ciascuna squadra è composta da dodici giocatori, dei quali sette in campo: quattro restano fissi a difendere mentre altri sei si alternano in due gruppi da tre per le fasi di attacco. Le squadre si sfidano per ottenere più punti possibili in due tempi da venti minuti, con in mezzo una pausa da cinque. La squadra che attacca manda un suo giocatore nella metà campo avversaria. Lì ha trenta secondi di tempo per toccare rapidamente uno o più avversari, sia con le mani che con i piedi, e tornare poi nella propria metà campo. Se ci riesce ottiene tanti punti quanti sono gli avversari che ha toccato. Se invece viene bloccato in qualsiasi modo dagli avversari prima che riesca a raggiungere la linea di metà campo, il punto va all’altra squadra. Un punto alternativo viene inoltre assegnato se l’attaccante riesce a varcare una linea nera posta a fondo campo avversario.

I trenta secondi sono il tempo massimo di un attacco, ma la durata effettiva dipende prima di tutto dall’attaccante: non deve inalare finché si trova nella metà campo avversaria e fa interrompere l’azione prima se lo fa. L’attaccante deve ripetere la parola “kabaddi” continuamente per tutta la durata della sua azione, per far vedere all’arbitro che non sta inalando. Se non lo fa nel modo corretto e nei rigidi tempi prestabiliti dal regolamento, l’arbitro invalida l’azione.

Per secoli il kabaddi è stato uno dei passatempi preferiti degli indiani, giocato all’aperto e nelle palestre, in decine di versioni differenti da stato a stato. La svolta arrivò nel 2014, quando una società di sport management di Bangalore, la Mashal Sports, si accordò con il canale televisivo Star TV — controllato della 21st Century Fox di Rupert Murdoch — e istituì la prima lega professionistica. Trattandosi di uno sport mai praticato in ambito simile, tantomeno in arene attrezzate per dirette televisive, gli organizzatori si affidarono alla consulenza di registi e cameraman provenienti da altri sport con tratti in comune, come la pallamano e il rugby.

In pochi anni la Pro Kabaddi League ha attirato sponsor milionari e nell’ultima stagione più di 300 milioni di spettatori televisivi in tutto il paese. Alle partite del campionato non è raro trovare gli attori più famosi di Bollywood, alcuni dei quali sono vere e proprie mascotte delle squadre che tifano. Lo scorso anno la lega ha stretto un accordo di sponsorizzazione di cinque anni con l’azienda tecnologica giapponese Vivo del valore di 47 milioni di dollari. La disciplina intanto si è diffusa in quasi tutto il continente, dall’Iran, da dove proviene il giocatore straniero più pagato nella Pro Kabaddi League, al Giappone.

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