In Ucraina protestare funziona
Dalla rivoluzione sul granito a Euromaidan, il paese ha una lunga storia di risultati ottenuti in piazza: il licenziamento di Oleksandr Syrsky è solo l'ultimo
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Il licenziamento del capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrsky è il risultato di alcuni giorni di manifestazioni nelle maggiori città ucraine, che hanno coinvolto migliaia di persone. Non sono state proteste enormi, ma comunque rilevanti in un paese in guerra. Erano iniziate dopo la decisione del presidente Volodymyr Zelensky di licenziare il ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, che da tempo era in aperto scontro con Syrsky. I manifestanti sostenevano Fedorov e osteggiavano Syrsky, e alla fine hanno convinto Zelensky a licenziare anche lui.
È una conferma del fatto che in Ucraina protestare funziona. Il paese ha una lunga tradizione di manifestazioni di piazza, che hanno influenzato i momenti più importanti della sua storia, dall’indipendenza del 1991 all’Euromaidan del 2014.

Una delle manifestazioni degli ultimi giorni a Kiev, il 18 luglio 2026 (Paula Bronstein/Getty Images)
È una storia di grandi proteste, con scontri durati mesi e in cui furono uccise molte persone, e di altre minori, ma comunque partecipate e rilevanti. Le manifestazioni sono una costante della storia ucraina recente, e negli ultimi anni sono proseguite nonostante le limitazioni della guerra. La società civile ucraina continua a ritenere le proteste come un elemento fondamentale della propria democrazia, anche in opposizione alla repressione del dissenso attuata in Russia. Zelensky deve ascoltarle.
Oltre al caso di Syrsky, l’aveva già fatto un anno fa: dopo grandi proteste, le prime dall’inizio della guerra, a luglio del 2025 cancellò una legge che riduceva l’autonomia delle agenzie anticorruzione ponendole sotto il controllo politico. Quelle contestazioni coinvolsero direttamente la figura del presidente, ed è una cosa che Zelensky non può permettersi, come hanno confermato il caso di Syrsky e la riluttanza del suo governo ad adottare misure impopolari, per esempio sul reclutamento di soldati.
La legittimità politica di Zelensky durante la guerra dipende dalla sua immagine di “presidente popolare”, tanto più visto che il suo mandato di cinque anni è scaduto nel 2024 ed è stato prolungato in ragione della legge marziale introdotta dopo l’invasione russa. Riguardo al licenziamento di Syrsky, il capo di gabinetto di Zelensky Kyrylo Budanov ha detto: «Le posizioni della società sono state ascoltate. Tenerne conto è la forza che ha sostenuto il nostro paese in questi anni».

Il presidente Volodymyr Zelensky il 26 febbraio 2025 (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
La questione non riguarda solo la popolarità di Zelensky, ma anche la volontà di mantenere l’unità nazionale e di rispettare l’espressione della volontà popolare, diventata una sorta di elemento fondativo della repubblica ucraina.
La storia recente dell’Ucraina è cominciata con una protesta sulla piazza che poi sarebbe diventata piazza dell’Indipendenza, in ucraino Maidan Nezaležnosti, nota come Maidan. Fu la cosiddetta “rivoluzione sul granito” dell’ottobre del 1990, ispirata dalle proteste di piazza Tienanmen in Cina e guidata da studenti sostenuti dal neonato movimento democratico Narodnyj Ruch Ukraïny.
Per 16 giorni un numero crescente di persone occupò la piazza organizzando una tendopoli: chiedevano elezioni democratiche, le dimissioni dell’allora primo ministro Vitaliy Masol e soprattutto che l’Ucraina non firmasse il nuovo Trattato dell’Unione Sovietica, che avrebbe dovuto riformare l’URSS, mantenendola unita. La protesta non fu repressa, si arrivò a un accordo scritto fra manifestanti e governo, che accettò quasi tutte le richieste. Meno di un anno dopo, nell’agosto del 1991, l’Ucraina dichiarò l’indipendenza.
Proteste di massa tornarono per tre mesi fra il 2000 e il 2001, per l’uccisione del giornalista Georgij Gongadze. Divenne pubblica la registrazione di una telefonata in cui il presidente Leonid Kučma chiedeva di rapirlo. I manifestanti chiesero le dimissioni di Kučma e non le ottennero, ma quei mesi contribuirono a creare un movimento di opposizione sempre più forte.

Le proteste della “rivoluzione arancione” a Kiev il 2 novembre 2004 (AP Photo/Ivan Sekretarev)
Nel novembre del 2004 quel movimento divenne protagonista della “rivoluzione arancione”, chiamata così per il colore simbolo dei manifestanti. Il candidato filorusso Viktor Yanukovich aveva appena vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali superando Victor Yushenko, filoccidentale, in elezioni con molti brogli. Le proteste durarono 13 giorni e vi parteciparono centinaia di migliaia di persone, che infine ottennero nuove elezioni. Le vinse Yushenko, che formò un governo di orientamento filoeuropeista guidato da Julia Tymoshenko, una delle protagoniste delle manifestazioni di piazza.
Nove anni dopo il presidente era di nuovo Yanukovich, tornato al potere vincendo le elezioni del 2010. Piazza dell’Indipendenza tornò a riempirsi di manifestanti quando il governo interruppe i negoziati con l’Unione Europea per un accordo di libero scambio, cedendo a pressioni sempre più forti da parte della Russia.
Fu l’inizio del movimento di protesta noto come Euromaidan, durato 93 giorni: la repressione fu violenta, furono uccisi 108 manifestanti, di cui 70 il 20 febbraio 2014, quando i cecchini spararono sulla folla da alcuni palazzi affacciati sulla piazza: l’ordine arrivò da esponenti del regime. Due giorni dopo Yanukovich fuggì in Russia, e negli stessi giorni militari russi occuparono la Crimea, poi annessa in modo illegittimo a marzo. Ad aprile la Russia invase le province ucraine del Donbas.

Fiori sulle barricate dopo l’uccisione di manifestanti in piazza dell’Indipendenza a Kiev, il 26 febbraio 2014 (AP Photo/Efrem Lukatsky)
Le proteste sono continuate anche nel decennio successivo, per questioni come la corruzione della classe politica, un problema ricorrente in Ucraina, o per la liberalizzazione del mercato dei terreni agricoli, una delle prime iniziative del governo sostenuto dal partito di Zelensky, Servitore del Popolo.
Zelensky fu anche inizialmente contestato, nel 2019, per un atteggiamento ritenuto troppo morbido nei confronti delle province separatiste di Donetsk e Luhansk, nel Donbas: era stato eletto con un programma che puntava alla distensione, ma quando iniziò un processo di pace che prevedeva concessioni ai separatisti ci furono proteste. Di fatto ascoltò la piazza, rallentando il programma che avrebbe dovuto portare all’accordo e poi irrigidendo progressivamente le proprie posizioni.
– Ascolta Globo: La guerra decisa dalla piazza, con Anna Zafesova



