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  • Lunedì 13 luglio 2026

Gregari, scalatori, velocisti e passisti

Il ciclismo su strada è pieno di ruoli, e in una corsa come il Tour de France ci sono quasi 200 corridori, ma solo meno di 10 che puntano a vincerlo

Tadej Pogacar e i suoi compagni di squadra della UAE Team Emirates - XRG al Tour de France 2026 (Dario Belingheri/Getty Images)
Tadej Pogacar e i suoi compagni di squadra della UAE Team Emirates - XRG al Tour de France 2026 (Dario Belingheri/Getty Images)
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Quasi tutti coloro che gareggiano al Tour de France, la corsa a tappe più importante del ciclismo su strada, sanno già che non lo vinceranno: oltre al superfavorito Tadej Pogačar, sono meno di dieci quelli che anche solo ci provano davvero. Gli altri non sono lì per quello e a dirla tutta non ce la farebbero proprio a vincerlo, nemmeno provandoci. Per molti, tra i 184 che lo iniziano, è già un successo finirlo; per tanti già una vittoria di tappa (ce ne sono 21, i cui tempi complessivi formano la classifica generale) è quasi impensabile. E allora che ci stanno a fare tutti gli altri, sotto il sole di luglio, a pedalare da Barcellona a Parigi passando per Pirenei e Alpi, per oltre tremila chilometri?

Fanno il loro lavoro, ricoprono un ruolo specifico all’interno di una delle 23 squadre in gara, ognuna delle quali ha a sua volta obiettivi e ambizioni di diverso tipo. Alcune sono lì per vincere la classifica generale, quindi il Tour vero e proprio, ottenendo la maglia gialla finale sul podio di Parigi; altre sono lì per vincere una o più tappe, per indossare maglie diverse, e un po’ meno importanti, rispetto a quella gialla (come quella bianca a pois rossi), oppure anche solo per farsi inquadrare e menzionare il più possibile.

Dentro le squadre i corridori hanno compiti diversi, spesso più d’uno, a volte cambiandoli a seconda della loro condizione o delle esigenze del momento. C’è chi va in fuga per provare a vincere la tappa, chi aiuta il proprio capitano (il corridore più forte) facendolo stare nella propria scia o passandogli borracce. I capitani hanno a loro volta obiettivi diversi: c’è chi punta alla vittoria finale, chi a vincere una tappa in volata, chi a piazzarsi tra i primi 10 nella classifica finale. A seconda degli obiettivi del capitano, e a seconda del tipo di tappa e percorso, cambia insomma anche il ruolo di chi lo aiuta, che nel gergo ciclistico (che pesca da campi semantici molto vari) è noto come gregario.

Ruoli, mansioni e gerarchie dipendono da qualità e caratteristiche dei corridori, oltre che dal tipo di tappa. Non tutte, infatti, sono ugualmente importanti per la classifica generale. Nelle tappe con poco dislivello è in genere molto difficile creare distacchi significativi, per cui chi punta a vincere un Tour (o un’altra corsa a tappe) deve provare a farlo in salita. Pedalare in salita richiede molta più energia che farlo in piano e gli scalatori migliori (che vanno forte in salita) hanno un grosso vantaggio: possono attaccare, staccare i rivali e guadagnare tempo prezioso per la classifica generale.

È ciò che ha fatto giovedì 9 luglio Tadej Pogačar sul Col du Tourmalet, una salita mitica per il Tour che arriva a oltre 2.100 metri di quota: ha fatto la salita più veloce di tutti gli altri e nei circa 39 chilometri rimasti verso il traguardo ha guadagnato ulteriore tempo, arrivando con quasi tre minuti di vantaggio sul secondo classificato di tappa.

Tadej Pogačar il 9 luglio (Bernard Papon – Pool/Getty Images)

Nel ciclismo ci sono poi le cronometro individuali (o di squadra). Sono tappe particolari in cui i ciclisti partono uno alla volta (o una squadra alla volta) e il tempo impiegato si somma direttamente alla classifica generale. Spesso le cronometro non sono più di due o tre per un Grande Giro (come sono note le tre corse a tappe di tre settimane, in Francia, Italia e Spagna), mentre gli arrivi in salita possono essere anche sette o otto. Senza contare che ci sono anche tappe di montagna, o di collina, che magari arrivano in valle o in pianura, ma comunque dopo migliaia di metri di dislivello. Sono abbastanza rare, ma capita anche che ci siano le cronoscalata, le cronometro in salita.

Chris Harper il 4 luglio a Barcellona, Spagna (Alberto Gardin/Eurasia Sport Images/Getty Images)

Sì, le cronometro sono quelle con i caschi tanto aerodinamici quanto fantascientifici.

A volte è complicato distinguere una tappa pianeggiante per velocisti da una in cui può cambiare la classifica generale, perché non conta solo l’altimetria. Anche il vento, il tipo di terreno (per esempio sterrato o ciottolato), la planimetria e le intenzioni dei corridori e delle squadre possono rendere determinante anche una tappa piatta e semplice.

È utile dividere le tappe in macro-categorie, ma non sempre una tappa di montagna (magari con una salita lunga ma senza grandi pendenze) è più decisiva di una pianeggiante (magari su strade strette, piene di curve e con un forte vento). Il sito del Tour scrive che nel percorso di quest’anno ci sono 7 tappe piatte, 4 collinari, 8 di montagna di cui 5 arrivi in salita, una cronometro a squadre e una cronometro individuale.

Intendiamoci su piatte: la 17esima tappa del Tour è definita piatta perché nei 100 chilometri finali non ci sono grandi salite, ma nella prima parte ci sono ben quattro Gran Premi della Montagna (cioè salite che assegnano punti per la classifica del miglior scalatore, premiata con la maglia a pois) e oltre 2.000 metri di dislivello positivo. Non molti ciclisti o cicliste amatoriali tornerebbero a casa dopo 2mila metri di dislivello descrivendo come “piatta” quella loro uscita in bicicletta.

In base al percorso e agli obiettivi, in genere quelli del capitano, le squadre decidono quali corridori portare o meno a ciascuna corsa. In ogni squadra ce ne sono circa 30, ma solo otto vanno per esempio al Tour: scelto il capitano (possono essercene anche due, con obiettivi simili o anche diversi), i direttori sportivi allestiscono la squadra attorno alle sue o alle loro caratteristiche.

Jasper Stuyven l’8 luglio (Dario Belingheri/Getty Images)

No, la cuffia non è per la musica. È per parlarsi con compagni e direttori sportivi

Chi può, spesso convoca almeno un ciclista che abbia come obiettivo la classifica generale. Di Tadej Pogačar ce n’è solo uno (nel ciclismo contemporaneo e forse in tutta la storia del ciclismo) – ma anche le altre ci provano, quantomeno per un piazzamento.

I ciclisti che possono ambire a un buon piazzamento in classifica generale in gergo si chiamano “uomini (o donne) di classifica”. Al Tour sono circa 25, ma alcuni di questi (come il francese Kévin Vauquelin) non sono in gran forma e sono già usciti di classifica. Lo si dice quando un corridore accumula un ritardo tale per cui non può più ambire a posizioni importanti in classifica generale, e però resta in corsa riadattandosi: può servire per aiutare un compagno, o magari puntare a recuperare un po’ di forma e di energie per provare a vincere una tappa.

Per supportare il suo capitano e uomo di classifica Jonas Vingegaard, la Visma-Lease a Bike ha convocato al Tour diversi tipi di gregari. Ci sono ciclisti fortissimi in pianura (i cosiddetti passisti Edoardo Affini, Victor Campenaerts, Bruno Armirail), forti scalatori  per aiutarlo nelle tappe di montagna (Sepp Kuss, Davide Piganzoli) e altri corridori più duttili (Per Strand Hagenes, Matteo Jorgenson).

Ci sarebbe dovuto essere anche Wout van Aert, uno dei corridori migliori al mondo, che avrebbe avuto un ruolo da tuttofare – un po’ gregario e un po’ battitore libero con eventuale licenza di provare a vincere tappe –  ma si è infortunato poco prima dell’inizio del Tour.

Ma nella pratica, cosa fanno i gregari? Se il capitano fora lo pneumatico della bici in un momento delicato, il gregario gli presta la sua; si fermano in salita per aspettare il capitano, o anche solo gli urlano incoraggiamenti. A volte, anche se non sono Van Aert, ai gregari viene lasciata la possibilità di provare a vincere una tappa (è una cosa che in genere piace molto ai tifosi), o addirittura è il capitano a lasciare che la vincano. Lo ha fatto Pogačar nella seconda tappa di questo Tour, lasciando vincere il compagno – che al Tour è suo gregario, ma altrove, senza Pogačar, fa il capitano – Isaac Del Toro. È un bel gesto verso un compagno, ma anche una dimostrazione di forza agli avversari.

Tadej Pogačar e Isaac Del Toro il 5 luglio (Tim de Waele/Getty Images)

Sì, quel giorno Pogačar indossava la maglia a pois, in questo caso un body a pois. 
No, non dite a chi segue il ciclismo che sembra un pigiama.

Non tutte le squadre, però, puntano alla classifica generale. Alcune hanno come obiettivo vincere quante più tappe possibili. Vincerne anche solo una è difficile e prestigioso, e per chi ci riesce il premio è di 11mila euro, spesso divisi tra i componenti della squadra. Chi vince diverse tappe, inoltre, può pensare di vincere la maglia a punti (che al Tour è verde). È molto ambita dai velocisti, i corridori esplosivi che vincono le volate di gruppo.

La maglia verde premia spesso i velocisti perché assegna punti in base ai piazzamenti, e non si basa invece sul tempo complessivo, che li penalizza molto. Essendo più muscolosi e quindi più pesanti, in salita i velocisti non possono competere contro scalatori che pesano venti o trenta chili meno di loro. Durante le tappe di montagna più dure, l’unico obiettivo dei velocisti è arrivare entro il tempo massimo, ovvero una soglia (calcolata in base alla difficoltà della tappa e al tempo di percorrenza) oltre la quale si viene estromessi dalla corsa. E per farlo fanno il cosiddetto gruppetto, una parola usata in italiano anche all’estero: è il gruppo di chi punta a finire la tappa entro il tempo massimo, senza altre ambizioni.

Il capitano della Soudal Quick-Step al Tour, per esempio, è uno dei migliori velocisti al mondo, Tim Merlier. Quindi i suoi compagni di squadra sono in gran parte molto grossi e potenti, in grado di aiutarlo ad approcciare al meglio volate fatte a 70 chilometri orari.

La Soudal Quick-Step sa benissimo che non potrà vincere il Tour, ma diverse tappe sì. In squadra ci sono anche un paio di corridori (Ilan Van Wilder e Valentin Paret-Peintre) che proveranno a vincere tappe di montagna andando in fuga, ovvero avvantaggiandosi sul gruppo nei primi chilometri di tappa e non venendo più ripresi. Nella scorsa edizione il francese Paret-Peintre ci riuscì sul Mont Ventoux.

– Leggi anche: Il Mont Ventoux da Petrarca a Pogačar

Ci sono anche squadre che provano a fare sia la classifica generale che le volate. Al Tour la Decathlon ha un giovane e promettente uomo di classifica come Paul Seixas, ma ha già vinto una volata con lo sprinter Olav Kooij. La Lidl-Trek ha due ciclisti che puntano a far bene in classifica, Juan Ayuso e Mattias Skjelmose, ma anche un velocista più resistente degli altri velocisti (Mads Pedersen) e diversi corridori forti da mandare in fuga (Quinn Simmons, Mathias Vacek, Carlos Verona).

Poi, ed è parte del bello del ciclismo, della sua imprevedibilità dovuta all’incastrarsi di obiettivi, piani e condizioni di forma di oltre 20 squadre e quasi 200 atleti, c’è anche molto altro. Il 30enne norvegese Torstein Traeen, per esempio, nelle prime tre tappe di questo Tour era riuscito a rimanere abbastanza vicino ai primi in classifica generale. Alla quarta, quindi, è entrato in una “fuga bidone” e ha preso la maglia gialla, simbolo del primato in classifica. Si pensava la potesse indossare per diverse tappe, anche perché aveva accumulato un buon vantaggio e in salita Traeen è uno che si difende. Invece è caduto nella discesa del Tourmalet e si è ritirato dopo la sesta tappa. Aver vestito la maglia gialla al Tour – seppure una maglia gialla transitoria, non quella finale – è il miglior risultato di una comunque già buona carriera.

– Leggi anche: Nel ciclismo è tutta questione di maglie