Gli “irriducibili” di Matteo Salvini
In un partito attraversato da conflitti interni, il leader si affida a una cerchia sempre più stretta: un fatto nuovo per la Lega
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La crisi che da mesi affligge la Lega ha generato conflitti interni come forse mai s’erano visti: anche nei momenti più burrascosi, con gli ex segretari federali Umberto Bossi prima e Roberto Maroni poi, il partito era riuscito a mostrare una sostanziale compattezza. Da quasi un anno, invece, quello di Matteo Salvini è ormai un partito diviso in correnti o gruppi più o meno strutturati: è una cosa nuova per la Lega, che è sempre stata «un movimento stalinista», come diceva Maroni, alludendo appunto al fatto che tutti i dirigenti osservassero una fedeltà assoluta al capo, anche quando non ne condividevano appieno le posizioni.
Questo fa sì che anche Salvini, cioè colui che meno di tutti dovrebbe legittimare la divisione tra correnti, si trovi sempre più spesso ad affidarsi a un ristretto gruppo di esponenti del partito che continuano a restargli vicini, nonostante i crescenti problemi. Per esempio a metà agosto, dopo che alcuni dirigenti lombardi – come il presidente Attilio Fontana o il segretario regionale e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo – ne avevano messo in discussione la leadership, lo staff di Salvini ha sollecitato vari parlamentari a pubblicare un post sui social in sua difesa.
L’iniziativa è stata in realtà guardata con scetticismo da molti dirigenti, anche perché nascondeva un rischio grosso: se si voleva in quel modo proporre una sorta di conta dei fedelissimi di Salvini, si sarebbe finito per concludere che tutti quelli che invece non facevano interventi sui social in quel senso andavano considerati come ostili al segretario. E in effetti così è stato: il gruppo dei salviniani di più stretta osservanza è risultato minoritario, nel partito.
Salvini può fare affidamento di sicuro sui parlamentari, per lo più milanesi, che sono stati anche i suoi amici e compagni più stretti di militanza fin dalla gioventù. Igor Iezzi, vicecapogruppo alla Camera e uno dei responsabili dei temi legati a sicurezza e immigrazione, è tra questi: è a lui che Salvini ha affidato il delicato ruolo di commissario della Lega Nord, il vecchio partito sostituito dalla Lega per Salvini premier.
Un altro è Alessandro Morelli, attuale sottosegretario con delega alla Programmazione economica: anche lui è cresciuto a Milano, nel quartiere di Gratosoglio, ha condiviso con Salvini una lunga permanenza a Radio Padania, la vecchia radio del partito, di cui è stato anche direttore. È stato in passato autore di iniziative bizzarre o provocatorie: come quando suggerì di introdurre una quota minima di canzoni italiane da trasmettere nelle radio. È però, soprattutto, l’uomo che segue per Salvini le questioni legate a editoria e telecomunicazioni: è spesso lui a suggerire nomine e incarichi in Rai per conto del partito.
Da giorni Morelli è a Ceuta, per raccontare dal suo punto di vista, e con fare da reporter improvvisato, la crisi migratoria nell’exclave spagnola in Africa.
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Anche l’europarlamentare Silvia Sardone, nominata vicesegretaria della Lega, è milanese. Dopo essere stata a lungo in Forza Italia, dal 2019 si è contraddistinta per essere tra le più intransigenti sul fronte dell’immigrazione, spesso ricorrendo a toni veementi e razzisti. È stata tra le più risolute, all’interno degli organi direttivi del partito, nel criticare le dichiarazioni di Attilio Fontana contro Salvini. Un discorso simile vale per Susanna Ceccardi, europarlamentare pure lei e punto di riferimento della Lega in Toscana: ha ribadito la sua vicinanza a Salvini nonostante le grosse tensioni che c’erano state tra loro, quando Salvini aveva affidato la guida della campagna elettorale per le regionali a Roberto Vannacci (da lei ribattezzato «generale Badoglio»).
Di orientamento più moderato sono invece i deputati Fabrizio Cecchetti e Paolo Formentini: il primo ha spesso espresso posizioni a favore dell’estensione dei diritti civili per le coppie omosessuali, il secondo segue le questioni di politica estera evitando le esasperazioni tipiche del sovranismo euroscettico, che vanno per la maggiore nella Lega. Sono salviniani pure i deputati Luca Toccalini, segretario della Lega giovani, e Andrea Crippa, suo predecessore in quel ruolo: in più occasioni, nelle riunioni di partito, sono stati proprio loro a contestare le iniziative dei governatori del Nord (Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Fontana), generalmente scettici sulla linea portata avanti da Salvini. E lo stesso vale per Eugenio Zoffili, deputato comasco, amico di lunga data di Salvini.
In Veneto la situazione è apparentemente meno turbolenta che in Lombardia, ma le divisioni sono evidenti anche lì. Dalla parte di Salvini si è posizionato con nettezza Alberto Stefani, vicesegretario federale e presidente della Regione, che si è contrapposto al suo predecessore, Zaia, considerato come una delle alternative a Salvini per la leadership nazionale.
Ma il leghista veneto più autorevole su cui Salvini può fare affidamento è il veronese Lorenzo Fontana: da presidente della Camera si è ritagliato un ruolo più istituzionale, interpretandolo con riconosciuta equità, e ultimamente ha preso le distanze da certe derive radicali del partito. È insomma uno non allineato, e per questo non viene propriamente considerato un «fedelissimo» di Salvini, anche se il rapporto tra i due è molto solido, e risale ai tempi in cui erano colleghi al parlamento europeo: in quel periodo Salvini, proprio sfruttando le buone relazioni di Fontana, costruì la sua rete di amicizie e alleanze coi partiti euroscettici di altri paesi.
Sul fronte economico, Salvini è assistito dal senatore Claudio Borghi e da Armando Siri, responsabile della scuola di formazione politica della Lega. Sono entrambi esponenti della corrente più oltranzista del partito, aspramente antieuropeista e spesso complottista. Borghi, negli ultimi mesi, ha assunto un po’ il ruolo di quello che cerca con fatica di evitare che una parte dell’elettorato più radicale della Lega si sposti su Futuro Nazionale; Siri è stato tra i più determinati nel contestare la prudenza finanziaria del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ritenuto succube dei parametri di bilancio europei e degli umori dei mercati.
Anche il genovese Edoardo Rixi, viceministro dei Trasporti e garante dell’effettiva efficienza del ministero, resta del tutto leale a Salvini, così come Alberto Bagnai, che insieme a Borghi fu l’interprete della svolta anti-euro della Lega negli anni passati. Poche settimane fa Bagnai ha ottenuto una nomina all’Antitrust, l’autorità garante della concorrenza, con un mandato garantito per i prossimi sette anni.
Rimane solido anche il rapporto tra Salvini e Andrea Paganella, suo ex capo della segreteria: insieme all’ex responsabile della comunicazione Luca Morisi e al portavoce Matteo Pandini, Paganella è stato la persona più vicina a Salvini nel periodo di suo maggior successo, tra il 2017 e il 2019. A differenza degli altri due, Paganella è però ancora lì: fa il senatore, segue da vicino alcune importanti questioni (quella della legge elettorale, per esempio) ed è tenuto in grande considerazione da Salvini.
C’è poi una componente del partito, quella centro-meridionale, che gioca un ruolo più complesso in questo scontro interno alla Lega. Pur essendo stata integrata da quasi un decennio, da quando cioè Salvini avviò la transizione della Lega da partito a trazione settentrionale a partito nazionale, i leghisti dall’Umbria in giù restano per certi versi un corpo estraneo nel movimento, o almeno così vengono percepiti da molti dei dirigenti storici, e talvolta così loro stessi si percepiscono.
Il punto di riferimento di quest’area è Claudio Durigon, vicesegretario federale e sottosegretario al Lavoro originario di Latina. Recentemente ha avuto anche lui molti motivi di attrito con Salvini, sia per questioni interne al partito sia per alcune nomine nelle società partecipate. Si è in più occasioni vociferato di un suo possibile passaggio in Fratelli d’Italia, che però lui ha sempre smentito. Dal momento che i più critici nei confronti di Salvini sono i governatori e i dirigenti del Nord, fatalmente Durigon e altri esponenti meridionali della Lega, come il leccese Riccardo Marti o il casertano Gianpiero Zinzi, hanno trovato nuovo spazio nella cerchia più ristretta. Ma nel partito c’è chi la ritiene più una tregua momentanea che una rinnovata sintonia.



