Israele sta costruendo un muro nella Striscia di Gaza
Per dividere il territorio che occupa da quello di Hamas: non era quello che dicevano gli accordi
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Da diversi mesi nella Striscia di Gaza l’esercito israeliano sta costruendo un confine permanente per separare il territorio della Striscia che ha occupato militarmente da quello sotto l’autorità di Hamas. È un terrapieno di alcuni metri, in alcuni punti più alto, presidiato dall’esercito e affiancato da un fossato. La popolazione non può avvicinarsi e le organizzazioni umanitarie devono coordinarsi con l’esercito per attraversarlo.
Il terrapieno è una relativa novità, e mostra che Israele non ha intenzione di ritirarsi dalla Striscia di Gaza. Corre perlopiù lungo la cosiddetta “linea gialla”, che di fatto delinea un’ampia area lungo tutto il confine della Striscia, lasciandone libera soltanto la parte centrale. La linea gialla segna il confine temporaneo dietro il quale avrebbe dovuto ritirarsi l’esercito israeliano, che aveva invaso la Striscia di Gaza nell’ottobre del 2023 in seguito agli attacchi di Hamas in Israele. Era stabilito nel cessate il fuoco entrato in vigore a ottobre 2025, che però sulle tempistiche era vago e ha finito sostanzialmente per arenarsi.
Il ritiro dell’esercito israeliano dietro la linea gialla era previsto dalla fase 1 di quegli accordi, l’unica a essere stata completata: prevedeva anche lo scambio di prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani, e la fine dei bombardamenti su larga scala (che sono proseguiti in misura minore). Con la fase 2, entrata in vigore a gennaio di quest’anno ma mai realmente attuata, l’esercito avrebbe dovuto arretrare ulteriormente per poi lasciare definitivamente la Striscia nella fase 3.
Parallelamente sarebbe dovuto avvenire il disarmo di Hamas, su cui però non è stato fatto alcun progresso: dal punto di vista di Israele, questa è la ragione che giustifica l’occupazione della Striscia; dal punto di vista di Hamas, il disarmo potrà avvenire solo dopo che Israele si sarà ritirato.
Di fatto la fase 2 degli accordi è rimasta solo sulla carta. Gli unici progressi sono stati lo scioglimento a inizio luglio dell’organo con cui Hamas ha governato la Striscia dal 2007, e la formazione a gennaio del Comitato tecnico per l’amministrazione di Gaza, l’organo di transizione che dovrebbe gestire il processo di pace e la ricostruzione. L’obiettivo sarebbe arrivare a una forma di autogoverno della Striscia senza Hamas, ma non ci sono stati cambiamenti concreti.
In questi nove mesi l’esercito non solo non si è ritirato ma ha gradualmente ampliato la zona sotto il proprio controllo. La linea gialla, inizialmente contrassegnata a terra con dei blocchi di cemento gialli, è stata progressivamente spostata verso il mare, riducendo ulteriormente lo spazio abitabile per i palestinesi.
Anche dove è concesso loro di stare, comunque, la vita è sostanzialmente impossibile: due anni di bombardamenti hanno distrutto quasi ogni edificio, casa o infrastruttura, e la ricostruzione non è mai iniziata: buona parte dei circa 2 milioni di gazawi vive in campi per sfollati e Israele controlla tutto ciò che entra ed esce.
In base agli accordi, in questa fase l’esercito israeliano dovrebbe controllare il 53 per cento della Striscia di Gaza. Nella pratica le espansioni di questi mesi lo hanno portato oltre il 60. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva ordinato all’esercito di arrivare al 70. «Cominciamo così», aveva detto.
Nella parte che occupano, le forze israeliane hanno demolito la maggioranza degli edifici, dei terreni agricoli, delle infrastrutture. Al loro posto hanno costruito avamposti militari da cui controllano la Striscia. Avvicinarsi è pericoloso: nonostante il cessate il fuoco, da ottobre sono più di mille i palestinesi uccisi.
Dall’inizio di quest’anno l’esercito ha poi avviato la costruzione del terrapieno, che segnala l’evidente intenzione di rendere il confine più definitivo di quanto lo sia ora. Per il momento non corre lungo tutta la linea gialla: l’esercito ne ha costruiti 23 chilometri, circa la metà di quelli che servirebbero per circondare l’area sotto il controllo di Hamas (detto che ha comunque tre lati, perché da uno c’è il mare). Di questi, la sezione centrale è lunga circa 17 chilometri. Poi ci sono due porzioni più corte, a nord e a sud.

Soldati israeliani vicino alla linea di demarcazione che delimita la parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, 26 maggio 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)
I lavori stanno accelerando. Secondo un’analisi di Associated Press la porzione meridionale è stata estesa da 500 metri a 2,4 chilometri in due settimane, tra il primo e il 15 di luglio. In alcuni punti, il terrapieno si spinge già oltre la linea gialla: a Rafah, secondo un’analisi delle immagini satellitari condotta da Haaretz, è 1.300 metri più in là; a Khan Yunis 400 metri.
Diversi esponenti del governo e dell’esercito in questi mesi hanno dichiarato apertamente l’intenzione di rimanere nella Striscia a tempo indeterminato. Già a dicembre del 2025 il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir aveva parlato della linea gialla come di un nuovo confine. L’aveva definita una «prima linea di difesa per gli insediamenti [israeliani]» e una nuova «linea d’attacco» contro Hamas.
A maggio il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva detto che l’obiettivo finale del governo è favorire quella che ha chiamato una «migrazione volontaria» dei palestinesi fuori dalla Striscia: secondo l’ONU, è una forma di pulizia etnica. A giugno il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva infine dichiarato che il progetto per la costruzione di tre avamposti nel nord della Striscia di Gaza era pronto, e che i ministeri coinvolti attendevano solo l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu per procedere con i lavori.



