L’euro digitale, spiegato

Chiariamo cos'è e soprattutto cosa non è, visto il dibattito e le mistificazioni che hanno preceduto la prima approvazione al Parlamento Europeo

Il simbolo dell'euro dentro il palazzo della Banca Centrale Europea, a Francoforte (Liesa Johannssen/Bloomberg)
Il simbolo dell'euro dentro il palazzo della Banca Centrale Europea, a Francoforte (Liesa Johannssen/Bloomberg)
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Martedì c’è stata una prima approvazione al Parlamento Europeo nel lungo e complicato percorso che dovrebbe portare all’euro digitale, cioè il progetto di moneta alternativa alle banconote fisiche per pagare digitalmente, nei paesi dell’eurozona, senza passare per i circuiti tradizionali come le carte di credito o il bancomat. Le istituzioni europee ci lavorano da anni: la Banca Centrale Europea aveva cominciato a studiare la fattibilità dell’euro digitale nel 2020, poi la Commissione Europea aveva formulato la proposta di legge nel 2023.

Ma a causa di resistenze nella politica e nella finanza ci sono voluti tre anni affinché il progetto ricevesse martedì la prima approvazione, dopo che a dicembre aveva già ricevuto quella del Consiglio dell’Unione Europea, cioè l’altra istituzione che insieme al Parlamento detiene il potere legislativo. Nelle prossime settimane il regolamento sarà discusso in aula; se poi le negoziazioni finali tra Parlamento e Consiglio avranno un buon esito entro il 2026, l’entrata in vigore dell’euro digitale potrebbe avvenire già nel 2029. Cosa però tutt’altro che scontata.

Visto che intorno al progetto ci sono state alcune mistificazioni, è il caso di definire cos’è l’euro digitale, e cosa non è.

Il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo hanno approvato solo una sorta di cornice giuridica del progetto, per ora, quindi molti dettagli si sapranno più avanti. Quello che si sa è che l’euro digitale sarà una moneta a effettivo corso legale, che dovrà essere obbligatoriamente accettata ovunque nei paesi che adottano l’euro: è possibile che servirà l’installazione di un’app, una sorta di portafoglio digitale in cui tenere la propria disponibilità di euro digitale. Tramite questa si potrà procedere ai pagamenti sui siti di e-commerce e nei negozi fisici, e si potrà anche trasferire il denaro da persona a persona.

La differenza con i normali pagamenti con carta è che tramite l’euro digitale i clienti non pagheranno commissioni, mentre per gli esercenti saranno obbligatoriamente ridotte e regolate per legge, per evitare i costi oggi imposti dai circuiti privati. Questo avverrà in tutti i paesi che hanno l’euro, con le stesse regole per tutti, quindi anche se una persona italiana paga in Francia, per esempio: le commissioni per i pagamenti transfrontalieri esistono ancora e sono ancora comuni tra le banche. In certi casi non sono neanche basse.

I favorevoli al progetto sono i partiti di sinistra e di centro, dunque al Parlamento Europeo il gruppo dei Socialisti (di cui fa parte il Partito Democratico italiano), dei Verdi (di cui fa parte Alleanza Verdi e Sinistra), di Renew (di cui fanno parte Azione e Italia Viva), e parte del Partito Popolare Europeo (di cui fa parte Forza Italia). Sostengono il progetto per la sua gratuità e perché darebbe accesso ai pagamenti digitali anche a chi non ha un conto in banca: l’idea infatti è di poter caricare i contanti dagli uffici postali.

In più l’euro digitale darebbe all’Europa la sovranità nel settore dei pagamenti digitali, che ora dipende in larga parte dai circuiti e dalle app statunitensi, come per esempio Visa, Mastercard, American Express e PayPal. Soprattutto in questo momento in cui gli Stati Uniti non sono più un alleato affidabile, i paesi europei hanno bisogno di ridurre la loro dipendenza anche in questo settore.

I contrari e gli scettici sono i gruppi di destra ed estrema destra dei Conservatori (di cui fa parte Fratelli d’Italia) e di Patrioti per l’Europa (di cui fa parte la Lega). La prima ragione per cui si oppongono riguarda l’eventualità che l’euro digitale sostituisca il contante. In realtà è previsto che sia solo un’alternativa e che il contante rimarrà: come ripetono la BCE e gli addetti al progetto «un euro resterà un euro», a prescindere che sia in moneta o digitale.

La vetrina di un negozio a Lisbona (AP Photo/Armando Franca)

Il desiderio di preservare il contante, d’altra parte, non considera il fatto che ormai i pagamenti sono già di per sé sempre più digitali. Dal 2016 al 2024 l’uso del contante nei paesi europei è passato da più del 79 per cento delle transazioni al 52, ed è sceso dal 54 al 39 se si considera il valore complessivo del denaro scambiato e non il numero di transazioni: la restante parte sono pagamenti fatti con carta, con app o con bonifici. L’Italia è il quarto paese europeo per uso del contante, dopo Malta, Slovenia e Austria: viene ancora preferito per circa il 61 per cento delle transazioni (dall’82 del 2019) e per poco meno della metà del loro valore complessivo. Non è un caso che gli europarlamentari italiani, insieme a quelli tedeschi e austriaci, siano tra i più critici nei confronti dell’euro digitale.

In particolare lo sono stati gli esponenti di Fratelli d’Italia, da sempre sostenitori di quello che definiscono il «diritto al contante». Secondo loro l’euro digitale potrebbe portare a una digitalizzazione forzata dei pagamenti, penalizzando le fasce più anziane e meno istruite. Del resto in Italia il governo di Giorgia Meloni ha aumentato da mille a 5mila euro la soglia legale per il pagamento in contanti.

Sono molto critici anche gli europarlamentari della Lega, insieme al loro gruppo parlamentare, che però sono mossi da altre ragioni. Ritengono che l’euro digitale sia uno strumento per sorvegliare e tracciare i pagamenti, come in parte avviene già con i tradizionali pagamenti tramite carta o bonifici. È però un’opposizione infondata, perché il presupposto dell’euro digitale è che sia davvero alternativo al contante, dunque non tracciabile. Per questa ragione è stato inserito l’obbligo che i pagamenti tramite euro digitale possano avvenire sì in digitale, ma anche senza connessione internet.

Un pagamento in contanti al mercato di Barcellona, nel 2011 (David Ramos/Getty Images)

Questa stessa tesi del controllo sui pagamenti è ampiamente diffusa anche negli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump e i Repubblicani hanno promesso di vietare una moneta digitale della banca centrale negli Stati Uniti: anche la Federal Reserve, come la BCE, sta lavorando da anni a un progetto di questo tipo, che però difficilmente potrà proseguire se il governo non è d’accordo. Il dibattito negli Stati Uniti ha inevitabilmente influenzato la destra europea, rallentando i lavori.

L’opposizione statunitense ha però un’altra ragione: cioè che Trump vuole incentivare l’uso delle criptovalute, settore su cui la sua famiglia ha investito molto e guadagnato altrettanto. In Unione Europea invece c’è ancora una certa opposizione, e anzi chi critica il progetto dell’euro digitale spesso lo accomuna in modo negativo alle criptovalute. Sono però due cose completamente diverse: le criptovalute sono strumenti di investimento soggetti anche a repentine oscillazioni di mercato; l’euro digitale è una moneta di corso legale ed emessa dalla BCE, il cui valore è uguale a quello degli euro fisici.

Infine, l’ultima fonte di preoccupazione intorno all’euro digitale riguarda la concorrenza per il settore bancario e finanziario, che è fortemente contraria al progetto. L’euro digitale infatti sostituirebbe parte dei pagamenti che oggi sono fatti tramite circuito bancario, che quindi perderebbe parte dei ricavi ottenuti tramite le commissioni.

C’è anche il rischio che molti clienti delle banche ritirino i loro soldi in banca per metterli nel portafoglio dell’euro digitale, causando effetti simili a quella che in economia viene chiamata una “corsa agli sportelli”. Le banche usano i depositi dei clienti per concedere mutui e prestiti, fare investimenti, e insomma per la loro attività: questo significa che non hanno mai a disposizione tutti i soldi dei correntisti. Ritirando in massa i loro soldi potrebbero portare al fallimento immediato degli istituti.

Per questa ragione il regolamento in discussione prevede che la BCE definisca un limite dell’importo che si potrà avere sul portafoglio digitale, e che questo non produca interessi così da non fare concorrenza alle banche. I rappresentanti della BCE hanno parlato di un’eventuale soglia di 3mila o 4mila euro, che secondo i loro studi consentirebbe di non danneggiare troppo il sistema finanziario nel suo complesso.