In che condizioni lavoravano i braccianti bruciati vivi in Calabria
Il proprietario dell'azienda per cui raccoglievano le fragole dice di non sapere se fossero sfruttati da caporali
di Angelo Mastrandrea

I quattro braccianti uccisi il primo giugno nell’incendio di un minivan ad Amendolara, in Calabria, abitavano e lavoravano insieme alle due persone arrestate per il loro omicidio e ai due superstiti della strage. Vivevano in una modesta abitazione nel centro di Villapiana, poco più a sud di Amendolara, su una collina dell’alta costa jonica calabrese, e ogni mattina andavano a lavorare in un’azienda agricola di Scanzano Jonico, in Basilicata, a una settantina di chilometri di distanza. Il viaggio durava almeno un’ora perché bisognava scendere a valle dal paese, imboccare la statale 106 per alcune decine di chilometri e poi prendere altre strade poderali (cioè quelle che servono i fondi agricoli) per arrivare ai campi.
Rocco Zuccarella, titolare dell’omonima impresa fondata dal nonno nel 1952, li aveva assunti tutti insieme il 20 aprile scorso. Erano in otto: cinque afghani e tre pakistani. «Si sono presentati qui tutti insieme chiedendo di lavorare, li ho inseriti in una squadra per raccogliere le fragole, perché in quel periodo faceva molto caldo, stavano maturando molto velocemente e avevo bisogno di più personale per la raccolta», dice.
Zuccarella sostiene che il contatto coi lavoratori avvenga spesso così: dice che in molti casi sono loro a contattare l’azienda attraverso i social network e a presentarsi in gruppi, a volte anche di 15 o 20 persone, con squadre di fatto già pronte. Dice di non essersi accorto se qualcuno di loro fosse un caporale, cioè una persona che fa da intermediario per lucrare sul contratto, ingaggiando i lavoratori, portandoli nei campi e trattenendo una parte della loro paga: spesso i caporali operano con la connivenza – se non proprio la collaborazione – degli imprenditori agricoli, perché per loro questo sistema comporta un risparmio notevole.
Le persone che lavorano nelle aziende del posto di solito arrivano dai paesi dell’entroterra lucano e della vicina Calabria jonica, dove ci sono molte case disponibili e gli affitti sono più bassi. Ogni mattina, prima dell’alba, lungo la statale 106 della Calabria c’è un gran via vai di furgoni e minivan che portano i migranti verso le campagne di Nova Siri, Metaponto, Pisticci e Scanzano Jonico (tutti posti in Basilicata).
La «tenuta Zuccarella» è considerata un’eccellenza nella zona: ha magazzini moderni e alimentati con energie rinnovabili, tre chilometri quadrati di terreni e 15 milioni di euro di fatturato annuo grazie soprattutto alla produzione di qualità di fragole candonga, una varietà dalla forma conica e dal colore rosso vivo tipica della zona di Metaponto (che è una frazione del comune di Bernalda, nel sud della Basilicata, ma è molto più famosa perché è una località balneare molto frequentata). La tenuta Zuccarella è anche la maggiore produttrice di frutta esotica della Basilicata: in particolare avocado e mango.

Persone al lavoro nella tenuta Zuccarella (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il proprietario assicura che i bonifici per il mese di aprile, l’unico pagato finora, siano stati fatti direttamente sui conti forniti dai lavoratori e siano tutti tracciati: in totale 350 euro a testa, per cinque giorni di lavoro e sei ore e mezza al giorno, «con le pause per riposarsi, mangiare qualcosa e andare in bagno», dice. Sono informazioni che al momento non si possono verificare e oggetto di indagini da parte di chi si sta occupando dell’inchiesta sull’omicidio: non si può dire per esempio se lavorassero molte più ore di quelle dichiarate nella busta paga, come spesso avviene nei casi di sfruttamento del lavoro nei campi.
In quella zona della Basilicata il sindacato Flai (Federazione dei lavoratori dell’agroindustria) Cgil ha denunciato situazioni in cui i lavoratori vengono pagati 40 euro per giornate lavorative fino a 12 ore: su questo è in corso un’indagine su tre aziende, cominciata dopo che a ottobre quattro braccianti indiani erano morti mentre andavano a raccogliere fragole.
A maggio non si sa ancora quanti giorni di lavoro abbia dichiarato la tenuta Zuccarella: le buste paga di maggio non erano ancora state preparate «perché il commercialista le consegna entro il 10 del mese successivo», dice il proprietario. Secondo l’azienda, il 27 maggio è stato il loro ultimo giorno di lavoro: anche questa è un’informazione che al momento non si può verificare. Zuccarella dice che la raccolta delle fragole ormai è terminata, e quindi non aveva più bisogno di loro. Per questo dice di non sapere dove siano andati a lavorare la mattina del primo giugno, quando è avvenuta la strage.
Gli otto lavoratori vivevano tutti a Villapiana, in via Gramsci 18, una stradina lunga non più di 200 metri, in leggera discesa, su cui affacciano una serie di casette su due piani. L’avevano affittata da una persona del posto conosciuta probabilmente perché da molti anni affitta ai migranti diverse case nelle intricate viuzze a monte del centro del paese.
Ahmed Safeer e Alì Raza, i due uomini di origine pakistana sospettati di essere i caporali e ora accusati di omicidio plurimo aggravato da futili motivi, dormivano al pianterreno. Tutti gli altri erano ammassati al primo piano: gli afghani Amin Fazal Khojani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Mohammad Taj Alamyar e Azrat Helal Armani, e il pakistano Waseem Khan. Quando tornavano dal lavoro, parcheggiavano il minivan Fiat Ulysse poco distante e trascorrevano il tempo in balcone, davanti a casa o per strada al cellulare. Non andavano mai al bar perché non avevano soldi, secondo il racconto di alcuni abitanti del vicolo. Ricordano che ogni sera arrivava una persona in automobile a portare del cibo. Lo lasciava davanti all’ingresso e andava via.
La procura della Repubblica di Castrovillari sta indagando per capire se dietro il lavoro nei campi della zona ci sia una rete di caporali, e se la ‘ndrangheta locale, cioè gruppi di criminalità organizzata, abbia un ruolo nello sfruttamento dei lavoratori.
La segretaria della Flai Cgil, Federica Pietramala, dice che gli sfruttatori controllano tutti gli aspetti della vita dei migranti: li fanno arrivare in Italia, li aiutano a ottenere i documenti e i permessi di soggiorno, trovano loro un alloggio e un lavoro e li trasportano. Dai soldi che guadagnano ogni mese, i migranti dovrebbero detrarre una quota per l’affitto e 5 euro per ogni viaggio. Il sistema di sfruttamento riguarda migliaia di persone: i ricercatori del CNR Giovanni Ferrarese e Donato di Sanzo hanno stimato che in Calabria ci siano circa 12mila migranti «impiegati in condizioni di irregolarità».
Il distributore della Ip dove è avvenuta la strage è tutto bruciato e annerito dalle fiamme. Si trova lungo la statale 106 alle porte di Amendolara. La strada è molto trafficata, a scorrimento veloce. Vicino c’è un bar chiuso e poco distante c’è un gommista. Ai quattro angoli del distributore ci sono altrettante telecamere di sorveglianza, e una quinta è sistemata su un palo più in alto, vicino a un gabbiotto. Le loro registrazioni hanno permesso di individuare in poche ore le persone accusate della strage.

Il distributore Ip di Amendolara dove è stato dato a fuoco il minivan (Angelo Mastrandrea/il Post)
Alle 13:30 del primo giugno il minivan è entrato nel distributore automatico, apparentemente per fare benzina. Due persone, identificate poi come Ahmed Safeer e Alì Raza, hanno utilizzato il carburante per dare fuoco all’auto e per evitare che le persone a bordo riuscissero a scappare hanno rotto le maniglie.
Le quattro persone morte avevano tutte meno di trent’anni, e uno di loro – Ullah Ismat Qiemi – non ne aveva ancora compiuti venti. Prima di arrivare in Calabria avevano lavorato tutti in un’azienda di rifiuti in Sardegna, dove avevano ottenuto il permesso di soggiorno. Alamyar, l’unico del gruppo che aveva superato i 30 anni, è riuscito a scappare dal portellone posteriore. Ha denunciato l’esistenza di una «grande mafia del Pakistan» collegata con quella italiana, e ha parlato di minacce con coltelli e pistole, di mancati pagamenti e di alloggi angusti condivisi da più persone. L’ottavo coinquilino, Azrat Helal Armani, si è salvato solo perché quel giorno stava male e non era andato al lavoro. Ha raccontato di essere stato insultato lo stesso giorno da Alì Raza per aver saltato la giornata lavorativa.



