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  • Sabato 22 agosto 2026

Nessun partito in Israele vuole davvero finire le guerre di Netanyahu

A due mesi dalle elezioni nessun candidato si oppone alla guerra, anzi

Coloni con la bandiera israeliana, 14 agosto 2026 (AP Photo/Mahmoud Illean)
Coloni con la bandiera israeliana, 14 agosto 2026 (AP Photo/Mahmoud Illean)
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I sondaggi più recenti fatti in Israele in vista delle elezioni di ottobre dicono che la coalizione di partiti dell’opposizione guidata dal generale Gadi Eisenkot dovrebbe superare quella di Benjamin Netanyahu. Mancano ancora due mesi e c’è molto che può cambiare, ma due cose sono quasi certe: queste elezioni saranno decisive per definire il futuro politico dell’attuale primo ministro, al centro della politica israeliana da decenni e coinvolto in vari processi a suo carico, ma lo saranno molto meno per l’esito delle guerre avviate da Netanyahu negli ultimi anni, su cui nessun partito intende veramente cambiare linea.

Oggi i principali leader politici che partecipano alle elezioni sono il generale Eisenkot, che è il favorito a diventare primo ministro in caso di sconfitta di Netanyahu, l’ex primo ministro di destra Naftali Bennett e l’ex primo ministro centrista Yair Lapid; Bennett e Lapid di recente si sono alleati e hanno formato un’unica lista, Yachad, guidata da Bennett.

In questi tre anni nessuno dei tre ha contestato la legittimità delle guerre avviate da Netanyahu o ha chiesto conto al governo del numero spropositato di vittime civili nella Striscia di Gaza o in Libano. Hanno criticato più che altro le modalità o le tattiche negoziali.

Gadi Eisenkot, giugno 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)

Nel 2024 Eisenkot si dimise dal gabinetto di guerra di cui faceva parte dal 2023 in disaccordo su come il primo ministro stava conducendo la trattativa per gli ostaggi, ma non ha mai messo in discussione l’opportunità, le modalità o la durata della guerra a Gaza.

In Libano ha sostenuto l’uso della dottrina Dahieh, di cui è ideatore. Prende il nome dal quartiere di Beirut dove Hezbollah è più forte, ed è una tattica militare che prevede un uso «sproporzionato della forza» su aree dove si pensa siano presenti strutture del nemico, anche se abitate da civili. Israele l’ha usata in Libano e, con una violenza inaudita, nella Striscia di Gaza.

Eisenkot ha anche criticato il governo di Netanyahu per aver accettato il cessate il fuoco in Libano e quello in Iran (di fatto imposti dagli Stati Uniti a Israele).

Bennett è su posizioni simili. Ha accusato il governo di essere strutturalmente incapace di ottenere risultati decisivi su alcun fronte – «né a Gaza, né in Libano, né in Iran» – e ha detto espressamente che un governo eventualmente guidato da lui sarebbe pronto a riavviare i bombardamenti sull’Iran: «Se Hezbollah ci attacca, noi attacchiamo l’Iran».

Lo stesso vale per Lapid, che ha detto di provare «gratitudine e ammirazione» per il presidente statunitense Donald Trump per aver deciso di avviare la guerra contro l’Iran. Ha sostenuto anche l’ultima invasione di terra in Libano, avviata durante la guerra in Medio Oriente. Si è opposto all’occupazione della Striscia di Gaza, ma solo perché riteneva che avrebbe rallentato le trattative per il recupero degli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia da Hamas.

L’unica eccezione a questo consenso più o meno trasversale per l’approccio militarista di Netanyahu arriva dai partiti arabi o misti arabo-ebraici, e dai Democratici, l’unico partito ebraico che si è opposto espressamente alla guerra e all’annessione di Gaza (anche se ha sostenuto l’attacco all’Iran). Hanno però pochissimi voti; e sia Eisenkot sia Bennett hanno già detto che intendono rifiutare un’alleanza con i partiti arabi.

Vari fattori spiegano questo sostanziale allineamento delle posizioni sulla guerra nella politica israeliana.

Yair Lapid, a destra, insieme a Naftali Bennett, settembre 2022 (Ronaldo Schemidt/Pool Photo via AP)

Il primo è che negli ultimi 20 anni le posizioni dei principali partiti si sono molto spostate a destra e oggi il consenso è diviso tra partiti di estrema destra e partiti più moderati ma sempre conservatori (che generalmente, anche se non sempre, tendono a favorire politiche militariste più di quelli progressisti). Non esiste una vera opposizione di sinistra.

Il secondo è che negli ultimi tre anni anche l’opinione pubblica israeliana si è spostata più a destra. È un processo che va avanti da decenni ma per analisti ed esperti un punto di svolta sono stati gli attacchi di Hamas del 7 ottobre del 2023, che hanno rafforzato ancora di più nella società israeliana quella che alcuni storici e analisti chiamano, in relazione a Israele, la “sindrome dell’assedio” (o anche “sindrome di Masada”, dal nome di una cittadella ebraica assediata dai romani nel 73 d.C. e diventata uno dei miti fondanti di Israele).

L’idea alla base è che l’esistenza dello stato israeliano sia sotto costante minaccia esistenziale da parte dei propri vicini, e che quindi la guerra contro di loro sia una condizione necessaria. La sondaggista indipendente Dahlia Scheindlin, sentita da Le Monde, ha detto che oggi è comune in Israele l’idea che il paese sia «destinato» a vivere in guerra.

In questi tre anni i sondaggi hanno descritto un’opinione pubblica generalmente favorevole alle operazioni militari avviate dal governo di Netanyahu, e in particolare alle tre principali: quella nella Striscia di Gaza contro Hamas, quella in Libano contro Hezbollah e quella avviata con gli Stati Uniti contro l’Iran.

A marzo di quest’anno il 93 per cento degli israeliani ebrei si dichiarava favorevole alla guerra contro l’Iran; ad aprile il 49 per cento giudicava positivamente l’avvio delle operazioni in Libano; a maggio l’82 per cento si diceva favorevole all’espulsione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza e il 65 per cento era contrario a negoziati con l’Autorità palestinese, l’entità che governa parte della Cisgiordania. Il 37,7 per cento era favorevole a un’annessione completa dei territori palestinesi.

Questi risultati sono anche una conseguenza della retorica securitaria sempre più aggressiva di Netanyahu e dei suoi ministri più radicali, che hanno contribuito a disumanizzare i popoli che Israele considera nemici e a far passare l’idea che la guerra sia l’unica via possibile per la pace e la stabilità. Le opposizioni a Netanyahu non si sono discostate molto da questa narrativa, perché vi aderiscono o per il timore di perdere consensi. È quindi probabile che, anche se Netanyahu dovesse perdere, la politica estera aggressiva che ha caratterizzato i suoi governi non cambierebbe molto.

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