Perché non dovreste costruire un ometto di pietra in montagna
La loro grande diffusione lungo sentieri e pietraie sta diventando un problema a dir poco disorientante
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Per millenni gli “ometti” formati da sassi impilati sono stati tra i più diffusi e importanti segnavia in montagna. La loro presenza, soprattutto su morene e pietraie dove il sentiero principale non è spesso visibile, aiuta a orientarsi e a seguire il percorso più sicuro. Negli ultimi anni, tuttavia, la loro diffusione è diventata un problema: molti vengono costruiti per divertimento, per lasciare il segno del proprio passaggio o per rendere più evocativa una fotografia da pubblicare sui social, alterando l’ambiente e creando confusione lungo i percorsi.
In alcuni sentieri si trovano ormai decine di ometti concentrati in pochi metri quadrati, tanto da rendere difficile distinguere quelli che indicano davvero il percorso da quelli costruiti senza alcuna funzione. La questione ha portato esperti e appassionati di montagna a interrogarsi su come rimediare al problema, che rientra tra gli effetti del sovraturismo montano. Mai come oggi la montagna è stata così accessibile e frequentata, e anche gesti apparentemente innocui, come impilare qualche sasso, possono modificare il paesaggio e avere conseguenze per l’ambiente se sono ripetuti da migliaia di persone.
L’atto di impilare le pietre rappresenta una delle testimonianze più antiche della presenza umana tra le montagne. Storicamente gli ometti venivano costruiti per motivi folkloristici, religiosi e pratici legati all’orientamento, in epoche in cui non c’erano alternative per segnare efficacemente i percorsi da seguire, per esempio per portare il bestiame da una valle all’altra. La loro presenza è attestata in molte aree del mondo, da quelle estreme sopra al Circolo polare artico ai grandi territori della Mongolia, passando per il Tibet e numerosi altri ambienti alpini.
Sulle Alpi, gli ometti sono legati a tradizioni locali specifiche, per quanto mantengano spesso la loro funzione principale di punti di riferimento per orientarsi. In Alto Adige è famosa la zona degli “Stoanerne Mandln”, letteralmente “omini di pietra”, con centinaia di cumuli risalenti a più di cinque secoli fa. Nelle valli alpine piemontesi la loro presenza è attestata da secoli, spesso legata ad antichi culti pagani che successivamente si fusero con quelli cristiani.

(ANSA/MICHELE MENESTRINA)
Di solito un ometto è formato da poche pietre impilate una sull’altra per dare all’insieme una forma che ricordi quella di una persona. Le dimensioni possono variare moltissimo e molto dipende dal punto in cui vengono collocati: più piccoli se direttamente lungo il sentiero, più grandi se indicano una via attraverso i massi di una pietraia. Ma gli ometti possono accogliere anche chi arriva in cima a una montagna e in questo caso, con una scala più grande, la loro funzione è spesso di conservare il libro di vetta, cioè il registro dove si può segnare il proprio nome e il giorno di arrivo della propria ascesa.
Con lo sviluppo della rete sentieristica moderna la marcatura dei percorsi si è arricchita di indicazioni standard, che hanno via via reso meno frequenti gli ometti. Il Club alpino italiano (CAI), per esempio, si occupa di migliaia di chilometri di sentieri indicati con il classico segnavia bianco e rosso. I due tratti di colore vengono dipinti su rocce, alberi o manufatti, di solito dove i sentieri cambiano direzione oppure proseguono in passaggi poco battuti e quindi poco visibili.

Il classico segnavia bianco e rosso e un ometto di pietra (SAT)
Gli ometti sono comunque indicati nei documenti tecnici sulla manutenzione dei sentieri come una buona integrazione ai segni bianchi e rossi, soprattutto in alta quota, dove le indicazioni dipinte rischiano di sbiadire più velocemente o di essere coperte dal ghiaccio e dalla neve. Per questo dovrebbero essere predisposti solo da persone esperte e qualificate, proprio come avviene con i segni dipinti. Gli ometti dovrebbero essere pochi e ben riconoscibili, ma chi va abitualmente in montagna segnala sempre più spesso di imbattersi in una quantità crescente di pile di pietra, messe insieme in modo amatoriale ed evidentemente con scopi diversi.
La montagna è diventata molto di moda (per alcune mete molto, molto di moda), e non tutte le persone che la frequentano hanno piena consapevolezza non solo di che cosa significhi esplorare valli e cime, ma anche di come ci si comporta nel farlo. Vale per le questioni di sicurezza, per la tutela dell’ambiente e anche per gli ometti.
Di recente, il presidente del CAI Alto Adige, Carlo Alberto Zanella, ha paragonato la proliferazione delle pile di pietra a «un fenomeno di massa come le monetine lanciate nella fontana di Trevi». All’ANSA ha detto che: «Sono particolari e tali devono restare, non devono diventare una moda, solo per scattarsi un selfie». Il rischio è che le persone scambino gli ometti prodotti a scopi ricreativi per quelli che hanno invece una funzione di orientamento, con tutti i rischi del caso soprattutto lungo percorsi dove un errore può portare a perdersi o ad attraversare passaggi pericolosi senza l’attrezzatura necessaria.
Nel caso di scarsa visibilità, a causa della pioggia o della nebbia in quota, il rischio di prendere per buono un ometto che in realtà non ha la funzione di segnare il percorso è ancora più alto e può riguardare anche i più esperti, alla ricerca di punti di riferimento. Ma c’è anche un problema di stabilità.
Gli ometti improvvisati sono spesso costruiti senza le conoscenze necessarie per renderli stabili. Lungo percorsi ripidi c’è quindi il rischio che una pila di pietre crolli, magari innescando la caduta di altre rocce che potrebbero colpire le persone nelle vicinanze. A molti sembra un rischio remoto, ma a volte può essere sufficiente un evento atmosferico intenso oppure il passaggio di un animale, che urta l’ometto facendolo crollare.
Spostare una pietra può inoltre sembrare un gesto innocuo, soprattutto in contesti in cui ce ne sono migliaia come in una pietraia, ma in realtà smuoverne anche solo una decina può avere effetti di lunga durata sugli ecosistemi montani. Sotto ai sassi vivono insetti, rettili e talvolta piccoli mammiferi. Le rocce li proteggono dal caldo estivo, dal gelo invernale e dal vento, creando un microambiente indispensabile per la loro sopravvivenza.
Il suolo secca più velocemente e diventa meno ospitale per le numerose specie viventi che popolano anche i luoghi più rocciosi e all’apparenza aridi dei versanti alpini, che tendiamo a immaginare proprio per questo “sterili” e pressoché privi di vita. Sulla superficie delle rocce vivono muschi e licheni che hanno fasi di crescita molto lente, che in alcuni casi richiedono decine se non centinaia di anni per colonizzare pochi centimetri quadrati di roccia.
Nonostante i rischi, per chi frequenta le montagne e per gli habitat, a oggi i club e le associazioni alpine italiane sconsigliano di introdurre divieti espliciti alla costruzione degli ometti di pietra. Sia perché in alcuni contesti questi segnavia sono utili, sia perché sarebbe molto difficile sanzionare chi li costruisce a scopo ricreativo. L’approccio è orientato alla sensibilizzazione sul problema, sulla scia di quello già seguito da tempo per incentivare le buone pratiche montane che non lasciano traccia del proprio passaggio.
Nelle attività di comunicazione e in quelle di formazione, viene ricordato che la bellezza selvaggia degli ambienti montani deriva proprio dalla loro integrità e dall’assenza di manufatti umani dove non è necessario. L’invito è quindi a non costruire nuove pile di pietra o distruggere quelle esistenti, indipendentemente dal luogo e dalla loro apparente sicurezza, in modo che la pratica resti di competenza di chi si occupa di fare la manutenzione dei sentieri.



