Che storia aveva Abderrahim Fakir
L'uomo morto mentre due poliziotti lo immobilizzavano aveva debiti, temeva di essere rimpatriato in Marocco e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra
di Alice Facchini, da Bologna
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Abderrahim Fakir è morto domenica 19 luglio a Bologna mentre due poliziotti lo immobilizzavano e quattro operatori sanitari assistevano alla scena. Si conoscono bene i suoi ultimi minuti di vita, che sono stati ripresi in un video molto circolato e dibattuto in questi giorni. Si sa invece pochissimo di lui e del perché si trovasse lì.
C’è un verbale del pronto soccorso che suggerisce che Fakir soffrisse di disagio psichico: il 20 giugno si era fatto un taglio in un polso ed era andato in ospedale a chiedere di parlare con uno psichiatra. Nel referto c’è scritto che l’uomo era «vigile e orientato, di umore deflesso ma tranquillo». In quel momento non era seguito da un Centro di salute mentale, la struttura pubblica del territorio per la cura dei disturbi psichiatrici.

Il verbale del pronto soccorso del 20 giugno 2026, che mostra che Fakir aveva chiesto di parlare con uno psichiatra
Domenica la polizia era intervenuta dopo aver ricevuto una segnalazione secondo cui Fakir era«in escandescenza»: nell’audio della telefonata (ma non si sa se sia l’unica arrivata alle forze dell’ordine) una persona dice che Fakir sta urlando e prendendo a calci i portoni dei garage di un palazzo. Non è ancora chiaro cosa fosse successo poco prima, e a parte il verbale del pronto soccorso non si sa se a Fakir fossero stati diagnosticati problemi psichici. Non ci sono conferme ufficiali nemmeno su altri problemi di salute: qualche conoscente ha detto che era cardiopatico e che soffriva d’asma.
Abderrahim Fakir aveva 42 anni ed era in Italia da quando ne aveva sette: era nato in Marocco e si era trasferito a Bologna con tutta la famiglia. Non aveva la cittadinanza italiana, ma aveva i documenti in regola e stava aspettando il rinnovo del permesso di soggiorno.
Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi, in provincia di Bologna, ma aveva molti amici e una parte della famiglia al Pilastro, il quartiere a nord-est di Bologna dove domenica è morto.
«Sabato sera era in giro, stava bene, ha dormito da un amico al Pilastro. Domenica mattina non so cos’è successo», racconta Mike El Gana, che vive al Pilastro e che conosceva Fakir da quando era un bambino: «La sua era una delle prime famiglie marocchine arrivate a Bologna negli anni Novanta. È sempre stato una bravissima persona, un pezzo di pane», dice.
Fakir viene descritto da tanti come una persona gentile. A Bologna era ben integrato e aveva tanti amici. In passato aveva avuto precedenti penali, che sono stati messi in fila in un comunicato diffuso il 20 luglio dal segretario del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese.
Nel 2003 venne arrestato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Andò a processo e nel 2005 fu condannato in primo grado. Mentre stava scontando la pena agli arresti domiciliari, violò l’obbligo di permanenza nella casa in cui viveva. Sempre nel 2005 fu di nuovo arrestato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Nel 2012 fu condannato in via definitiva a un anno e 11 mesi di detenzione e a 4.800 euro di multa.
«Dal 2012 Fakir ha chiuso i suoi debiti con la giustizia», dice Barbara Spinelli, l’avvocata che lo stava seguendo per il rinnovo del permesso di soggiorno. Molti giornali hanno parlato di altri reati che sarebbero stati commessi tra il 2019 e il 2022, ma secondo Spinelli le notizie diffuse sono false. «Dopo il 2012 Fakir non aveva nessuna indagine in corso e nessuna condanna a suo carico», afferma Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia di Abderrahim Fakir. «Per questo stiamo preparando una querela contro il sindacato Coisp».

Una scritta su un muro a Pisa per Fakir (ANSA/Gabriele Masiero)
Controllando la sua posizione contributiva, dice Spinelli, risulta che dal 2012 in poi abbia fatto molti lavori diversi. Nel 2019 però ricevette l’ordine di esecuzione della pena del 2012, ossia il provvedimento con cui un pubblico ministero ordina la carcerazione, o altre misure alternative alla detenzione, dopo una condanna. Fakir scontò insomma la sua pena diversi anni dopo aver commesso i reati per cui fu condannato, 14 anni dopo, quando ormai «era un’altra persona», dice Spinelli.
«La storia di Fakir sembra il gioco dell’oca di tanti stranieri che arrivano in Italia da piccoli, studiano, finiscono per avere brutte frequentazioni, poi capiscono di aver fatto degli errori e lavorano duro per costruirsi una strada diversa», dice Spinelli. «Cambiare sentiero però non è facile. Il sistema penale e il sistema dei permessi di soggiorno sono un mix esplosivo che impedisce a tante persone di uscire dalla marginalità».
Nonostante tutto, all’inizio del 2025 Fakir riuscì ad aprire una piccola ditta di carpenteria, di cui era il titolare: si occupava di saldature e smerigliature, con lui lavoravano anche altre persone.
Nel frattempo attendeva la risposta per ottenere un permesso di soggiorno per protezione speciale, che ha una durata di due anni e consente di avere un passaporto, e quindi di poter viaggiare: intanto continuava a vivere e lavorare regolarmente sul territorio italiano, grazie alla cosiddetta “sospensiva”, un provvedimento del giudice che lo autorizzava a rimanere in Italia con un permesso temporaneo finché non si fosse concluso il procedimento. Spinelli ha conosciuto Fakir proprio alla fine del 2025, quando aveva iniziato ad assisterlo per la riconferma del permesso di soggiorno.
In quel periodo Fakir cominciò ad avere alcune difficoltà sul lavoro: alcuni clienti tardavano a pagare e, nel frattempo, c’erano le scadenze delle tasse e i suoi lavoratori da pagare. Racconta Spinelli che Fakir era molto preoccupato: «Si vedeva che stava attraversando un momento di sofferenza emotiva forte, anche perché intanto non aveva i documenti, e questo lo angosciava».
A giugno Fakir ha avuto un peggioramento quando ha scoperto che l’Unione Europea stava per approvare un regolamento che prevede misure più severe per rimpatriare più velocemente le persone straniere senza documenti. «Per lui non sarebbe cambiato niente, in realtà, ma la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava», racconta Spinelli, che dice che Fakir parlava di «deportazione», ripetendo spesso: «Ho paura che mi deportano».
Contemporaneamente l’ufficio immigrazione della questura di Bologna gli aveva mandato una lettera per chiedere di presentarsi e chiarire la sua posizione. È una procedura normale, che può avvenire in diversi momenti del percorso di richiesta di asilo di una persona. Fakir però «era andato nel panico», dice Spinelli. Tra giugno e luglio insomma ci sarebbe stato un peggioramento della sua salute mentale, che lo avrebbe portato a ferirsi e a recarsi al pronto soccorso, chiedendo di parlare con uno psichiatra.



