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  • Venerdì 24 luglio 2026

La salita più famosa del ciclismo

L'Alpe d'Huez non è la più difficile e di certo non la più bella, eppure

Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar, tra gli altri, passano per "la curva degli olandesi" sull'Alpe d'Huez nel 2022 (Michael Steele/Getty Images)
Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar, tra gli altri, passano per "la curva degli olandesi" sull'Alpe d'Huez nel 2022 (Michael Steele/Getty Images)
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Le ultime due tappe di montagna del Tour de France di quest’anno finiscono entrambe nello stesso posto: l’Alpe d’Huez. È inusuale che una moderna corsa a tappe di ciclismo su strada termini per due volte nella medesima località, ma l’Alpe d’Huez vale un’eccezione. Non è la più difficile e nemmeno la più scenografica. Ma è storica: il Tour ci è arrivato oltre 30 volte e proprio sull’Alpe d’Huez ci fu il primo arrivo di sempre in cima a una salita: nel 1952, con vittoria di Fausto Coppi. Ogni volta che il Tour arriva sull’Alpe d’Huez ad aspettare i corridori ci sono centinaia di migliaia di tifosi.

Ciclismo a parte, l’Alpe d’Huez è una stazione sciistica e una località di villeggiatura che assomiglia più a una città che a un paesino di montagna. Per il ciclismo – che dà alle salite i nomi delle località verso cui conducono – l’Alpe d’Huez è una salita lunga 13,6 chilometri con una pendenza media del 7,9 per cento. Da suo versante più famoso, quello che sale da Bourg d’Oisans, ha una strada larga e 21 tornanti.

L’Alpe d’Huez è nel comune di Huez, nel dipartimento dell’Isère, nel sud-est della Francia. Il confine italiano non è molto lontano: Cesana Torinese è a un centinaio di chilometri. Quest’anno il Tour de France arriva da quelle parti da nord, dopo due tappe in cui non è successo molto: anche perché tutti aspettavano l’Alpe d’Huez.

È un Tour che lo sloveno Tadej Pogačar ha dominato fin dalle prime tappe. Ne ha vinte quattro, ha scelto di non vincerne almeno altre due (la seconda, che ha lasciato al suo compagno di squadra Isaac Del Toro, e la 15esima, di fatto regalata a Remco Evenepoel) e in classifica generale ha quattro minuti e mezzo di vantaggio proprio su Evenepoel, che è secondo. Sono parecchi a questo punto della corsa, specie considerando che il danese Jonas Vingegaard, il principale avversario di Pogačar nelle ultime cinque edizioni della corsa, è caduto e si è ritirato.

Le tappe dell’Alpe d’Huez – la 19esima di venerdì 24 luglio e la 20esima di sabato 25 luglio – sono le ultime due che potrebbero cambiare la classifica, prima del finale di domenica a Parigi, con passaggio da Montmartre e arrivo agli Champs-Élysées. Ma difficilmente ne cambieranno il primo posto, visto quanto più forte degli altri è stato finora Pogačar, che è parso quasi annoiato dall’assenza di veri rivali. Ma è l’Alpe d’Huez, e sono quindi tappe molto attese, a prescindere da tutto il resto.

L’enorme presenza di pubblico, facilitata dalla ricettività dell’Alpe d’Huez e dalla vicinanza di una città da circa 150.000 abitanti come Grenoble, è una delle cose che rendono l’Alpe d’Huez una salita «da Hollywood», come la definì il giornalista francese Jacques Augendre. Altre salite del Tour e del ciclismo in generale vengono affollate da decine di migliaia di tifosi, ma non c’è confronto con ciò che accade sull’Alpe d’Huez: a molte persone della corsa interessa relativamente, sono lì soprattutto per fare festa. E il posto in cui si fa più festa è il settimo tornante, noto come “la curva degli olandesi”.

Si chiama così perché negli anni Settanta un prete nederlandese, Jaap Reuten, suonò le campane per festeggiare la vittoria di tappa del connazionale Joop Zoetemelk. Lo fece ancora per le vittorie dei corridori olandesi negli anni Settanta e Ottanta, e da allora quello specifico tornante è diventato sempre più arancione: a prescindere dalla presenza di forti atleti nederlandesi, nei Paesi Bassi il ciclismo è molto seguito, e nel ciclismo il tifo spesso prescinde dall’identificazione con gli atleti del proprio paese.

All’inizio, però, l’Alpe d’Huez non fu granché, di certo non a livello di pubblico. Quando nel 1952 ospitò il primo arrivo in salita del Tour «c’erano quattro gatti», scrisse l’inviato dell’Unità Attilio Camoriano. La salita era ghiaiata, per le biciclette dell’epoca era molto dura e Coppi guadagnò un vantaggio tale da rendere quasi superflue le tappe successive. Tutti motivi per cui Jacques Goddet, a capo dell’organizzazione della corsa, non fu soddisfatto dell’Alpe d’Huez, e per 24 anni il Tour non ci tornò.

Fausto Coppi e Jean Robic al Tour de France del 1952 (Universal/Corbis/VCG via Getty Images)

Uno dei motivi per cui l’Alpe d’Huez divenne così nota negli anni Settanta e Ottanta fu l’iniziativa di un proprietario di hotel della zona, Georges Rajon. Durante una vacanza in Slovenia rimase colpito dalla numerazione dei tornanti del passo Vršič e decise che era una cosa da riproporre anche per l’Alpe d’Huez. Oltre a questo, Rajon convinse altri imprenditori locali che valeva la pena investire molti soldi per farci arrivare il Tour.

Oggi i tornanti sono numerati (il 21esimo è il primo, il numero 1 l’ultimo prima della cima), ma anche dedicati ai corridori che hanno vinto sull’Alpe d’Huez. Il tornante numero 21 è dedicato per esempio a Coppi e Lance Armstrong, nonostante entrambe le vittorie di quest’ultimo sull’Alpe d’Huez gli siano state tolte a causa della positività al doping; il tornante numero 4 è dedicato a Roberto Conti e Demi Vollering, che vinse la tappa del Tour de France femminile terminata sull’Alpe d’Huez nel 2024.

– Leggi anche: Perdere, e vincere, il Tour de France per quattro secondi

Tra 1976 e 2008 l’Alpe d’Huez ha fatto parte del percorso del Tour per ben 25 edizioni su 33, nel 1979 addirittura con due tappe e mai mancando per più di un’edizione di fila. Col passare degli anni è diventata sempre più familiare a chi segue il ciclismo, e ambita da chi gareggia al Tour. Uno dei nederlandesi che vinsero sull’Alpe d’Huez negli anni Settanta, Hennie Kuiper, disse che vincere lì è «come vincere i Mondiali».

Pur non essendo nemmeno la più dura nei dintorni, la salita dell’Alpe d’Huez è stata spesso decisiva per il Tour, perché spesso arriva poco prima della fine, e perché storia, tifo e voglia di molti di vincerla ed entrare nella storia del ciclismo la rendono comunque una cosa a sé. Nel 2008 lo spagnolo Carlos Sastre vinse la tappa e ottenne la maglia gialla, simbolo del primato in classifica. Pochi giorni dopo vinse effettivamente il Tour.

Nel 1986 Greg LeMond, in maglia gialla, fu attaccato dal suo compagno di squadra Bernard Hinault. Alla fine i due arrivarono insieme, e ne uscì una delle foto più famose nella storia del Tour.

Il tempo più veloce di ascesa è di Marco Pantani, che nel 1995 completò la salita in 36 minuti e 40 secondi. C’era così tanto pubblico a bordo strada che Pantani disse di essere salito «alla cieca, in un mare di gente che ti si apriva davanti».

Paragonare i tempi di salita è spesso fuorviante, perché dipendono anche dal meteo, dalle condizioni di corsa o dalla stanchezza accumulata nelle ore e nei giorni precedenti. Ma si sta parlando parecchio del fatto che venerdì Pogačar – ormai a un livello in cui spesso gareggia con la storia più che contro gli avversari – potrebbe battere il record di Pantani: la 19esima tappa del Tour del 2026 è molto corta e le due precedenti non sono state molto impegnative. Soprattutto, finora Pogačar non ha mai vinto sull’Alpe d’Huez.

La tappa di sabato è una rivisitazione di un grande classico. Quando è da quelle parti il Tour affronta in sequenza le salite della Croix de Fer e del Galibier. Sono lunghe più di 25 chilometri l’una, diversi dei quali oltre i duemila metri di quota. Terminato il Galibier il Tour è spesso finito su una delle salite della zona, come Les Deux Alpes o il Col du Granon. Quest’anno fa una cosa un po’ diversa, cioè sale per il Col de Sarenne, rimane in quota passando per una «strada pastorale», scende per un paio di chilometri e risale infine verso, di nuovo, l’Alpe d’Huez.

Quello per il Col de Sarenne è un passaggio contestato e problematico. Pur essendo molto vicino all’Alpe d’Huez, della quale è di fatto il versante occidentale, è il suo opposto: è molto meno antropizzato, la strada è molto stretta e chiusa per gran parte dell’anno e buona parte della salita è molto panoramica. Vivono in questa zona marmotte, volpi, camosci, aquile e galli cedroni, che di certo non apprezzeranno per nulla il trambusto creato dai tanti mezzi a motore che seguono o anticipano la corsa.

Uno dei modi che il Tour trovò per festeggiare la sua 100esima edizione, nel 2013, fu salire due volte verso l’Alpe d’Huez. Dopo il primo passaggio, venne sfruttato il Col de Sarenne come discesa. L’ex ciclista tedesco Tony Martin disse che se lui o un collega avessero commesso un errore, frenando troppo tardi in diverse curve, sarebbero potuti «precipitare per 30 metri» in un burrone.

Il passaggio dal Col de Sarenne durante la 18esima tappa del Tour de France 2013 (Doug Pensinger/Getty Images)

Quando non c’è il Tour de France, l’Alpe d’Huez non è una bella salita su cui pedalare. Tra i ciclisti amatoriali è piuttosto noto che sia poco panoramica, ben più trafficata di tante altre strade di montagna e molto esposta al sole. Al contempo però è una di quelle salite che chi ama pedalare all’insù vuole fare almeno una volta nella vita. Si stima che d’estate almeno mille ciclisti amatoriali al giorno percorrano i famosi 21 tornanti.

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