Roberto Vannacci ha avuto estimatori anche a sinistra
C'entrano le sue denunce sull'uranio impoverito, ma anche il suo antieuropeismo e le sue simpatie per la Russia
di Valerio Valentini
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Roberto Vannacci è chiaramente legato all’estrema destra. La sua esperienza politica, dal 2023 in poi, si colloca in quell’area: prima ebbe contatti con Fratelli d’Italia, poi si candidò alle elezioni europee del 2024 con la Lega, di cui è stato anche vicesegretario federale, infine quest’anno ha fondato un suo partito, Futuro Nazionale, che ambisce a occupare uno spazio ancora più radicale, ancora più a destra della destra di governo. Negli anni precedenti, però, quando il suo progetto di darsi alla politica non era ancora definito, Vannacci ha avuto buone e proficue relazioni anche con ambienti del centrosinistra, godendo della stima di esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle.
Lo si deve essenzialmente all’attivismo di Vannacci contro l’esposizione dei militari italiani all’uranio impoverito in Iraq, dove lui aveva comandato un contingente di circa 800 soldati in una missione internazionale di contrasto all’ISIS tra il settembre del 2017 e l’agosto del 2018.
Quelle sue iniziative miravano anche a delegittimare i suoi superiori, con cui era entrato in contrasto da tempo. Ma vennero poi sfruttate in modo a volte un po’ ingenuo, a volte un po’ opportunistico, da parte di chi cercava di ottenere eventuali prove dell’utilizzo di sostanze dannose per la salute dei militari nei luoghi in cui erano impegnate le Forze armate italiane, oppure da parte di chi voleva sollevare polemiche politiche contro il ministero della Difesa di allora.
Vannacci ebbe ad esempio vari contatti con Gian Piero Scanu, sindacalista e parlamentare per tre legislature con gli ex democristiani di sinistra del Partito Popolare Italiano e poi con il PD, sindaco di Olbia per due mandati e sottosegretario alla Pubblica amministrazione nel secondo governo di Romano Prodi, tra il 2006 e il 2008. Durante il suo ultimo mandato da deputato, Scanu, legato al mondo pacifista cattolico, fu presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito sui militari italiani.

Il deputato Gian Piero Scanu, del PD, presenta la relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito da lui presieduta, a Montecitorio, il 7 febbraio 2018 (LaPresse)
L’uranio impoverito è uno scarto del procedimento di arricchimento dell’uranio (che serve per produrre energia elettrica nelle centrali nucleari o armi nucleari), piuttosto economico e usato in ambito militare dagli anni Sessanta. Diversi soldati hanno sostenuto di aver contratto malattie di vario tipo (in particolare forme di cancro) per aver inalato uranio impoverito polverizzato nelle esplosioni. Finora però non è mai stata dimostrata una correlazione diretta tra l’uranio impoverito e le malattie dei soldati.
I lavori della commissione presieduta da Scanu si conclusero nel febbraio del 2018, e dunque Vannacci, all’epoca ancora in servizio in Iraq, non fu ascoltato né fornì documenti utili alle indagini. Ma oltre un anno dopo Scanu entrò in contatto con lui, quando venne a sapere delle segnalazioni fatte da Vannacci e delle sue iniziative che poi si concretizzarono in un esposto alla procura di Roma e alla procura militare di Roma, contro le presunte inefficienze degli alti comandi proprio per l’uso dell’uranio impoverito.
«Furono contatti per lo più telefonici, dovuti al fatto che io ritenni che le sue denunce si fondavano su elementi concreti», dice Scanu.
In particolare, Scanu ritenne che la versione fornita da Vannacci aiutava «a chiarire alcune incongruenze, se non alcune falsità» che gli sembrava di aver trovato nelle dichiarazioni fatte dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. All’epoca Cavo Dragone era infatti il capo del Comando operativo interforze (COI), quello che coordina l’attività delle Forze armate in Italia e all’estero. «Quando era stato interrogato dalla nostra commissione, fornì risposte poco credibili, per dirla con un eufemismo. Balbettò. Dimostrò scarsa volontà di collaborare. E quando lessi delle denunce di Vannacci, che smentivano proprio la versione di Cavo Dragone, trovai quella sua iniziativa utile e meritoria», dice ancora Scanu.
Oggi però Scanu ci tiene a sottolineare la sua distanza ideologica dal leader di Futuro Nazionale: «Io ho conosciuto due Vannacci: quello che si espose con coraggio contro i suoi superiori per una battaglia lodevole, e poi quello di oggi, il politico, che esprime idee e valori totalmente lontani dalla mia sensibilità».
– Leggi anche: L’inizio della carriera politica di Vannacci è ancora un po’ un mistero
Le iniziative di Vannacci contro i suoi superiori, comunque, non erano del tutto disinteressate. Dal suo ritorno dall’Iraq il generale lasciò trascorrere quasi due anni prima di rendere noto che aveva depositato gli esposti. E si espose pubblicamente solo dopo aver avuto la certezza che non avrebbe mai raggiunto i livelli più alti nelle gerarchie dell’esercito, dovendosi cioè accontentare, al massimo, di ottenere i gradi di generale di divisione, che può essere considerato in sostanza il terzultimo stadio di avanzamento nella carriera di un militare.
Nel frattempo Cavo Dragone era diventato capo di stato maggiore della Marina militare, nel giugno del 2019, e avrebbe poi ottenuto incarichi ancora più prestigiosi: capo di stato maggiore della Difesa, cioè il capo operativo del ministero che dirige le Forze armate, e infine presidente del comitato militare della NATO, l’alleanza militare che comprende gran parte degli stati europei e gli Stati Uniti. Nessuna delle accuse mosse da Vannacci sull’operato del COI, guidato da Cavo Dragone, ha trovato riscontro effettivo in sede giudiziaria.
Prima di spingersi a depositare il suo esposto, però, Vannacci cercò contatti e coperture tra i suoi superiori: più d’uno, chiedendo di restare anonimo, racconta che tra la primavera e l’estate del 2019 Vannacci cercò suggerimenti per capire come muoversi, facendosi ricevere, tra gli altri, anche dall’allora capo di stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli. Fu in questo contesto che chiese e ottenne un colloquio anche con la ministra della Difesa, che era Elisabetta Trenta del Movimento 5 Stelle. Lo ricevette nel suo ufficio poco prima della crisi e della caduta del primo governo di Giuseppe Conte, quello sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega.

La ministra della Difesa Elisabetta Trenta e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, entrambi del Movimento 5 Stelle, durante la parata militare del 2 giugno 2019 a Roma (Roberto Monaldo/LaPresse)
Stando ai ricordi di Trenta, l’incontro avvenne verosimilmente nel giugno del 2019. Vannacci raccontò sommariamente alla ministra quello che aveva fatto in Iraq e le ragioni che lo avevano portato a dubitare dei suoi superiori: Trenta dice che ne ricavò l’impressione di un militare che stava cercando di capire come fosse opportuno o conveniente muoversi, e se da parte della ministra Trenta, o del suo partito, potesse esserci un qualche sostegno nei suoi confronti.
Trenta ricorda che gli parlò del suo impegno a favore delle vittime dell’uranio impoverito, e più in generale per una riforma delle norme e delle procedure sulla tutela della salute dei militari che stava trovando compimento in un disegno di legge da lei proposto, di cui però poi non si fece niente. «Mi accennò alla sua intenzione di procedere con un esposto, e io gli dissi di procedere, se riteneva che fosse la cosa giusta da fare. La mia impressione fu che comunque stesse cercando delle coperture», dice Trenta.
Anche lei, tuttavia, ci tiene a prendere le distanze dal progetto politico attuale di Vannacci. «Su alcuni punti, come la critica a certi approcci dell’Unione Europea, mi trova d’accordo. Su altri, assolutamente no». Quanto all’impegno per la salute dei militari nelle zone di guerra, Trenta racconta di aver maturato una certa diffidenza nei confronti del movimento di Vannacci: «Tempo fa mi contattarono per partecipare a un evento sull’uranio impoverito: all’inizio accettai, poi capii che la mia presenza sarebbe stata strumentalizzata e rinunciai all’ultimo».
L’interesse intorno alle denunce di Vannacci, tuttavia, rimase vivo nel centrosinistra, anche nei mesi seguenti. Gianluca Rizzo, deputato e presidente della commissione Difesa, portò avanti a sua volta iniziative per una riforma a favore della tutela della salute dei militari esposti all’uranio impoverito, e lo fece raccogliendo anche alcuni dei suggerimenti di Vannacci.
Scanu, invece, scrisse la prefazione al libro Baghdad: ribellione di un generale del colonnello Fabio Filomeni, stretto collaboratore di Vannacci e suo assistente durante la missione in Iraq. Fu proprio il libro di Filomeni, autopubblicato su Amazon nel maggio del 2021, a contribuire a rendere nota la vicenda di Vannacci e delle sue denunce. «Tutte le critiche contenute nel volume sono vere! Tutte le denunce, compresa quella fatta dal valoroso Generale Roberto Vannacci, sono rispondenti alla realtà fattuale», scrive tra l’altro Scanu.
La notizia degli esposti depositati da Vannacci è del giugno del 2020. Tra i primi giornali a interessarsene e a dare grande rilievo alla cosa ci fu Il Fatto Quotidiano, generando un certo interesse soprattutto nella Lega e nel Movimento 5 Stelle. I primi a occuparsene furono proprio i senatori salviniani Stefano Candiani e Stefania Pucciarelli, che nel luglio del 2020 presentarono un’interrogazione al ministero della Difesa, guidato da Lorenzo Guerini del PD. Poi, a dicembre, un’analoga interrogazione venne depositata dalla senatrice Paola Nugnes, esponente dell’ala di sinistra del Movimento 5 Stelle che era stata espulsa dal suo partito un anno prima e che avrebbe poi aderito a Rifondazione Comunista e a Potere al popolo.
Del resto proprio queste istanze antimilitariste, portate paradossalmente avanti da un generale dell’esercito, sono state in questi anni una ragione per cui esponenti della sinistra, anche radicale, si interessarono a Vannacci, insieme alle sue esplicite convinzioni filorusse e antiatlantiche e alle sue battaglie antieuropeiste. Si spiega così anche una certa sintonia ideologica tra Vannacci e Marco Rizzo, più volte parlamentare ed esponente di rilievo della sinistra comunista, attualmente coordinatore di Democrazia Sovrana e Popolare, un partito di sinistra nazionalista e antieuropeista, ferocemente ostile all’Ucraina e all’Unione Europea.
Vannacci e Rizzo sono da molto tempo in sintonia, anche grazie a Vittorio Sgarbi, che li mise in contatto. Quando Vannacci annunciò la sua fuoriuscita dalla Lega, Rizzo lamentò il fatto che avesse dato un posizionamento troppo di destra tradizionale al suo nuovo partito, Futuro Nazionale: «Se avesse puntato più sui temi del sovranismo popolare e dell’antieuropeismo, lasciando da parte tutte le parole d’ordine della destra novecentesca, sarebbe stato più facile».
Da settimane Democrazia Sovrana e Popolare è in subbuglio, proprio perché un’ala del partito contesta a Rizzo di voler propiziare, in un modo o nell’altro, un’alleanza con Vannacci.
– Leggi anche: La carriera militare di Vannacci non andò come la racconta lui



