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  • Giovedì 3 settembre 2026

Cosa c’è nell’inchiesta sul caporalato nella piana di Sibari, in Calabria

Molte delle cose scoperte dal Post dopo la strage dei braccianti bruciati in un minivan: tra le altre, truffe al decreto flussi e grave sfruttamento del lavoro

L'appartamento nel centro storico di Villapiana (Cosenza), dove vivevano i migranti uccisi nel minivan ad Amendolara, 3 giugno 2026 (ANSA/MARCO ASSAB)
L'appartamento nel centro storico di Villapiana (Cosenza) dove vivevano i migranti uccisi nel minivan ad Amendolara, 3 giugno 2026 (ANSA/MARCO ASSAB)

18 cittadini pakistani, uno bangladese e uno indiano sono stati arrestati in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sul caporalato nella piana di Sibari, in Calabria: è la zona in cui il primo giugno scorso quattro braccianti erano stati uccisi, chiusi in un minivan e poi bruciati vivi, secondo la procura dai caporali che li stavano riportando a casa dopo il lavoro. L’inchiesta che ha portato ai nuovi arresti è diversa da quella sull’omicidio dei quattro braccianti, ma è nata anche in conseguenza di quello che si è scoperto dopo quel fatto.

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione dei lavoratori che si basa sullo sfruttamento. In Italia non c’è un reato specifico con questo nome: le venti persone arrestate sono accusate di associazione a delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, e poi di estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e anche riduzione in schiavitù. Molte di queste accuse coincidono con le storie e le testimonianze che il Post aveva raccolto in alcuni articoli di approfondimento sullo sfruttamento dei lavoratori in quelle zone.

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Le indagini sono state realizzate con l’aiuto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite e dell’associazione Comunità Progetto Sud, che fa parte della rete antitratta. I braccianti sfruttati che hanno denunciato sono stati inseriti in programmi di assistenza alloggiativa e hanno ottenuto la tutela umanitaria e il permesso di soggiorno.

Secondo chi sta svolgendo le indagini, a gestire lo sfruttamento sarebbero state due organizzazioni «interconnesse sul piano operativo»: la prima si occupava del reclutamento nei paesi di provenienza e del trasferimento in Italia, truffando il decreto flussi, cioè la misura con cui il governo definisce ogni anno le quote di ingresso di lavoratori stranieri extra-europei; la seconda si occupava di trovare casa e lavoro ai migranti. Sempre secondo le indagini, sarebbe stata la ’ndrangheta, la principale organizzazione criminale calabrese, a controllare le aziende che occupavano i lavoratori attraverso dei prestanome.

I carabinieri hanno riferito un po’ di dettagli dell’indagine in un comunicato. Dicono che tutto cominciava nei cosiddetti “click day”, i giorni in cui il ministero dell’Interno apre il portale per la presentazione delle richieste per il decreto flussi, con la collaborazione di alcuni professionisti e operatori di Caf e patronati, i centri di assistenza dei lavoratori che gestiscono le richieste per il decreto flussi. Secondo i carabinieri, questi professionisti e operatori «predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie», usando le loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali.

Venivano presentate domande «per conto di ditte agricole e commerciali compiacenti, fittiziamente intestate a prestanome o completamente improduttive». Per superare i controlli della prefettura e dell’Ispettorato del lavoro, i professionisti gonfiavano i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali con fatture false. Secondo i carabinieri, i migranti avrebbero pagato fino a 10mila euro per arrivare in Italia. Anche le testimonianze raccolte dal Post negli ultimi mesi confermano queste cifre.

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Una volta arrivati in Calabria, i lavoratori sarebbero stati costretti a coabitare, fino a 20 persone contemporaneamente, in alloggi fatiscenti e privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di Cassano allo Jonio, uno dei più grandi comuni della zona in provincia di Cosenza.

Sempre secondo quanto emerso nell’indagine, e documentato con le immagini registrate da una telecamera, ogni mattina sarebbero stati stipati in auto, minivan e furgoni – anche nei bagagliai – e portati a lavorare in aziende agricole intestate a quelli che i carabinieri individuano come prestanome delle cosche mafiose. Lì sarebbero stati costretti a lavorare con turni di dieci ore consecutive, «sotto la sorveglianza vessatoria di capisquadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti».

La manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti, tre afghani e un pachistano, 6 giugno 2026 (ANSA/Francesco Arena)

La manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l’omicidio di 4 braccianti, tre afghani e un pachistano, 6 giugno 2026 (ANSA/Francesco Arena)

A Cassano allo Jonio lo sfruttamento dei migranti è noto. Per limitarlo, negli ultimi tempi sono nate alcune iniziative sul territorio: il comune per esempio ha messo a disposizione dei braccianti una navetta che li porta gratis nelle aziende agricole della zona e a fine turno li riporta in paese. I migranti possono poi andare a cercare lavoro in un centro che si chiama Kosmopolis, e possono chiedere assistenza legale a uno degli sportelli dell’associazione Cidis, che gestisce una casa dove vengono ospitati i braccianti che sono messi sotto protezione per avere denunciato lo sfruttamento.

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Dalle indagini è emerso anche che gli imprenditori avrebbero pagato stipendi di 40 euro in nero per dieci ore di lavoro. I soldi sarebbero stati consegnati direttamente ai caporali, che secondo l’accusa avrebbero trattenuto 5 euro al giorno per il trasporto e 60 euro al mese per l’affitto delle case in cui vivevano i braccianti. Per gli inquirenti i compensi reali sarebbero stati tra i 2,70 e i 3,50 euro all’ora, con discriminazioni in base alla provenienza dei migranti: quelli provenienti dall’Africa subsahariana sarebbero stati pagati meno degli altri.

Le paghe non sarebbero state quindi versate regolarmente ai braccianti, che secondo l’indagine sarebbero stati ricattati con la minaccia di cacciarli di casa o con aggressioni fisiche.

I carabinieri dicono che i caporali avrebbero anche avuto rapporti con la criminalità organizzata locale. «Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull’appartenenza all’organizzazione mafiosa».

In questa zona le organizzazioni mafiose sono molto violente: nel 2014 papa Francesco andò proprio a Cassano allo Jonio per scomunicare i mafiosi, che avevano ucciso e bruciato una coppia con il nipote di 3 anni. L’ultimo attacco risale al 28 agosto: una persona è stata uccisa e un’altra ferita a colpi di pistola davanti a un bar.

Secondo i carabinieri ci sarebbe stato un coinvolgimento diretto delle «storiche cosche di ’ndrangheta operanti nella Sibaritide» nello sfruttamento dei braccianti, con l’intestazione delle aziende agricole usate per lo sfruttamento intensivo di manodopera a prestanome. In realtà, dice il comunicato, sarebbero state «gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali».

Il 35enne afghano Mohammad Taj Alamyar, rimasto gravemente ustionato ma vivo nel rogo del minivan avvenuto il primo giugno 2026 nell'area di servizio di Amendolara, costato la vita a quattro persone, 4 giugno 2026 (ANSA)

Il 35enne afghano Mohammad Taj Alamyar, rimasto gravemente ustionato ma vivo nel rogo del minivan avvenuto il primo giugno 2026 nell’area di servizio di Amendolara, costato la vita a quattro persone, 4 giugno 2026 (ANSA)

Anche queste informazioni sono coerenti con quelle raccolte dal Post subito dopo la strage di Amendolara, il comune in cui furono bruciati i braccianti che si trova a pochi chilometri da Cassano allo Jonio, sempre nella piana di Sibari. Mohammad Taj Alamyar, un lavoratore afghano che fu l’unico del gruppo a sopravvivere, denunciò l’esistenza di una «grande mafia del Pakistan» collegata con quella italiana, e parlò di minacce con coltelli e pistole, di mancati pagamenti degli stipendi e di alloggi angusti condivisi da più persone.

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