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  • Lunedì 3 agosto 2026

Il Marocco ha grandi ambizioni e grandi problemi

Vuole proporsi come potenza nel Mediterraneo, anche grazie al calcio e all'appoggio di Stati Uniti e Israele, ma democrazia e benessere sono ancora incerti

Rabat, 12 gennaio 2026 (AP Photo/Themba Hadebe)
Rabat, 12 gennaio 2026 (AP Photo/Themba Hadebe)
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Il tentato esodo di oltre 50mila migranti dal Marocco verso l’exclave spagnola di Ceuta è iniziato nel giorno della Festa del Trono, il 30 luglio, che celebra l’anniversario dell’inizio del regno di Mohammed VI: quest’anno era il 27esimo. Da qualche anno la festa ha toni sempre più entusiastici usati per celebrare i traguardi macroeconomici del paese, la costruzione di grandi infrastrutture e una crescente rilevanza internazionale. Il Marocco ha ambizioni da potenza nel Mediterraneo, ma appena possono molti giovani marocchini continuano a emigrare all’estero per mancanza di posti di lavoro, di servizi di base soddisfacenti e di libertà democratiche.

La crisi di Ceuta si è risolta in meno di un giorno: sabato la maggior parte dei migranti era già tornata in Marocco. È però un’ulteriore conferma delle grandi distanze che rimangono fra le ambizioni economiche e politiche del Marocco, sostenute anche da Stati Uniti e Israele, e la situazione reale con cui buona parte dei suoi abitanti deve confrontarsi quotidianamente.

Durante le ultime proteste del settembre del 2025, nelle quali sono state arrestate centinaia di persone, questa distanza era riassunta da uno degli slogan dei manifestanti: «Meno stadi, più ospedali». I giovani protestavano contro gli enormi investimenti fatti nelle infrastrutture per i Mondiali di calcio del 2030, che il Marocco organizzerà con Spagna e Portogallo, e quelli insufficienti per migliorare le pessime condizioni della sanità pubblica o del settore dell’istruzione. Il governo del Marocco considera invece i Mondiali uno strumento decisivo per acquisire maggiore rilevanza economica e politica a livello internazionale, e quindi ha tutto l’interesse a puntarci.

Il grattacielo Mohammed VI a Salé: il più alto in Marocco, inaugurato ad aprile (AP Photo)

Negli stessi giorni della crisi di Ceuta e della festa nazionale marocchina, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ringraziava con un post sui social e un video celebrativo il re Mohammed VI, che tra le altre cose gli ha intitolato l’autostrada fra Tiznit e Dakhla. Si chiamerà “autostrada Donald Trump” e non è un’autostrada qualsiasi, ma un’opera lunga oltre 1.000 chilometri e da 1 miliardo di dollari che collega il nord del paese con il sud, e soprattutto con il Sahara Occidentale.

Il Sahara Occidentale è un ampio territorio non autonomo che il Marocco rivendica come proprio da decenni (da quando lo abbandonò la Spagna, potenza coloniale). Il Marocco ne occupa buona parte e il governo lo presenta come proprio, chiamandolo «le province del sud». Nell’area è attivo il Fronte Polisario, un movimento locale che invece lotta per fare del Sahara Occidentale uno stato autonomo: controlla una striscia di territorio al confine con Algeria e Mauritania, ed è sostenuto dall’Algeria. I rapporti del Marocco con l’Algeria sono quindi pessimi e negli scorsi anni il governo marocchino ha minacciato ritorsioni contro i paesi che intrattengono relazioni che giudica troppo strette con l’Algeria: è successo a Francia e Spagna.

Il Sahara Occidentale negli ultimi anni è stato al centro della politica estera del Marocco, che ha usato leve economiche, diplomatiche e migratorie per ottenere il riconoscimento internazionale della propria sovranità su quel territorio. Gli Stati Uniti lo riconoscono come marocchino dal 2020, quando il Marocco aderì agli Accordi di Abramo, avviati durante il primo mandato di Trump e che prevedevano la normalizzazione delle relazioni diplomatiche ed economiche tra Israele e vari paesi arabi (una questione da sempre molto complicata).

Da allora i rapporti del Marocco con Stati Uniti e Israele sono molto stretti: anche Israele ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale e ci sono collaborazioni strette sia in campo militare sia economico. Il Marocco è stato uno dei primi paesi a entrare nel Consiglio di pace di Trump, l’organismo creato per gestire il processo di pace e la ricostruzione nella Striscia di Gaza (entrambi sono fermi), e dovrebbe essere il primo paese a inviare forze militari di controllo nella Striscia.

Ha anche firmato con gli Stati Uniti un accordo militare decennale (2026-2036) che prevede investimenti per quasi un miliardo di dollari in armi di fabbricazione statunitense, tra cui missili, elicotteri e jet da guerra. Ci sono già state anche esercitazioni congiunte, proprio nella zona del Sahara Occidentale. Questi enormi investimenti dovrebbero rendere il Marocco una delle maggiori potenze militari del Nordafrica.

I generali Michael Langley (Stati Uniti) e Mohammed Berrid (Marocco), durante le esercitazioni congiunte del 2025 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

Altri progetti puntano sullo sviluppo economico e sullo sfruttamento delle risorse, grazie anche a ingenti investimenti stranieri (3,3 miliardi di dollari nel 2025): i settori che hanno visto il maggiore sviluppo sono quelli dell’energia rinnovabile, le miniere di fosfati (proprio nel Sahara Occidentale), e le industrie di veicoli elettrici e di batterie. Il Marocco ha costruito nel 2010 un enorme porto sul Mediterraneo, quello di Tangeri, e ne costruirà altri due, a Nador (sempre nel Mediterraneo) e sulla penisola di Dakhla, sull’Atlantico, dove arriva “l’autostrada Trump”.

Il re Mohammed VI in visita allo stabilimento di Casablanca della Safran, dove si costruiscono motori per aerei, nell’ottobre del 2025 (AETOSWire)

Oltre a costruire nuovi stadi, in vista dei Mondiali del 2030 prevede lavori per migliorare i trasporti interni, le capacità ricettive e aeroportuali. Punta a ospitare la finale del torneo (la sede non è ancora stata decisa, l’alternativa è la Spagna) e a trasformare quell’occasione in un ulteriore momento di affermazione del proprio status di potenza nella regione e di connessione fra Europa, mondo arabo e il resto dell’Africa, con estensioni verso il Nordamerica attraverso le rotte atlantiche.

Tutti questi investimenti sono possibili perché effettivamente l’economia del Marocco negli ultimi anni è molto cresciuta, ma anche perché le risorse sono perlopiù convogliate in grandi infrastrutture e non nel miglioramento immediato delle condizioni degli abitanti. Nonostante le molte opere pubbliche, la disoccupazione in questi anni non si è ridotta: secondo i dati del governo è circa dell’11 per cento, ma è tre volte superiore fra i giovani fra i 15 e i 24 anni. Secondo la Banca Mondiale nell’ultimo decennio la popolazione in età lavorativa è cresciuta dell’11,4 per cento, ma i posti di lavoro solo dell’1,4 per cento. Il PIL pro capite nel 2025 è stato di 4.600 euro, contro i 38.600 della Spagna o i 43.300 dell’Italia.

A questo si aggiungono condizioni molto precarie della sanità pubblica, delle scuole e delle università, e periodi di siccità sempre più frequenti che condizionano l’agricoltura e la vita quotidiana, anche per carenze nella rete idrica.

Una parata militare con un ritratto del re Mohammed VI nel 2022 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

Queste situazioni e la scarsa fiducia della popolazione nella possibilità di cambiare le cose attraverso il voto e la normale vita politica hanno portato a proteste, forte astensione e costante emigrazione.

Il Marocco è un paese con tendenze autoritarie, dove il dissenso è punito con arresti. Nel 2020 per esempio si parlò molto, anche all’estero, dei giornalisti investigativi Omar Radi e Soulaimane Raissouni, condannati per spionaggio e reati sessuali con accuse e prove che varie ong hanno considerato costruite ad arte: sono stati graziati dal re nel 2024.

Il rilascio del giornalista e attivista Omar Radi dalla prigione di Tifelt dopo la grazia, il 29 luglio 2024 (AP Photo)

Il paese non è una democrazia piena: si svolgono elezioni con vari partiti – le prossime sono il 23 settembre – ed esiste un’alternanza al potere, ma anche nella nuova Costituzione del 2011 i poteri del re restano molto ampi.

Mohammed VI di fatto controlla buona parte della politica marocchina, a partire dalla coalizione trasversale attualmente al governo, con partiti di centrodestra e centrosinistra, di approccio tecnico e liberale. Inoltre è a capo del Consiglio dei ministri, che prende le decisioni più importanti in tema di politica estera e interna, può promulgare leggi attraverso i decreti regi senza passare dal parlamento, e mantiene una legittimazione religiosa e una consolidata rete di potere che attraversa le più importanti espressioni della società e dell’economia marocchina.

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