Adoro le sagre. Voi no?

«La cosa più bella è quando arriva quella del mio paese. Allora mi metto la maglietta del supermercato locale, ancora gestito dalla famiglia che l’ha fondato e che ogni cinque anni celebra il compleanno con t-shirt a tema, e ci vado tutto contento»

Pieter Brueghel il vecchio, Danza contadina, circa 1567 al Kunsthistorisches Museum di Vienna, Austria (via Wikimedia)
Pieter Brueghel il vecchio, Danza contadina, circa 1567 al Kunsthistorisches Museum di Vienna, Austria (via Wikimedia)
Andrea Fiamma
Andrea Fiamma

Scrive per Fumettologica, Link - Idee per la tv e Linus, e ha scritto Cinematerapia (Newton Compton, 2021) e Cinecalendario (Burno, 2025). Cura mostre e collabora con il Salone del Libro di Torino, Lucca Comics e il Comicon di Napoli.

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Approssimo un po’, quando dico di dove sono. Di solito la gente non conosce il paese veneto in cui vivo, quindi dico il comune accanto, ragionevolmente conosciuto, risparmiando a entrambi la tiritera di ubicare nello spazio quel nome che a loro comunque non direbbe niente. Se sto parlando con degli italiani faccio così, se sono italiani a cui è morta la maestra di geografia mi viene in soccorso la provincia, Vicenza, altrimenti con gli stranieri passo a un ancor più lordo «near Venice». A volte mi chiedo se si possa considerare sindrome dell’impostore visto che, da dove abito io, ci vuole un’ora e un quarto di treno per arrivare a Venezia.

Mi è sempre stato bene essere nato, per puro caso, dove sono nato, ma rivelare quello scampolo anagrafico, con tutti i bias che si porta dietro, mi creava un disagio morbido. D’altro canto, mi sale il campanilismo ogni volta che in una canzone qualcuno si lascia andare a «stamattina col sole era bella anche Milano» o «il biondo Tevere s’è fatto moro», perché sembra che le uniche storie che meritano di essere raccontate avvengano nei capoluoghi di regione. Invece, da quando esistono le sagre, anche i paesi hanno qualcosa da raccontare, almeno in un articolo, se non in una canzone.

Il mio rapporto con le sagre è profondamente mutato da quando ho scoperto “l’excel delle sagre”. Sul sito della regione Veneto hanno – uso un generico “hanno” per colmare l’identità di quello che immagino essere un visionario burocrate del sollazzo – iniziato a caricare un foglio excel annuale (in realtà fino all’anno scorso era un pdf) in cui sono elencate tutte le sagre che si svolgono nella regione, divise per data, luogo, e ovviamente piatto tipico. Io l’ho scoperto un paio d’anni fa, non so se esista un analogo in altre regioni, forse sì, ma mi piace pensare che il Veneto sia un’eccellenza nell’aver efficientato l’arte del festeggiare.

Anche se in effetti una sistematizzazione simile non è cosa d’oggi. Uno dei primi testi a raccogliere sistematicamente le feste di paese è stato Sagre e feste popolari italiane, redatto nel 1978 da Giorgio Riva, che aveva censito circa 1800 sagre sparse in tutta la nazione. Quarantacinque anni dopo, gli autori del libro Sagre d’Italia ne hanno contate più di 40mila. L’aumento potrebbe essere dovuto alla loro insaziabilità, oppure a una crescita che riguarda l’Italia intera. Nel mio paese, che ha 14mila abitanti, c’è una sagra per ogni frazione, mentre nel 1978 ce n’era solo una. Questo perché la sagra non è più un evento necessariamente collegato a una ricorrenza religiosa (la parola deriva dal latino sacrum). Come scrive Carlo Bogliotti nell’introduzione di Sagre d’Italia quel miscuglio di «autenticità, forme di convivialità e antichi riti […] da pagani si sono “cristianizzati” e infine “laicizzati”», per dare risalto a un piatto tipico e creare un piccolo evento per autoctoni e turisti, come ormai avviene nella maggior parte dei casi, anche se sempre inderogabilmente connesso a una parrocchia.

Comunque sia, per un frequentatore casual di sagre come me quel pdf ha segnato un prima e un dopo. Pur essendo la sagra per definizione un evento locale, non è scontato sapere dove e quando abbia luogo. Le tensostrutture issate negli spiazzi parrocchiali e gli striscioni che annunciano l’evento sono indizi, ma anche spie limitate a un territorio circoscritto i cui effetti svaniscono già a una frazione di distanza. È stato soltanto grazie a questo mitologico documento che ho potuto organizzare la mia agenda estiva.

Qualche libro e perfino qualche profilo Instagram stilano già una mappa delle sagre con la classifica delle migliori, quelle con il cibo più pregiato e la cornice più bella. Molte si sono attrezzate alla contemporaneità aprendo canali social a diverse densità di cringe. Di solito sono quelle classiche, in cui si fa bella mostra di prodotti come: i bisi di Borso (sarebbero i piselli, per chi non mastica il veneto, ma non riesco a utilizzare il termine italiano perché il nome va letto quasi tutto di seguito, bisidiborso, come fosse il sacrocuoredigesù), gli asparagi bianchi di Bassano del Grappa, il broccolo di Bassano del Grappa (una sciccheria), la grappa di Bassano del Grappa (ora cambio comune, giuro), il baccalà di Sandrigo, i bigoli di Monterosso (Abano Terme), con tanto di volontari sul palco a farli freschi con un torchio apposito, detto bigolaro, in un’esibizione che fa parte dell’experience quanto e più del piatto stesso.

Qualsiasi pro loco menerà il torrone (rigorosamente torrone Mandorlato di Cologna Veneta) con la narrazione delle sagre come ultima infrastruttura sociale superstite dei paesi e rito collettivo capace di valorizzare le unicità enogastronomiche, anche se la maggior parte delle sagre il piatto tipico non ce l’ha. La verità è che a un certo punto della Storia si è scoperto che le sagre fruttavano un bel po’ e che non c’era per forza bisogno del prodotto a marchio DOP per organizzare una festa. Perciò, escluse quelle in cui qualcosa di tipico da mangiare c’è, nel mio pdf delle sagre mi ritrovo a segnare anche quelle che offrono le solite cose: la grigliata mista (pollo, costine e salsiccia), la frittura di pesce, i bigoli (in salsa o con il ragù, d’anatra magari), il baccalà e, qualche volta, esagerando, il cavallo o lo stinco. Assenti quasi sempre le opzioni vegane, eccezion fatta per gli gnocchi al pomodoro. Quanto ai companatici la scelta varia tra patatine fritte, fagioli (anche qui in salsa o, per qualche salutista d’avanguardia, conditi con sedano, sale e olio) e polenta, che scorre tra le tavolate a blocchi, grigliata, come lingotti dei poveri.

– Leggi anche: L’America in fiera

E dunque cosa resta a una sagra se le togli la biodiversità, quell’unico motivo su cui in teoria si fonda l’esistenza della sagra stessa, cioè il piatto tipico?

(foto di Andrea Fiamma)

Lo scorso giugno ero a una sagra a cui non volevo andare, perché era in contemporanea con un’altra mia preferita, ma ci avevano organizzato un compleanno a cui non potevo sottrarmi. Era una sagra piccola, stretta tra gli spazi di un centro giovanile, un piccolo stadio che le dava la schiena, un parcheggio dentro una cava alla cui entrata ti chiedevano pure l’offerta e una strada statale. L’excel delle sagre l’aveva naturalmente censita dando però poco riscontro sulla proposta culinaria. Ho mangiato della carne di cavallo discreta e un dolcetto di cui non ricordo gli ingredienti. Nulla di trascendentale, quindi, eppure alla fine perfino quella si è rivelata un piacevole gozzovigliare grazie alla grammatica visiva, rincuorante e confortevole, che le sagre hanno in comune tra loro:

  • il menù scritto su blocchi di carta da segnare come schedine del totocalcio;
  • i filari di luci;
  • le panche;
  • i bicchieri e le stoviglie di plastica (in alcuni comuni sostituita da vetro, ceramica e acciaio, in ottica ecologica);
  • i prezzi tutto sommato bassi;
  • gli striscioni di pubblicità con le imprese locali;
  • le serate con le tribute band di qualche cantante famoso, che peraltro sanno il fatto loro (io non sono mai stato a un concerto di Ligabue ma l’ho depennato dalla lista di cose da fare prima di morire dopo aver sentito il suo sosia cantare a una sagra).

Per quanto simili siano, in ogni sagra si percepisce una tranquillità diffusa che è difficile da respirare in altri luoghi quando si mangia. Ai festival o agli eventi musicali c’è troppa confusione, i ristoranti sono troppo intimi. Solo nelle sagre c’è il giusto equilibrio tra l’essere ovattati da quello che c’è intorno e il sentire di avere abbastanza spazio per sé.

Ma la cosa più bella è quando arriva il turno di una delle sagre del mio paese. Allora mi metto la maglietta del supermercato locale, ancora gestito dalla famiglia che l’ha fondato e che ogni cinque anni celebra il compleanno con t-shirt a tema, e ci vado tutto contento. All’inizio lo facevo per prendere in giro l’abitante medio, fiero dei piccoli spazi che occupa da una vita, e quello stesso supermercato, l’unico che non fa parte di una grande catena nel raggio di chilometri. Era lo stesso atteggiamento ironico con cui ascoltavo un tizio imitare Ligabue derubricandolo a un’esibizione kitsch.

Poi però mi sono reso conto che, con tutte le dovute tare del caso, non c’era nulla di deprecabile nell’aver abitato un luogo e ritenerlo parte di sé, o nell’aver resistito più di mezzo secolo contro i colossi della grande distribuzione. Anzi, era un atteggiamento onesto che disinnescava il petardo post-ironico che lanciavo ogni volta che andavo a una sagra (ossia andarci per ridere, per il LOL), e toglieva il cinismo a un sentimento sincero. Gli autori di Sagre d’Italia definiscono le sagre come «occasioni molto sentite dalle comunità locali, in cui le persone volontariamente si organizzano e si dedicano a condividere le proprie conoscenze culinarie (e logistiche) mettendole a disposizione della comunità. Un’occasione per unire tutte le generazioni di un quartiere, paese o città in un’impresa comune e complessa».

Ecco, io quando frequento le sagre provo lo stesso senso agglutinante di cittadinanza di quando vado al seggio a votare o di quando gioca Sinner. Per una sera ti sembra importante abitare proprio lì, conoscere quel supermercato, sapere dov’è quella frazione e distinguere una sagra dall’altra anche se nel piatto ci sono più o meno le stesse costine che trovi altrove. Un po’ come la nazionale di calcio ci fa sentire orgogliosi di essere italiani. La panca giusta, nella sagra giusta, ha il potere di farti cambiare residenza, o almeno di farti pensare che forse, quando qualcuno te lo chiede, puoi anche dirlo, da dove vieni.

– Leggi anche: Le AI si sono prese anche le sagre

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