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  • Venerdì 21 agosto 2026

In Sud Sudan gli aiuti alimentari internazionali sono quasi finiti

Se non arriveranno altri finanziamenti entro settembre le Nazioni Unite dovranno interrompere la distribuzione per centinaia di migliaia di persone

Madri che ricevono integratori alimentari per i loro figli in un centro nutrizionale all'interno dell'insediamento di rifugiati di Wedweil in Sudan, il 6 agosto 2026 (©WFP/Gabriela Vivacqua)
Madri che ricevono integratori alimentari per i loro figli in un centro nutrizionale all'interno dell'insediamento di rifugiati di Wedweil in Sudan, il 6 agosto 2026 (©WFP/Gabriela Vivacqua)

A fine settembre, se non arriveranno nuovi finanziamenti, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) fornirà per l’ultima volta assistenza alimentare ai 240mila rifugiati più vulnerabili in Sud Sudan: sono gli ultimi, tra le circa 650mila persone rifugiate presenti nel paese, a ricevere ancora qualche forma di sostegno dall’agenzia. Pochi giorni fa il WFP e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) hanno diffuso un comunicato congiunto in cui lamentano di come i fondi si stiano esaurendo perché i paesi che solitamente finanziano le loro operazioni hanno versato meno di quanto servirebbe.

Tomson Phiri, portavoce del WFP in Sud Sudan, dice che potranno esserci conseguenze anche per le persone non rifugiate. Se non arriveranno nuovi fondi, da ottobre 180mila sfollati interni (cioè persone fuggite dalle proprie case ma rimaste dentro i confini del Sud Sudan) perderanno l’assistenza alimentare; a novembre altre 600mila persone che vivono in aree classificate come a rischio carestia potrebbero restare senza sostegno. Circa 800 centri nutrizionali potrebbero chiudere: sono i posti dove i bambini sotto i cinque anni e le donne incinte o che allattano vengono visitati e curati in caso di malnutrizione acuta. La chiusura interesserebbe più di 220mila di loro.

Circa il 95 per cento delle persone rifugiate in Sud Sudan arriva dal Sudan, che confina a nord e dove dall’aprile del 2023 è in corso una guerra civile tra l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan, e i paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF), guidati da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Il conflitto ha causato una delle più gravi crisi umanitarie al mondo e ha spinto milioni di persone verso altri stati africani. Dal 2023 a oggi in Sud Sudan sono arrivate oltre 1,4 milioni di persone tra rifugiati sudanesi e cittadini sudsudanesi di ritorno, e stanno continuando ad arrivare tra le 2mila e le 3mila persone a settimana.

Adham Effendi, vice direttore del WFP in Sud Sudan, ha detto che il problema è proprio questo: da una parte continuano ad arrivare persone che hanno perso casa e mezzi di sostentamento, dall’altra le risorse per assisterle stanno sempre più diminuendo.

Mappa dei flussi dei rifugiati sudanesi verso i paesi confinanti a sud, aggiornata al 10 agosto 2026 (Unhcr)

Il Sud Sudan è tra i paesi più poveri al mondo, ha affrontato anni di guerra civile interna e ancora oggi ci sono diversi conflitti locali e siccità ricorrenti.

Per misurare la fame, le agenzie umanitarie usano una scala a 5 livelli chiamata IPC (da “Integrated Food Security Phase Classification”). Il livello 3, quello di “Crisi”, riguarda le famiglie che riescono a mangiare a sufficienza solo vendendo beni utili al proprio sostentamento, o ricorrendo ad altre misure che le impoveriscono ulteriormente. Il livello 4 (“Emergenza”) indica una situazione così grave da causare un aumento dei morti per fame. Il livello 5 (“Catastrofe”) descrive una mancanza di cibo totale anche dopo aver esaurito ogni possibile strategia per procurarselo. Secondo l’ultima classificazione IPC, tra aprile e luglio 2026 in Sud Sudan 7,8 milioni di persone – più di metà della popolazione – si trovavano al livello 3 o superiore: di queste, 2,5 milioni erano al livello 4 e 73mila al livello 5.

A peggiorare la situazione contribuisce anche l’aumento del prezzo del cibo: a fine giugno il costo del paniere alimentare in Sud Sudan era salito del 5 per cento in un mese. Il “paniere alimentare” è l’insieme di alimenti di base (cereali, legumi, olio e sale, per esempio) che serve a una persona per mangiare in modo minimamente sufficiente.

Anche prima dei tagli annunciati per l’autunno, il WFP non riusciva a coprire tutti gli obiettivi che si era dato: a giugno aveva raggiunto 1,94 milioni di persone, il 69 per cento di quanto previsto per il mese. Il problema, per l’agenzia, è quasi sempre lo stesso: finanziamenti inferiori a quelli necessari.

Tomson Phiri dice che nessuno dei paesi e delle organizzazioni che tradizionalmente donano fondi ai programmi per il Sud Sudan – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea, Giappone, Svezia e Irlanda – ha interrotto il proprio sostegno: quasi tutti, però, hanno ridotto gli importi versati. Il WFP non può nemmeno dirottare sul paese i fondi raccolti per altri scopi perché generalmente le donazioni sono vincolate a emergenze specifiche, spesso più discusse sui media e che quindi permettono ai governi di pubblicizzare il loro impegno umanitario. Il risultato, secondo Phiri, è che le crisi di lunga durata e a cui generalmente viene data poca attenzione dalla stampa, come quella sudsudanese, vengono penalizzate.

A peggiorare la situazione, negli ultimi mesi i costi dei trasporti sono aumentati del 30 per cento, a causa soprattutto del rincaro dei prezzi dei carburanti provocato dalla guerra in Medio Oriente. Il Sud Sudan ha peraltro pochissime strade asfaltate e gran parte degli aiuti viaggia su aerei o imbarcazioni fluviali. Per contenere i costi, il WFP sta anche spostando parte dell’assistenza dal cibo al denaro: in pratica trasferiscono dei fondi tramite telefono cellulare, che i beneficiari ritirano da operatori locali e poi spendono nei mercati secondo le proprie necessità.

È una soluzione utile soprattutto quando nei mercati locali c’è abbastanza cibo, ma non risolve il problema dei finanziamenti. Se il prezzo degli alimenti continua a crescere, se arrivano altre migliaia di persone dal Sudan e se i costi dei trasporti rimangono alti, anche i programmi più efficienti richiederanno più risorse. Mesfin Degefu, vice rappresentante dell’UNHCR in Sud Sudan, dice che tagliare l’assistenza in questo momento rischia di vanificare i progressi ottenuti negli anni da rifugiati che, dopo essere arrivati in Sud Sudan, avevano iniziato a costruirsi mezzi di sussistenza autonomi. Spingerebbe inoltre molte famiglie a spostarsi di nuovo, anche lungo rotte più pericolose, in cerca di cibo e assistenza.