Cosa cambiano per noi comuni mortali tutte queste acquisizioni tra banche

Come clienti, ci deve importare se Intesa Sanpaolo compra MPS? Ci sono conseguenze sul costo di mutui e conti correnti?

di Mariasole Lisciandro

Una filiale di Intesa Sanpaolo a Roma (Alessia Pierdomenico/Bloomberg)
Una filiale di Intesa Sanpaolo a Roma (Alessia Pierdomenico/Bloomberg)
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Un lato poco raccontato delle operazioni grandi ed eclatanti del cosiddetto “risiko bancario” è quello delle conseguenze concrete per i clienti delle banche che in questi anni, e anche negli ultimi giorni, ne sono state protagoniste. “Risiko bancario” è l’espressione con cui ci si riferisce al continuo fermento di acquisizioni e fusioni del settore, che sta portando alla creazione di banche sempre più grandi e che secondo la teoria economica dovrebbe avere due obiettivi: che gli istituti diventino più solidi e capaci di competere a livello internazionale; e che trovino le risorse per innovare e abbattere i costi.

Di questo ha beneficiato il sistema economico nel suo complesso, che si trova con banche più competitive e con meno probabilità di fallire. Ma in qualche forma dovrebbero trarne vantaggi anche i clienti, che in teoria ottengono servizi bancari più convenienti e di qualità. Finora però sembrano averne beneficiato solo le banche e i loro azionisti, che dalle aggregazioni stanno guadagnando parecchio in termini di profitti e dividendi: per le persone comuni e le aziende clienti, invece, per ora sembrano esserci stati perlopiù svantaggi.

Per dare una dimensione a questa concentrazione di mercato (cioè la riduzione del numero complessivo di banche, intese come aziende e non come singole filiali): alla fine del 2024 il sistema bancario italiano era composto da 134 banche, ripartite tra 53 gruppi e 81 banche singole; nel 2014 erano 510.

Pochi grandi gruppi che dominano il settore bancario riducono la concorrenza, e una minore concorrenza significa meno scelta e minori alternative per i clienti, che quindi devono accettare in genere prezzi più alti e condizioni peggiori. Le banche invece riescono ad aumentare i loro profitti senza timore di perdere clienti. La concorrenza è però un tema molto delicato per il settore bancario: un mercato troppo frammentato rischia di compromettere la stabilità del sistema, perché banche troppo piccole sono più instabili; un mercato troppo concentrato invece è solido, ma l’eccessivo potere di mercato dei grandi gruppi rischia di aumentare i costi per i clienti.

Secondo la Banca d’Italia il grande processo di concentrazione del settore finora non ha ridotto la concorrenza, anzi: la quota di mercato delle prime cinque banche è scesa dal 60 per cento circa del 2000 a meno del 50 di oggi. Eppure ci sono alcuni segnali che fanno intravedere qualche peggioramento delle condizioni per i clienti, dovuto anche alla maggiore concentrazione.

Questi segnali sono tre, e sono proprio il motivo per cui le grandi e complicate operazioni tra banche devono interessarci: il costo dei conti correnti; quanto le banche hanno guadagnato dall’aumento dei tassi di interesse degli ultimi anni; e la riduzione dei prestiti alle imprese.

Secondo l’ultima indagine annuale di Banca d’Italia, nel 2024 avere un conto costava in media 101,1 euro all’anno tra commissioni e canone, in aumento di quasi 20 euro rispetto agli 82,2 euro di dieci anni prima. Questo rincaro è un paradosso perché è avvenuto in parallelo a una consistente riduzione dei costi delle banche, che quindi al contrario dovrebbe aver consentito loro di offrire servizi a un costo inferiore.

(Francesca Volpi/Bloomberg)

Quando le banche si uniscono, infatti, diventano più efficienti, condividono le loro divisioni e i loro processi, riuscendo quindi a ridurre il personale e le strutture. A questo si aggiungono i risparmi ottenuti negli anni grazie allo sviluppo tecnologico: il digitale e l’intelligenza artificiale hanno reso sempre più automatizzati i processi interni, per non parlare del sempre maggiore ricorso dei clienti all’internet banking, che ha reso le filiali fisiche sempre più superflue. Tra il 2008 e il 2022 il numero di filiali in Italia si è ridotto del 40 per cento e oggi il 44 per cento dei comuni italiani – i più piccoli e isolati – non ha nemmeno una filiale sul suo territorio.

Le banche spendono meno negli affitti degli spazi delle filiali e negli stipendi dei dipendenti allo sportello, eppure hanno aumentato il costo dei conti correnti.

Secondo Rony Hamaui, docente di economia monetaria all’Università Cattolica di Milano ed esperto del settore bancario, una parte di questi maggiori ricavi è servita inevitabilmente a finanziare a sua volta i grandi investimenti necessari per l’innovazione tecnologica, anche se poi il miglioramento della qualità del servizio è stato a malapena apprezzabile. Molti clienti si lamentano del fatto che mentre le app si riempiono di funzioni per acquistare prodotti, come assicurazioni o prestiti pre-approvati, l’assistenza clienti tramite chatbot o call center spesso non funziona come dovrebbe.

Sul costo dei conti però incidono anche altri fattori, che non hanno a che fare con le aggregazioni delle banche. Per esempio il fatto che è ancora insufficiente la concorrenza delle banche online, che sono quelle che riescono a offrire servizi a prezzi più bassi. In Italia solo il 56 per cento delle persone usa l’internet banking.

A questo si aggiunge una cronica resistenza culturale dei clienti a cambiare banca, che non fa che accrescere il potere di mercato delle banche stesse. Secondo Salvatore Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, è una questione di immobilismo e scarsa cultura finanziaria dei clienti, ma anche di una certa riluttanza delle banche a rendere facile per i clienti andarsene. Eppure la concorrenza in Italia ci sarebbe: il decreto Bersani del 2006 ha cancellato tutti i costi a carico dei clienti che chiudono i conti e reso più facile il passaggio da una banca all’altra.

Dopo i conti correnti, l’altro elemento che fa pensare che con le aggregazioni tra banche le cose stiano peggiorando riguarda quanto sono riuscite a guadagnare dall’aumento dei tassi di interesse di riferimento, deciso dalla Banca Centrale Europea negli ultimi anni per contrastare l’aumento dei prezzi innescato dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina.

Le banche italiane hanno scaricato questo aumento dei tassi di interesse quasi interamente sui clienti, un segnale del loro grande potere di mercato: se avessero notato che i clienti cambiavano banca o che rinunciavano a un mutuo, sarebbero probabilmente state spinte a offrire condizioni migliori, e in parte ad assorbire l’aumento dei tassi per non perdere clienti. Invece non è andata così.

Si vede bene dal fatto che mentre i tassi sui mutui e prestiti sono saliti molto, sono aumentati pochissimo gli interessi che le banche pagano sulla loro cosiddetta attività di raccolta, cioè sui conti correnti, conti deposito e obbligazioni. Semplificando molto, le banche funzionano così: raccolgono i soldi dai clienti e li usano per il loro business, che è prestare soldi e investirli. La differenza tra quanto pagano i loro “fornitori” e quello che si fanno pagare per i prestiti che danno è il margine di interesse, cioè il guadagno tradizionale dell’attività bancaria.

Il grafico qui sotto rappresenta l’allargarsi del margine di interesse: le banche hanno potuto aumentare enormemente i tassi di interesse sui loro prestiti senza temere di perdere i clienti e senza far salire in misura proporzionale quelli che pagano su conti correnti, conti deposito e obbligazioni.

La crescita del margine di interesse, insieme all’aumento dei costi dei conti e alla riduzione dei costi, è il motivo per cui le banche hanno fatto grandi profitti negli ultimi anni. È vero quindi che una maggior concentrazione del mercato ha portato finora il vantaggio più grande alle banche e ai loro azionisti, che hanno incassato negli anni dividendi che non vedevano da parecchio. C’è da dire però che le banche venivano da anni di grande crisi del settore e in cui i tassi di interesse bassissimi avevano ridotto molto i loro margini di guadagno.

Infine l’ultimo segnale che effettivamente le aggregazioni tra banche potrebbero creare un problema per i clienti si vede da come sono andati negli ultimi anni i prestiti erogati alle imprese. Si sono ridotti molto nel tempo: con l’eccezione degli anni della pandemia, in cui erano in vigore alcune misure straordinarie per incentivarli, dal 2011 a oggi il valore complessivo dei prestiti alle imprese si è ridotto del 30 per cento, da 930 miliardi di euro a 651.

Questo è il risultato di diversi fattori, tra cui la crisi economica del 2011, normative più severe sulla concessione di credito e infine anche l’aumento dei tassi di interesse, che ha reso più costoso prendere in prestito dei soldi e quindi potrebbe aver ridotto la richiesta.

Ma è anche il risultato di una maggiore concentrazione del mercato. Banche più grandi sono più riluttanti a fare prestiti alle imprese, per diversi motivi. Senza entrare nei dettagli normativi, basta sapere che i prestiti alle imprese sono ritenuti rischiosi. Per legge, più una banca presta a soggetti rischiosi, più deve dimostrare di avere un patrimonio solido a garanzia di eventuali perdite. Per le grandi banche impegnare il proprio patrimonio nei prestiti alle piccole imprese è diventato meno conveniente rispetto ad attività più redditizie e meno rischiose, come la gestione dei patrimoni e dei fondi d’investimento. Si è quindi vista una riduzione notevole dei servizi più tradizionali per le aziende, che però sono essenziali per il buon funzionamento delle attività produttive.

Le grandi banche hanno rapporti meno diretti con la clientela, e la decisione di concedere o meno un prestito è talvolta il risultato dell’algoritmo centrale, per sua natura impersonale e meno discrezionale rispetto a quello che può garantire un rapporto consolidato tra un direttore di filiale e un’impresa. Oggi sono più che altro le banche locali a garantire buona parte dei prestiti alle imprese.