È già finito l’entusiasmo per le azioni di SpaceX?

Rispetto ai primi giorni di quotazione il prezzo è sceso parecchio, per ragioni tecniche ma anche per un po' di realismo

Il fondatore di SpaceX Elon Musk su uno schermo del Nasdaq di New York, il giorno della quotazione in borsa, il 12 giugno 2026 (Adam Gray/Bloomberg)
Il fondatore di SpaceX Elon Musk su uno schermo del Nasdaq di New York, il giorno della quotazione in borsa, il 12 giugno 2026 (Adam Gray/Bloomberg)
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Lo scorso 12 giugno SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, si era quotata in borsa con l’offerta pubblica iniziale (IPO) più grande della storia: nessuna azienda, cioè, quotandosi per la prima volta aveva mai raccolto così tanti soldi dalla vendita delle proprie azioni. È passato poco più di un mese, e dopo le prime settimane di grandi rialzi il valore delle azioni è sceso persino sotto al loro prezzo iniziale, cioè 135 dollari.

Ci sono ragioni tecniche, ma soprattutto sembra che il grande entusiasmo per i titoli di SpaceX sia già finito. In parte è fisiologico: le aziende di nuova quotazione attirano sempre molto interesse nelle prime fasi, ma poi le negoziazioni si normalizzano. Per un’azienda come SpaceX però è un problema enorme, dato che il valore delle sue azioni è sostenuto quasi esclusivamente da quel genere di entusiasmo intorno ai suoi progetti. I risultati economici, infatti, sono ancora insoddisfacenti.

L’IPO è appunto il processo con cui un’azienda privata offre per la prima volta le proprie azioni sul mercato e si quota in borsa, permettendo a chiunque di comprarle e venderle. SpaceX aveva raccolto 75 miliardi di dollari dagli investitori vendendo una frazione molto piccola delle sue azioni: il 4,2 per cento in tutto (questa frazione è chiamata flottante), cioè 555,6 milioni di azioni, al prezzo di 135 dollari l’una, a fronte di una richiesta di quattro volte tanto. In quel momento l’azienda partiva da un valore di 1.770 miliardi, ottenuto cioè moltiplicando 135 dollari per tutte le azioni dell’azienda.

Nel giro di tre giorni di negoziazioni il prezzo era salito a 218 dollari: l’azienda era arrivata a valere quasi 3mila miliardi di dollari, superando il valore di aziende come Amazon e Microsoft. In pochi giorni Elon Musk era diventato la prima persona al mondo ad avere un patrimonio di più di mille miliardi di dollari, e centinaia di persone (dirigenti, dipendenti, primi finanziatori) che detenevano quote dell’azienda avevano potenzialmente raddoppiato la loro ricchezza.

Già al quarto giorno in borsa le cose sono cambiate, e il prezzo ha cominciato a scendere.

Il prezzo delle azioni di SpaceX, dalla quotazione (Fonte: Investing.com)

Ci sono innanzitutto ragioni tecniche. Il fatto che rispetto alla richiesta ci fossero così poche azioni (il 4,2 per cento del totale) ha creato all’inizio una certa competizione per accaparrarsele, gonfiando il prezzo; nei giorni successivi i volumi delle compravendite si sono normalizzati e il prezzo è sceso.

Sta poi per finire il cosiddetto periodo di “lock up”, cioè il lasso di tempo dopo la quotazione in cui ai dipendenti e ai soci storici viene proibito di vendere le proprie azioni (che ricevono come compenso), per evitare di aumentare troppo l’offerta e destabilizzare il mercato. Molti investitori oggi vendono le azioni di SpaceX perché sanno che tra poco scadrà questo blocco e i dipendenti inizieranno a vendere in massa le loro quote per incassare, facendone scendere ulteriormente il prezzo (se la domanda rimane uguale e l’offerta aumenta, il valore di un bene diminuisce).

Ma al di là di questi movimenti tecnici, che comunque contribuiscono a spiegare il grande calo del prezzo di questi giorni, il fatto che il prezzo delle azioni sia sceso persino sotto il prezzo iniziale di emissione, anche se di poco, è indicativo del fatto che l’entusiasmo intorno all’azienda si è perlomeno affievolito. E non perché di colpo abbia cominciato ad andare male, ma perché è subentrato il realismo.

A determinare il prezzo delle azioni sono infatti perlopiù valutazioni intangibili sull’azienda. Si vede dal rapporto prezzo/ricavi, che mette in relazione la valutazione in borsa di un’azienda con i suoi ricavi annuali, cioè con quello che mostra più concretamente l’andamento dei suoi affari. Un rapporto prezzo/ricavi ordinario sta attorno ai 10: le grandi aziende tecnologiche tradizionali come Google, Amazon, Meta o Apple, al momento delle loro quotazioni in borsa, l’avevano in media di 10,7.

Quello di SpaceX ha sfiorato i 100 al momento della quotazione: aveva cioè una valutazione spropositata rispetto ai ricavi reali, che poi è pure salita.

La dirigenza di SpaceX mentre festeggia l’inizio delle negoziazioni delle azioni al Nasdaq (AP Photo/Frank Franklin II)

Questa differenza per molti è giustificata dalle grandi potenzialità di SpaceX, ma per i più critici il rapporto non considera i rischi e i successi che deve ancora dimostrare di poter raggiungere entro pochi anni.

SpaceX costruisce i razzi che portano in orbita i satelliti, ma nel tempo ha allargato le sue attività al settore delle comunicazioni e dell’intelligenza artificiale. Oggi possiede la più grande rete di telecomunicazioni satellitari del mondo, Starlink, e sta investendo enormemente nella potenza di calcolo necessaria per sviluppare le intelligenze artificiali e nei data center, gli edifici che ospitano i server usati per far funzionare, per esempio, servizi cloud e chatbot di intelligenza artificiale.

La scommessa dell’azienda è che questi tre settori – spazio, comunicazioni e intelligenza artificiale – non siano mercati separati, ma parti della stessa infrastruttura. È un piano molto ambizioso, che però assorbe tantissimi soldi e che ancora sta dando scarsi risultati economici nel complesso.

Le diffidenze per questi rischi sono compensate da una combinazione di due fattori in particolare: il fatto che il proprietario di SpaceX sia Elon Musk, personaggio con enormi disponibilità economiche, visto da molti come difficilmente fallibile in quest’ambito e molto influente nella politica statunitense, che può in parte indirizzare a proprio vantaggio; e poi il fatto che l’azienda abbia una divisione di intelligenza artificiale, tecnologia che negli ultimi anni ha attirato enormi investimenti con la promessa di rivoluzionare la società e l’economia (tanto che se ne parla spesso anche come di una bolla).

Tutto questo contribuisce a generare tra gli investitori la voglia di possedere a tutti i costi un pezzetto di SpaceX, anche se significa pagare prezzi esagerati.

Ma mentre l’andamento delle azioni può essere influenzato da tutte le tendenze intangibili e dalle promesse raccontate fin qui, ci sono titoli che invece mostrano meglio lo stato di salute delle azioni: le obbligazioni. Mentre le azioni sono quote che danno a chi le possiede la proprietà di un pezzetto dell’azienda, le obbligazioni sono titoli con cui si prestano i soldi all’azienda, che poi vengono restituiti con gli interessi alla scadenza.

Chi possiede un’azione è un socio dell’azienda; chi ha un’obbligazione è un creditore. Sono due ruoli molto diversi: il socio valuta la capacità dell’azienda di fare profitti nel lungo termine, e quindi può permettersi anche di prendere in considerazione le promesse spiegate finora; il creditore invece deve valutare solo la capacità dell’azienda di restituire il prestito, dunque fa valutazioni molto più concrete e realistiche sui suoi affari.

A fine giugno SpaceX ha emesso obbligazioni per raccogliere 25 miliardi di dollari: appena arrivate sul mercato si sono deprezzate. È un problema per due motivi. Il primo è che, in questo modo, gli investitori che per qualsiasi motivo volessero vendere i titoli prima della scadenza ci rimetterebbero. Ma è un problema anche per SpaceX, perché per ragioni tecniche il prezzo delle obbligazioni è inversamente proporzionale al tasso di interesse che garantiscono: e più il tasso di interesse sale, più significa che il mercato percepisce l’azienda come rischiosa. Se un’azienda che ha bisogno di così tanti capitali per i suoi progetti viene percepita come sempre più rischiosa, allora è possibile che in futuro abbia più difficoltà a farsi prestare soldi, e soprattutto che diventi più costoso farlo.

I rendimenti sulle obbligazioni di SpaceX sono saliti fino al 7,5 per cento circa. Per un’azienda di queste dimensioni è un tasso molto alto, che di solito si associa a società con un profilo di rischio non trascurabile. Non è un problema immediato, perché l’azienda su queste obbligazioni pagherà comunque gli interessi concordati all’inizio, al momento dell’emissione. Ma il mercato delle obbligazioni anticipa quello delle azioni: se i grandi creditori istituzionali iniziano a pretendere tassi d’interesse più alti per prestare denaro a SpaceX, significa che considerano i suoi piani su intelligenza e spazio meno sicuri di quanto non sembrassero durante i festeggiamenti della quotazione.