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  • Venerdì 17 luglio 2026

Anche al Tour de France si patisce il gran caldo

Quest'estate in Francia si sta sentendo ancor più del solito, e per i ciclisti non è semplice rinfrescarsi

Felix Grossschartner della UAE Team Emirates - XRG si rinfresca durante la nona tappa del Tour de France del 2026 (Tim de Waele/Getty Images)
Felix Grossschartner della UAE Team Emirates - XRG si rinfresca durante la nona tappa del Tour de France del 2026 (Tim de Waele/Getty Images)
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Per la prima volta in 113 edizioni del Tour de France una tappa è stata accorciata per il caldo. Si sta parlando molto del caldo al Tour, la più prestigiosa corsa a tappe di ciclismo, perché i ciclisti ne sono influenzati, le squadre per raffreddarli usano parecchie risorse e le soluzioni non sono facili. Anche perché la gran parte delle corse di ciclismo più importanti si svolge nell’Europa occidentale, dove a giugno le temperature sono state di 3,06 °C al di sopra della media degli ultimi decenni.

La nona tappa del Tour, da Malemort a Ussel, nella Francia centrale, avrebbe dovuto essere lunga 185,5 chilometri, ma è diventata di 155,5. Lo ha deciso la società che organizza la corsa, la Amaury Sport Organisation (ASO), vista una «ondata di caldo eccezionalmente intensa» prevista e poi verificatasi il 12 luglio in quella zona. Per quel giorno nella Corrèze, il dipartimento francese interessato, il servizio nazionale meteorologico francese Météo-France aveva dichiarato l’allerta rossa a causa del gran caldo.

Sono settimane che in Francia le temperature sono molto alte e hanno causato un aumento della mortalità. Fin dalle prime tappe del Tour, che si sono disputate in Catalogna, in Spagna, i ciclisti hanno dovuto pedalare per ore a temperature comprese tra i 35 e i 40 °C. Spesso le tappe cominciano verso mezzogiorno o l’una del pomeriggio e finiscono verso le 17: si tengono insomma nelle ore più calde.

È difficile calcolare che temperatura faccia di preciso sulla corsa, perché le tappe durano diverse ore e attraversano valli, province o regioni. Soprattutto durante una tappa con tante salite, poi, anche l’altitudine è da tenere in considerazione: la sesta tappa per esempio partiva da Pau, a 187 metri di quota, e il punto più alto era sul Col du Tourmalet, a 2.107 metri. Per i dati raccolti dal sito ProCyclingStats, che da anni segue il Tour de France dalle strade francesi, è di gran lunga l’edizione più calda degli ultimi anni, con diverse tappe disputate a oltre 33 °C di media.

Il caldo influisce molto sulle prestazioni dei ciclisti. Il francese Guillaume Martin ha detto che le temperature alte creano molta differenza tra i corridori che riescono a sopportare il caldo e quelli che ne soffrono. Il Tour si è sempre corso a luglio, ed è famigerato tra i ciclisti per il gran caldo. Già in passato c’erano state edizioni in cui «le strade sembrava che si sciogliessero», ma temperature così costantemente alte non si ricordano, dice l’australiano Luke Durbridge, al suo dodicesimo Tour.

Allenarsi al caldo, uscendo in bici durante le ore più calde o replicando condizioni ambientali molto sfavorevoli, è una cosa che certi ciclisti fanno di proposito (quelli più allenati e preparati, per tutti gli altri è meglio lasciar perdere). È stato dimostrato che allenarsi al caldo aiuta a essere più performanti: è il cosiddetto heat training, ovvero «allenarsi vestiti da RIS di Parma». Al Tour e in tante altre gare, però, i ciclisti pensano a vincere la tappa del giorno stesso, qualsiasi sia la temperatura, se piove o se c’è il sole: quindi dopo essersi allenati al caldo, durante le gare provano a evitarlo.

I norvegesi Jonas Abrahamsen e Torstein Traeen si contendono un blocco di ghiaccio alla partenza della quinta tappa (Tim de Waele/Getty Images)

Non è facile raffreddarsi, però, quando bisogna spingere sui pedali a oltre 41 chilometri orari di media (nessuna tappa è ancora scesa sotto i 41, in questa edizione del Tour). Le 23 squadre che competono al Tour schierano molte persone dello staff lungo il percorso di ogni tappa affinché allunghino ai corridori borracce da cui bere, cibo fresco da mangiare, pezzi di ghiaccio messi in una piccola rete da infilarsi dentro la maglietta. Ogni squadra impiega centinaia di chili di ghiaccio ogni giorno per raffreddare i propri ciclisti. Spesso i corridori, specie quando vanno in salita, chiedono ai tifosi di rovesciargli addosso acqua, oppure si bagnano con la borraccia loro o con quella di un gregario.

In tutto un corridore usa circa 25 borracce al giorno. Moltiplicate per 8 corridori per squadra e 21 tappe, fanno molte borracce. Alcune vengono passate ai corridori in corsa direttamente dalle ammiraglie, cioè le macchine delle varie squadre. Quando fa molto caldo, nelle ammiraglie ci sono piccoli frigoriferi che mantengono fresca l’acqua, ma non troppo perché potrebbe causare problemi di stomaco. E i corpi dei ciclisti durante le gare sono già impegnati a digerire – ogni ora – circa 120-150 grammi di carboidrati, parte del sodio perso con la sudorazione e un litro e mezzo d’acqua.

Una delle cose che rendono ancora più caldo il pedalare è la temperatura dell’asfalto: è una superficie scura che assorbe molta più radiazione solare rispetto al suolo e agli alberi, scaldandosi quindi di più. In passato al Tour l’organizzazione aveva provato ad abbassare la temperatura dell’asfalto rovesciandovi molti litri d’acqua, oggi ricoprendola di calce idrata bianca. È una patina che aiuta l’asfalto a rimanere compatto e ad abbassarne la temperatura, ma lo rende anche più scivoloso.

Nella decima tappa il ciclista britannico Tom Pidcock è caduto in una curva su cui era stata sparsa molta calce. Lui l’ha chiamata «merda bianca» e si è arrabbiato.

Anche prima che cominci la tappa, però, i ciclisti sono esposti al caldo. Ogni giorno devono andare al foglio firma, cioè salire su un palco dove vengono presentati al pubblico, e firmare da qualche parte: è obbligatorio, altrimenti non possono partire. Ci sono poi le interviste in zona mista e, in alcune tappe particolarmente corte o importanti, un po’ di riscaldamento.

Finché non comincia la tappa, i ciclisti indossano una specie di pettorina con dentro cubetti di ghiaccio, portano al collo asciugamani inzuppati d’acqua o mangiano ghiaccioli. A volte tenere addosso la pettorina ghiacciata diventa così tanto un’abitudine che ci si scorda di toglierla.

Il francese Paul Seixas si toglie la pettorina col ghiaccio, prima della nona tappa del Tour de France 2026 (Dario Belingheri/Getty Images)

I ciclisti del Tour de France (e i ciclisti professionisti in generale) sono alcuni degli sportivi le cui condizioni fisiche sono meglio monitorate al mondo. La squadra francese della TotalEnergies, per esempio, ogni mattina analizza le urine dei propri corridori, ne determina lo stato d’idratazione e consiglia loro di bere più o meno di conseguenza.

Cubetti di ghiaccio prima della terza tappa del Tour de France del 2026 (Tim de Waele/Getty Images)

Quando la tappa finisce, dopo il traguardo, gli staff delle squadre fanno bere ai corridori molta acqua o varie bevande zuccherate. «Avrò fatto fuori 10mila bottigliette d’acqua», ha detto Pidcock dopo la quarta tappa del Tour. Appena possono, e come riescono, i ciclisti fanno un bagno gelido per ridurre la temperatura corporea.

Pure diverse ore dopo la fine della tappa è importante tenere il corpo a una temperatura non troppo alta. Le squadre più ricche, come la UAE Team Emirates – XRG di Tadej Pogačar, si portano in giro un coprimaterasso refrigerante, altre adottano soluzioni più spartane: se l’hotel è brutto, l’aria condizionata non funziona e le camere sono quelle della caldissima mansarda, o tutte queste cose assieme, si dorme sul balcone.

Il gran caldo fa sì che le maglie dei corridori debbano essere sempre più traspiranti, e se possibile di colore chiaro per assorbire meno luce solare. A volte non è possibile per ragioni di sponsorizzazione o somiglianze: la maglia gialla della Visma Lease a Bike, la squadra del danese Jonas Vingegaard, assomiglia troppo alla maglia gialla che veste chi è primo nella classifica generale del Tour, e quindi anche quest’anno la Visma usa una maglia decisamente più scura.

Trovare soluzioni che possano dare sollievo e garantire condizioni non pericolose ai ciclisti non è facile. Secondo il sito Cycling Weekly il caldo sta creando all’organizzazione del Tour «una crisi esistenziale», ma ASO sta facendo poco più che distribuire ghiaccio alle squadre.

Si discute di far iniziare le tappe alle 10 del mattino, ma finirebbero comunque nelle ore più calde. Accorciare le tappe dove si può è una soluzione a breve termine che ignora il problema principale: «Facciamo cose per raffreddare il corpo [dei ciclisti], ma dovremmo fare cose per raffreddare il pianeta», ha detto il direttore sportivo della Cofidis Bingen Fernández.

Il ciclista più forte del mondo, Tadej Pogačar (che peraltro gareggia per una squadra finanziata da uno stato che non sembra la voglia smettere con i combustibili fossili), ha detto che il caldo gli ha causato un gran mal di testa durante la quarta tappa. «Cambierei l’intero calendario», ha detto Pogačar, ma è molto difficile far combaciare temperature ideali, interessi dei tifosi e interessi televisivi per tutte le grandi corse.

Almeno nel breve periodo, infatti, è improbabile che il Tour abbandoni il mese di luglio, per molti motivi: tradizione, coincidenza con la festa nazionale della presa della Bastiglia (il 14 luglio) e presenza di altre gare importanti nelle settimane precedenti e successive. Oltre al caldo, nella zona meridionale della Francia, sui Pirenei, una catena montuosa al confine con la Spagna, ci sono stati grandi incendi a inizio luglio. Buona parte della terza tappa del Tour, che arrivava a Les Angles, sui Pirenei orientali, si è svolta quindi senza pubblico a bordo strada.