Diritto e Giustizia si è spaccato

Il partito di estrema destra polacco ha cacciato l'ex primo ministro Morawiecki e 36 parlamentari, in una delle peggiori crisi della sua storia

L'ex primo ministro polacco Mateusz Morawiecki durante una conferenza stampa a Varsavia, il 24 luglio
L'ex primo ministro polacco Mateusz Morawiecki durante una conferenza stampa a Varsavia, il 24 luglio (RADEK PIETRUSZKA/EPA)
Caricamento player

Il partito di estrema destra Diritto e Giustizia (PiS), che ha governato la Polonia dal 2015 al 2023, è alle prese con una delle crisi peggiori della sua storia. Venerdì scorso il cofondatore e presidente Jarosław Kaczyński ha cacciato Mateusz Morawiecki, ex primo ministro e tra i massimi dirigenti, e una trentina di parlamentari, accusandoli di complottare contro di lui. Il risultato politico è un indebolimento di Diritto e Giustizia, la principale forza dell’opposizione al governo europeista di Donald Tusk, a poco più di un anno dalle elezioni previste a ottobre del 2027.

Si è arrivati alla scissione per un ultimatum di Kaczyński e dopo mesi di tensioni con Morawiecki.

Kaczyński ha 77 anni, domina la politica polacca da decenni ed è una figura ingombrante nel partito. È risaputo che fosse in disaccordo con Morawiecki sulla tattica per vincere le elezioni. Morawiecki puntava a convincere l’elettorato conservatore più moderato, passato con Tusk. Kaczyński invece vuole inseguire due partiti ancora più a destra di Diritto e Giustizia, Confederazione Libertà e Indipendenza e Confederazione della Corona polacca, che negli ultimi anni gli hanno sottratto consensi.

Jarosław Kaczyński durante un discorso nella sede di Diritto e Giustizia, il 24 luglio

Jarosław Kaczyński durante un discorso nella sede di Diritto e Giustizia, il 24 luglio (LESZEK SZYMANSKI/EPA)

A marzo Kaczyński aveva scelto come candidato primo ministro Przemysław Czarnek, ex ministro dell’Istruzione con posizioni ultranazionaliste e di integralismo cattolico. La mossa era stata interpretata come un modo per marginalizzare Morawiecki, che sarebbe stato il candidato più naturale e alle elezioni del 2019 aveva portato Diritto e Giustizia al risultato migliore (anche nel 2023 il partito era arrivato primo, ma non era riuscito a formare una maggioranza in parlamento).

Ad aprile Morawiecki aveva creato una nuova associazione, Rozwój Plus (Sviluppo Plus), presentandola come una specie di think tank. Allora c’era stato un primo scontro con Kaczyński, risolto con l’impegno di tenere l’associazione dentro al partito. Morawiecki aveva parlato di «due polmoni» per sostenere che due indirizzi diversi potessero coesistere e contribuire allo stesso obiettivo, peraltro rispolverando una formula dell’ultima stagione di scissioni in Diritto e Giustizia, nel 2011.

– Leggi anche: Polonia e Ucraina stanno litigando a causa della Seconda guerra mondiale

Nel frattempo Morawiecki aveva girato la Polonia e fatto iniziative a nome di Sviluppo Plus, indispettendo Kaczyński. La settimana scorsa Kaczyński aveva dato tempo fino alla mezzanotte di venerdì a tutti i parlamentari per firmare una dichiarazione di fedeltà in cui impegnarsi a non aderire ad associazioni interne. Sviluppo Plus non veniva citata esplicitamente, ma era chiaro che fosse l’obiettivo.

Kaczyński ha sostenuto che non fosse un ultimatum, dicendo di avere firmato la dichiarazione lui stesso, ma nei fatti lo era. Non hanno firmato 37 parlamentari, che sono stati espulsi insieme a Morawiecki (anche se da allora uno ci ha ripensato).

Nella pratica le espulsioni priveranno Diritto e Giustizia dello status di gruppo parlamentare più numeroso: lo diventerà quello del partito di Tusk, Piattaforma Civica, anche se i parlamentari espulsi non hanno ancora cambiato formalmente gruppo. Morawiecki stesso, sui suoi profili social, si presenta tuttora come il vicepresidente di Diritto e Giustizia. È funzionale a svincolarsi dalla narrazione di Kaczyński, del tradimento, e accusarlo specularmente di una leadership che non tollera il dissenso.

Il primo ministro polacco Donald Tusk, a Varsavia il 13 luglio

Il primo ministro polacco Donald Tusk, a Varsavia il 13 luglio (EPA/LESZEK SZYMANSKI)

I guai di Diritto e Giustizia sono ovviamente una buona notizia per Tusk. Il suo governo non è riuscito a realizzare varie riforme attese – a partire dal ripristino del diritto all’aborto – a causa della frammentazione della coalizione. Le principali le ha fatte sull’immigrazione, con un approccio securitario simile a quello dei governi di Diritto e Giustizia; altre sono state bloccate dai veti del presidente Karol Nawrocki, espresso dalla destra.

Nel 2025 proprio la vittoria di Nawrocki, al ballottaggio contro un candidato del partito di Tusk, era stata considerata una bocciatura del governo europeista. Anche se l’attuale ministro degli Esteri, Radosław Sikorski, ha scherzato dicendo che «amo così tanto Diritto e Giustizia che ne preferisco due», la scissione degli avversari non azzera le possibilità di vittoria della destra alle elezioni dell’anno prossimo.

Il politologo Antoni Dudek ha detto a Gazeta Wyborcza, uno dei principali giornali polacchi, che «quanto è successo non significa, come alcuni credono, che la destra abbia già perso le elezioni. Solo perché è divisa, non significa che non possa ottenere più di 230 parlamentari», cioè la maggioranza.

A un ipotetico partito di Morawiecki i primi sondaggi attribuiscono il 6,2 per cento. È vero che Diritto e Giustizia è ai minimi storici ma, alleandosi con gli altri due e con Morawiecki, potrebbe comunque ottenere la maggioranza dei seggi. In questo scenario, in caso di negoziati e concessioni reciproche, paradossalmente Morawiecki avrebbe più possibilità di tornare primo ministro che se fosse stato indicato dal suo ex partito.