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  • Lunedì 17 agosto 2026

Hong Kong sta tornando, ma solo per metà

L'economia è in crescita, ma il controllo asfissiante del regime l'ha resa una città cinese simile a molte altre

Bandiere cinesi appese a un palazzo di Hong Kong per celebrare la festa nazionale, ottobre 2024 (AP Photo/Chan Long Hei)
Bandiere cinesi appese a un palazzo di Hong Kong per celebrare la festa nazionale, ottobre 2024 (AP Photo/Chan Long Hei)
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Negli ultimi anni Hong Kong era stata un luogo da cui andarsene. La città era entrata in crisi, economica ma soprattutto sociale, e migliaia di abitanti locali e stranieri si erano trasferiti altrove, temendo la repressione del Partito Comunista Cinese. Le multinazionali avevano ridotto il proprio personale, l’economia era in declino e i prezzi delle case (in uno dei luoghi più costosi del mondo) avevano cominciato a calare. C’erano state discussioni sul fatto che Hong Kong fosse «finita».

Da circa un anno, però, le cose stanno cambiando. Migliaia di lavoratori stranieri, soprattutto nel settore della finanza, stanno tornando in città; i prezzi e l’economia sono di nuovo in ascesa, e si è cominciato a parlare del «ritorno» di Hong Kong. Le cose stanno così soltanto in parte: a Hong Kong è tornata l’iniziativa economica, ma non la libertà e la vivacità che l’avevano caratterizzata prima della crisi.

Per decenni Hong Kong aveva goduto di un ampio grado di autonomia rispetto al resto della Cina, definita dallo stesso regime come “un paese, due sistemi”: Hong Kong era l’unica città cinese con libertà d’espressione e di stampa, uno stato di diritto affidabile, un sistema giudiziario indipendente e internet libero. Quest’autonomia è stata di fatto eliminata a partire dal 2019, quando il regime cinese rispose con brutalità a grandi proteste per la democrazia. La Cina perseguitò migliaia di persone e annullò buona parte dei diritti in precedenza garantiti alla città. Formalmente Hong Kong è ancora una città autonoma dalla Cina e ha ancora istituzioni proprie, ma nella pratica le differenze con le altre città cinesi ormai sono ridotte.

Alla repressione politica si aggiunsero le pesanti restrizioni applicate durante la pandemia da coronavirus, che durarono più a lungo e furono più pesanti che nella maggior parte dei paesi del mondo. Tra il 2020 e il 2022 migliaia di lavoratori stranieri, soprattutto operatori finanziari, avvocati, giornalisti, lasciarono la città. Molti di loro si trasferirono in altri grossi centri finanziari asiatici, come Dubai e Singapore.

La prima fase della ripresa di Hong Kong è stata determinata proprio da un nuovo afflusso di persone e capitali dalla Cina. Nel 2023 e nel 2024 il numero di professionisti provenienti dal resto della Cina è praticamente quintuplicato, e c’è stato un aumento nella quantità degli investimenti cinesi. Negli ultimi tempi molte ricche aziende cinesi si sono quotate alla borsa di Hong Kong, contribuendo a mantenere il dinamismo economico della città.

I capitali dalla Cina sono diventati così tanti che Hong Kong quest’anno ha superato la Svizzera come maggiore centro mondiale per la gestione dei patrimoni all’estero. Significa che la quantità di soldi fatta arrivare a Hong Kong dall’estero (per investimenti e per usufruire di migliori condizioni finanziarie) ha superato quella della Svizzera.

Manifestanti filocinesi a Hong Kong, luglio 2024 (AP Photo/Chan Long Hei)

Manifestanti filocinesi a Hong Kong, luglio 2024 (AP Photo/Chan Long Hei)

Poi il governo locale ha cominciato a cercare modi per far tornare i professionisti stranieri. Ha anzitutto tagliato le tasse: sia quelle sul reddito sia soprattutto quelle sui rendimenti dei fondi di investimento, per attrarre i professionisti della finanza internazionale. La nuova situazione fiscale è così conveniente che John Tozzi, un recruiter statunitense, ha detto a Bloomberg di avere accettato un taglio di stipendio del 30 per cento pur di spostarsi da New York a Hong Kong: comunque ci guadagna.

Negli ultimi anni Hong Kong ha poi provato a migliorare la sua immagine, con campagne pubblicitarie e sui social media che hanno promosso la città anche dal punto di vista del turismo.

Un altro fattore favorevole per Hong Kong è stata la guerra in Medio Oriente, che ha reso meno appetibili i grandi centri finanziari del golfo Persico. Di conseguenza, dopo anni di crisi, nel 2025 la città di Hong Kong ha approvato 31.278 nuovi visti per lavoratori stranieri, più del doppio di quanto non fossero cinque anni fa. Molte aziende occidentali, soprattutto nel settore della finanza, sono tornate a inviare a Hong Kong i propri manager.

Nei quartieri popolari tra gli expat (da expatriate, l’eufemismo con cui vengono chiamati gli immigrati ricchi) gli affitti sono tornati a salire. Nelle scuole internazionali (dove gli expat iscrivono i loro figli) ormai si fatica a trovare posto.

Ci sono ancora però molti ostacoli prima di poter dire che Hong Kong è tornata. Anzitutto se prima della crisi Hong Kong aveva una scena artistica, musicale e culturale fiorente, oggi è molto più simile a una qualunque altra città della Cina continentale, dove gli artisti praticano l’autocensura e ogni espressione culturale anche leggermente fuori dagli schemi viene repressa. Soltanto a luglio cinque persone che lavoravano per librerie indipendenti sono state arrestate con l’accusa di aver venduto libri sovversivi per il regime.

Di fatto l’ostacolo principale alla rinascita di Hong Kong è che ha perso il suo vantaggio competitivo su tutte le altre città della Cina: quello di avere sì ampi legami con l’enorme economia cinese, ma in un contesto di garanzie legali e stato di diritto. Ora che il regime la controlla strettamente, Hong Kong è diventata «soltanto un’altra grande città cinese», ha scritto l’anno scorso Stephen Roach, l’ex capo per l’Asia della banca Morgan Stanley.

In questo senso, la rinascita di Hong Kong è possibile soltanto finché è sostenuta dal regime cinese. Se il regime dovesse cambiare idea, potrebbe arrivare un’altra crisi.