Nella violenza di genere la gravità dello strangolamento è spesso sottovalutata
Riconoscerla è fondamentale per prevenire i femminicidi: diversi paesi hanno introdotto un reato specifico, l'Italia no
di Giulia Siviero
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I risultati dell’autopsia eseguita sul corpo di Tania Terrin, uccisa dall’ex compagno Dino Keber il 15 agosto in provincia di Venezia, dicono che la donna è stata strangolata a morte e a mani nude. In aprile Terrin aveva già subìto un tentativo di strangolamento da parte di Keber, durante il quale aveva perso conoscenza: al pronto soccorso le erano stati dati due giorni di prognosi e la donna aveva allegato quel referto alla successiva denuncia.
Nella presa in carico da parte delle istituzioni della vicenda di Terrin, sembra che non sia stato valutato adeguatamente il rischio a cui era esposta, nonostante avesse subìto uno strangolamento. In Italia e non solo esistono strumenti per misurare il rischio che la violenza su una donna si intensifichi fino a metterne in pericolo l’incolumità e la vita: questa strategia preventiva è riconosciuta come fondamentale a livello internazionale per rispondere in modo appropriato alle segnalazioni di violenza domestica.
Tra i fattori che fanno alzare il livello di rischio c’è proprio lo strangolamento non fatale: un elemento su cui in altri paesi ci sono dati e ricerche specifiche, e che in diversi casi è stato riconosciuto come fattispecie autonoma di reato nei codici penali. Questo ha portato a una riduzione dei femminicidi, dicono i dati, e a un sostanziale miglioramento delle risposte istituzionali alla violenza maschile contro le donne.
In Italia invece è spesso sottovalutato come fattore di rischio o addirittura non riconosciuto per tempo.
– Leggi anche: Cosa non funziona in Italia quando una donna denuncia una violenza
Lo strangolamento, che può essere fatale o non fatale, consiste nella compressione dall’esterno del collo mediante lacci o mani, braccia, gomiti e così via: interrompe del tutto o in parte il flusso di sangue al cervello e il passaggio di ossigeno. Può causare la morte entro pochissimi minuti, mentre la perdita di conoscenza può verificarsi in 5-10 secondi attraverso l’applicazione di una forza fisica molto limitata, più o meno quella che serve ad aprire la lattina di una bibita.
Può causare problemi fisici e psichici a breve o a lungo termine, che possono presentarsi anche a distanza di giorni o settimane dall’evento violento: afonia (cioè la totale perdita della voce), disfonia (un’alterazione parziale della voce), difficoltà a deglutire, dispnea (cioè difficoltà a respirare), traumi cerebrali o coaguli di sangue che rischiano di trasformarsi in un ictus, cefalee, epilessia secondaria, alterazioni costanti e prolungate dell’umore, ansia o difficoltà legate alla memoria.
Numerose ricerche fatte nel Regno Unito, ma anche in Australia e negli Stati Uniti, dicono che questa forma di abuso ha una chiara connotazione di genere. Lo strangolamento non è solo un metodo comune per uccidere le donne, e non è solo una parte rilevante della violenza utilizzata per uccidere le donne anche quando non ne è la causa diretta. Come riassume l’avvocata Elena Biaggioni della rete dei centri antiviolenza Di.Re, lo strangolamento non fatale «è uno dei principali fattori di rischio per il successivo femminicidio»: è un elemento predittivo.

Collage femminista, Manchester, Regno Unito, aprile 2021 (Christopher Furlong/Getty Images)
Dalle ricerche fatte in altri paesi emerge innanzitutto come lo strangolamento sia molto più comune di quanto non si creda. Alcuni dati recenti sul Regno Unito dicono per esempio che almeno 20mila donne ne sono vittime ogni anno e che tra il 2021 e il 2022 fino a un terzo delle donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza lo ha denunciato come abuso specifico.
Da diversi altri studi (ricerche su dati clinici e giudiziari o analisi del Femicide Census britannico) emerge anche che oltre la metà delle donne uccise per strangolamento dal partner o dall’ex partner abbia subito almeno uno strangolamento non fatale da parte dello stesso uomo prima di essere uccisa. Questo significa che una donna che sopravvive a un episodio di strangolamento non fatale ha una probabilità drasticamente più alta (fino a sette volte superiore) di essere successivamente uccisa.
I dati dicono infine che metà delle vittime di uno strangolamento non fatale non presenta lesioni esterne e visibili (pur riportando possibili lesioni interne o danni neurologici). È dunque un abuso difficile da inserire in un referto medico e da riconoscere, e di conseguenza molto sottovalutato.
Per tutti questi motivi in diversi paesi del mondo la ricerca criminologica, le istituzioni sanitarie e giudiziarie si sono concentrate in modo specifico sullo strangolamento non fatale, raccogliendo dati e inserendolo nel proprio codice penale come fattispecie autonoma di reato.
Dall’inizio degli anni Duemila, quasi tutti gli stati degli Stati Uniti hanno approvato leggi contro lo strangolamento non fatale, e leggi simili esistono in Australia, Canada o Nuova Zelanda. Nel Regno Unito i reati che puniscono questa forma di abuso sono in vigore in Inghilterra e Galles dal 2022 e in Irlanda del Nord dal 2023, mentre nel parlamento scozzese se ne sta discutendo proprio in queste settimane. In molti dei paesi che hanno riconosciuto lo strangolamento non fatale come reato, accanto alle leggi sono state create anche istituzioni dedicate: nel Regno Unito si chiama Institute for Addressing Strangulation (IFAS), è guidato da medici e criminologi e ha come obiettivo formare forze dell’ordine e personale sanitario.
I dati che abbiamo finora a disposizione dicono che tali leggi hanno portato a una riduzione dei femminicidi.
Uno studio pubblicato a maggio confronta l’andamento dei femminicidi in concomitanza con l’introduzione di queste leggi negli Stati Uniti. La conclusione è che, dalla loro entrata in vigore e fino al 2019, queste leggi hanno impedito circa 1.029 femminicidi di donne di età compresa tra i 18 e i 49 anni, il gruppo più esposto a subire violenza domestica. Un altro studio condotto nel Regno Unito, sull’impatto di leggi specifiche sul numero dei femminicidi, dà risultati simili allo studio statunitense: una diminuzione del numero medio di casi negli anni successivi all’entrata in vigore delle leggi.
Ma in che modo le leggi contro lo strangolamento non fatale riducono i femminicidi? I ricercatori e le ricercatrici che hanno condotto lo studio statunitense sostengono che l’introduzione di un reato specifico migliora la comprensione istituzionale di questa forma di abuso, aumenta la consapevolezza sulla sua pericolosità anche in chi lo subisce e favorisce di conseguenza il suo riconoscimento come grave fattore di rischio.
Queste leggi consentono insomma a personale del pronto soccorso, forze dell’ordine e tribunali di fare valutazioni del rischio più realistiche e di agire di conseguenza in modo adeguato e precoce per evitare violenze successive e maggiori. Tali leggi creano poi una base più chiara per il perseguimento penale dell’abuso e sono infatti associate a un cambiamento nella gestione istituzionale dei casi di violenza domestica, a un aumento delle denunce e degli arresti nell’ambito della violenza domestica.

Manifestazione femminista a Londra, 7 marzo 2026 (Kymberley Apiro/Getty Images)
In Italia non esistono dati statistici ufficiali raccolti in modo sistematico sullo strangolamento non fatale. Questo vuoto, spiega l’avvocata Elena Biaggioni, «unito al fatto che in Italia al di fuori dei centri antiviolenza c’è poca formazione sulla valutazione del rischio in generale e poco approfondimento su questo specifico fattore di rischio, lo rende un abuso sottovalutato, non riconosciuto e non identificato come segnale inequivocabile della pericolosità della situazione».
C’è poi un’altra questione: il fatto che lo strangolamento non fatale non sia riconosciuto come uno dei principali elementi di rischio fa in modo che venga «sottovalutato perfino nel linguaggio e nel racconto delle donne che lo subiscono», dice Biaggioni. Le donne vittime di violenza spesso lo minimizzano o usano espressioni come “mani al collo”.
Biaggioni lo spiega attraverso una sua esperienza diretta: «È un atto di rimozione talvolta avallato anche nelle aule di tribunale. Durante un’udienza un giudice mi corresse dicendo che io avevo parlato di “strangolamento” mentre la donna che stavo difendendo, e che aveva subito uno strangolamento che l’aveva portata a perdere conoscenza, aveva detto “mani al collo”». Da allora, dice l’avvocata, «arrivo in udienza con le ricerche sullo strangolamento come indicatore di alto rischio di morte per le donne».
– Leggi anche: Cosa non funziona in Italia quando una donna denuncia una violenza
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Dove chiedere aiuto
Se hai bisogno di aiuto o sostegno qui c’è l’elenco di tutti i numeri telefonici dei centri antiviolenza della rete Di.Re. È anche possibile chiamare il numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24 con un’accoglienza disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. In entrambi i casi si riceveranno indicazioni da persone che hanno l’esperienza e la formazione più completa per occuparsi di questa questione. È anche possibile, di fronte a una situazione di emergenza, chiamare i carabinieri o la polizia al 112.



