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  • mercoledì 4 giugno 2014

Tienanmen, 25 anni dopo

Le foto di com'era e com'è diventata oggi la piazza in cui il governo cinese represse violentemente una manifestazione di protesta, di cui in Cina è vietato parlare

Oggi è il 25esimo anniversario della strage di piazza Tienanmen, avvenuto a Pechino il 4 giugno del 1989. In quell’occasione molti manifestanti che chiedevano riforme democratiche furono uccisi dall’esercito cinese su ordine del governo di Deng Xiaoping, come racconta il diario di quei giorni dell’allora premier cinese Li Peng. Nella repressione persero la vita centinaia di persone, anche se non è mai stato possibile stabilirne il numero preciso.

Le proteste erano iniziate il 15 aprile 1989 dopo la morte del segretario del partito comunista cinese Hu Yaobang, considerato un riformatore liberale. Mezzo milione di studenti, intellettuali e operai marciò fino alla piazza principale di Pechino per chiedere maggiori libertà politiche, libertà di stampa, riforme economiche e la fine della corruzione. Ci furono proteste pacifiche anche in altre città della Cina. Il governo si dimostrò inizialmente incerto se dialogare o meno con i manifestanti, decisi a occupare la piazza fino a quando le loro richieste non fossero state soddisfatte. Il 13 maggio gli studenti iniziarono uno sciopero della fame che diede nuovo vigore alle proteste e conquistò nuovi sostenitori in tutto il Paese. Il governo decise allora di agire e il 20 maggio impose la legge marziale nel Paese. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i convogli dell’esercito popolare entrarono a Pechino.

L’esercito aveva ricevuto l’ordine di sgomberare la piazza entro l’alba e verso le 4:30 del mattino iniziò a sparare contro i civili, mentre i carri armati travolgevano barricate e manifestanti. Alle 5:40 la piazza era stata sgomberata. Il numero dei civili uccisi non è mai stato stabilito (circa 300 per il governo, 3 mila per i familiari delle vittime). La repressione continuò anche nei giorni seguenti: persone sospettate di sostenere i manifestanti furono arrestate in tutta la Cina (e alcune di loro si trovano ancora in carcere), i funzionari del partito che simpatizzavano per le proteste vennero rimossi dai loro incarichi, i giornalisti stranieri furono espulsi dal Paese mentre la stampa nazionale venne fortemente censurata per controllare la copertura del massacro.

Anche quest’anno l’anniversario non sarà ricordato o celebrato ufficialmente. Come ogni 4 giugno, invece, il governo cinese censura, in particolare su internet, ogni riferimento a Tienanmen. Secondo il gruppo di monitoraggio GreatFire.org sono stati bloccati Google, vari servizi collegati come la posta elettronica e agli utenti dei vari social network è stato impedito di cambiare le foto dei loro profili, per timore che venissero diffuse immagini della strage. Alcune parole di ricerca legate al massacro sono state bloccate anche sul sito Sian Weibo, la principale piattaforma di microblogging cinese e l’emoticon a forma di candelina è stato disattivato. Nelle ultime settimane, riporta BBC, le autorità hanno arrestato decine di attivisti per garantire il loro silenzio durante l’anniversario. Amnesty International ha denunciato, in particolare, l’arresto e la sparizione di 48 persone. Il governo, da ieri martedì 3 giugno, ha inoltre aumentato la sicurezza in molte città e in particolare a Pechino dove la piazza è stata circondata da decine di auto e furgoni della polizia in tenuta antisommossa e da dove i giornalisti stranieri sono stati allontanati e invitati a non fare interviste sul tema. In serata, a Hong Kong si terrà l’annuale veglia con le candele in memoria delle vittime alla quale è previsto parteciperanno 200 mila persone.

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