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  • Martedì 4 agosto 2026

Come Giorgia Meloni sta sfruttando la crisi di Ceuta

È la leader europea più critica verso il governo spagnolo di Sánchez: è una mossa elettorale fatta anche di strumentalizzazioni e ipocrisie

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'incontro della NATO ad Ankara, l'8 luglio 2026 (AP Photo/Hussein Malla)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'incontro della NATO ad Ankara, l'8 luglio 2026 (AP Photo/Hussein Malla)
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Gli arrivi in massa di migranti dal Marocco all’exclave spagnola di Ceuta hanno aperto una crisi politica all’interno dell’Unione Europea che verrà affrontata oggi in un incontro tra tutti i ministri dell’Interno dei paesi membri. La crisi è animata soprattutto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la più critica verso il governo di sinistra della Spagna, che sulle politiche migratorie ha adottato spesso un approccio diverso da quello italiano, più restrittivo e rigido.

Meloni ha guidato un’iniziale reazione europea che ha colpevolizzato la Spagna e il suo primo ministro Pedro Sánchez, Socialista, accusato di non sapere gestire la frontiera spagnola ed europea col Marocco permettendo l’arrivo di così tanti migranti. Nei giorni successivi le posizioni di alcuni paesi e delle istituzioni dell’Unione Europea si sono ammorbidite, grazie anche alla rapida risoluzione della crisi, con il rientro e le espulsioni in Marocco di gran parte dei migranti. Non è cambiata però la posizione del governo italiano.

Meloni ha visto nella crisi di Ceuta un’occasione per attaccare un approccio considerato troppo morbido sulla questione dell’immigrazione e per trasformarla in una battaglia politica contro Sánchez, spesso indicato come un modello per la sinistra italiana. Meloni ha usato Ceuta come strumento di campagna elettorale interna: ha descritto la crisi migratoria dello scorso fine settimana come il risultato inevitabile di politiche diverse da quelle repressive e di chiusura totale delle frontiere.

Giorgia Meloni e Pedro Sánchez a Granada, il 6 ottobre 2023 (AP Photo/Manu Fernandez)

Subito dopo l’ingresso di oltre 50mila migranti dal Marocco a Ceuta, Meloni ha “sospeso” l’accordo di Schengen con la Spagna, ripristinando i controlli di frontiera. Poi sabato ha promosso una lettera firmata da 22 paesi che di fatto accusava la Spagna di essere responsabile della crisi, sostenendo che le sue politiche più permissive avrebbero attratto i migranti (quello che viene definito come pull factor).

Il riferimento è alla regolarizzazione di quasi un milione di immigrati senza permesso di soggiorno realizzata dal governo Socialista spagnolo qualche mese fa. Solo Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo non hanno firmato quella lettera, promossa anche dalla prima ministra danese Mette Frederiksen, Socialdemocratica con posizioni molto rigide sull’immigrazione.

All’incontro di oggi tra i ministri dell’Interno europei, il governo Meloni chiederà di accelerare nella creazione di centri per migranti sul modello di quelli aperti dall’Italia in Albania: cioè strutture costruite fuori dal territorio dell’Unione dove le persone migranti vengono portate mentre aspettano che il paese europeo in cui hanno fatto domanda di asilo esamini la loro richiesta. Finora solo la Spagna si è opposta apertamente a questo modello di gestione dei flussi migratori.

In questi giorni gli atti formali del governo italiano sono stati accompagnati da una serie di dichiarazioni di suoi esponenti, a partire dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in sostanza ribadivano l’idea che la Spagna “se la fosse cercata”. Sánchez ha definito queste reazioni «egoiste, polarizzatrici e illegali», accusando anche il governo italiano di essere guidato da pregiudizi, fake news e interessi politici.

Il governo spagnolo ha evidenziato i dati sugli ingressi in Europa nei primi sei mesi del 2026, mostrando come la stragrande maggioranza degli arrivi non avvenga in Spagna: oltre 16mila migranti sono approdati in Grecia attraverso il Mediterraneo orientale, 15mila in Italia attraverso quello centrale, poco più di 10mila in Spagna, compresi i 3mila passati per la rotta che porta alle Canarie.

Migranti dormono su una spiaggia di Ceuta, il 3 agosto 2026 (AP Photo/Bernat Armangue)

Il legame tra la situazione a Ceuta e la regolarizzazione di migranti già presenti in Spagna è debole, ed è un espediente politico legare i due fenomeni. Diverse testate hanno inoltre raccontato come siano diversi i governi in Europa che stanno portando avanti politiche simili a quelle della Spagna per quanto riguarda la regolarizzazione di stranieri già presenti sul proprio territorio.

Germania e Grecia hanno attuato regolarizzazioni, seppur di dimensioni minori rispetto alla Spagna, mentre in Italia la misura scelta è il cosiddetto “decreto flussi”, cioè la norma decisa dal governo che ogni anno determina quanti stranieri extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia, calcolati sulla base delle esigenze del mercato, con notevoli problemi. Spesso funziona come una sanatoria mascherata, venendo utilizzata perlopiù da stranieri già presenti sul territorio italiano ma senza qualche forma di permesso di soggiorno.

Per rispondere alle esigenze di manodopera espresse da aziende e imprenditori, i numeri del decreto flussi sono notevolmente aumentati, almeno sulla carta: il governo ha programmato di concedere una cifra massima di 590.700 permessi di soggiorno e lavoro fra il 2022 e il 2025 (da quando Meloni è al governo), e altri 500mila da qui al 2028: nel 2024 la quota era doppia rispetto al 2021. Il decreto poi per come è strutturato funziona male, per cui non ci si avvicina mai alla cifra massima: nel 2025 sono stati rilasciati permessi di soggiorno regolari per sole 14.349 persone, su 181.450 ingressi programmati, il 7,9 per cento del totale (lo abbiamo spiegato in modo più dettagliato qui).

Il quotidiano francese Le Monde invece ricorda come il governo Meloni nel 2023 si trovò a dover gestire una crisi simile a quella di Ceuta, anche se di dimensioni minori. Avvenne quando circa 10mila migranti approdarono in pochi giorni sull’isola di Lampedusa. Allora Meloni chiese la solidarietà europea, chiese che altri paesi si facessero carico di ospitare parte di quei migranti (senza successo) e ottenne l’intervento della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Le Monde scrive: «Tre anni dopo aver ottenuto il sostegno dei suoi partner, Giorgia Meloni utilizza le immagini dell’exclave come leva per isolarne uno: la Spagna».

C’è un aspetto in tutta questa storia che si considera poco. Le politiche di Sánchez sul tema dell’immigrazione sono considerate perlopiù molto permissive e aperte, ma non è proprio così.

La Spagna ha avuto sì un approccio più deciso rispetto ad altri paesi sulla regolarizzazione dei migranti, ma molti di questi migranti erano quasi sempre arrivati in aereo con un visto turistico, provenienti soprattutto da paesi sudamericani. Le politiche adottate dal governo di Sánchez ai confini sono da sempre molto rigide, talvolta violente, e fanno ricorso a strumenti considerati illegali dal diritto internazionale, come i respingimenti.

Anche la rapida risoluzione della crisi di Ceuta è passata attraverso l’uso dell’esercito, l’accompagnamento più o meno forzato di migranti verso il confine e un approccio assai rigido che ha privato le persone entrate nell’exclave di cibo e acqua.