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  • Venerdì 4 settembre 2026

È stato avviato il licenziamento di 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex ILVA

Le aziende legate all'acciaieria di Taranto hanno avvisato i sindacati, in previsione della chiusura dell'area a caldo entro ottobre

Lo stabilimento dell'ex Ilva di Taranto in una foto del 2013 (ANSA/Ciro Fusco)
Lo stabilimento dell'ex Ilva di Taranto in una foto del 2013 (ANSA/Ciro Fusco)

L’Aigi, l’associazione che riunisce le imprese fornitrici e in appalto dell’ex ILVA di Taranto, ha inviato ai sindacati 28 lettere provenienti da altrettante aziende, con cui vengono avviate le procedure di licenziamento collettivo che coinvolgono più di 2.500 lavoratori.

Il presidente dell’associazione, Nicola Convertino, l’ha definito un atto «estremo e doloroso», ma anche «dovuto e inevitabile» per via della sentenza della Corte d’Appello di Milano che a luglio ha sancito la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, a causa delle sue ricadute ambientali e sanitarie sul territorio. Convertino dice che le aziende sono arrivate a questa decisione anche per la mancanza di una «ragionevole programmazione» che avrebbe potuto metterle in sicurezza.

L’ex ILVA (l’attuale nome della società è Acciaierie d’Italia) è l’impianto siderurgico più grande d’Italia. Da diverso tempo lo Stato italiano la gestisce in amministrazione straordinaria e il governo sta cercando di venderla, ma farlo non è facile. Le molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012), il commissariamento e la prospettiva della vendita hanno innescato una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario.

L’area a caldo, che a fine luglio la Corte d’Appello ha deciso di chiudere definitivamente, è la parte più importante di tutto l’impianto, perché è lì che le materie prime vengono fuse negli altiforni e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli altri stabilimenti. È però anche la parte più costosa e problematica, perché molto inquinante. Per questo la sentenza sulla sua chiusura ha contribuito a sbloccare, per certi versi, l’interesse di alcuni potenziali acquirenti.

Il governo e i commissari dell’ex ILVA hanno trattato con due possibili acquirenti, il gruppo indiano Jindal e quello statunitense Flacks. A questi si aggiungono due manifestazioni di interesse, l’ultima presentata lo scorso agosto da 14 aziende italiane del settore siderurgico.

Allo stesso tempo la decisione della chiusura dell’area a caldo ha aggravato la crisi occupazionale dell’ex ILVA, mettendo a rischio i posti di lavoro degli operai impiegati negli altiforni, e a cascata di quelli che lavorano negli altri stabilimenti e dei lavoratori assunti dalle aziende dell’indotto (quelle rappresentate dall’Aigi), che devono affrontare a loro volta le conseguenze della chiusura.

Contro la sentenza della Corte d’Appello di Milano Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato un ricorso alla Corte di Cassazione.

– Leggi anche: Siamo sempre più vicini alla chiusura dell’ex ILVA

Il licenziamento collettivo è una procedura che un’azienda mette in atto quando deve licenziare un numero consistente di dipendenti. Il primo passaggio è proprio comunicare formalmente ai sindacati l’intenzione di procedere con i licenziamenti per aprire una fase di confronto nella quale si discutono cose come il numero di licenziamenti, eventuali alternative o incentivi per l’esodo.