La Federal Reserve non ha alzato i tassi di interesse
Era la prima, attesa decisione dal cambio di dirigenza: è quella più favorevole a Trump, ma non aiuta con l'aumento dei prezzi provocato dalla guerra in Medio Oriente

Al termine della periodica riunione di politica monetaria la Federal Reserve, la banca centrale statunitense anche nota come FED, ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse di riferimento, che al momento sono in un intervallo tra il 3,5 e il 3,75 per cento. È una decisione molto rilevante, con ricadute sul piano economico, ovviamente, ma soprattutto su quello politico: era infatti il primo provvedimento di Kevin Warsh come nuovo capo della FED.
C’era molta attesa per capire se Warsh avrebbe preso decisioni indipendenti, come una banca centrale deve fare, o se avrebbe invece accontentato Donald Trump, che l’ha nominato e che da mesi chiede che la FED abbassi i tassi. È ancora presto per dire qualcosa al riguardo, ma sicuramente tra le decisioni possibili questa è quella più vicina alle richieste del presidente.
Dal punto di vista economico, l’obiettivo della FED è tenere sotto controllo la crescita dei prezzi, cioè l’inflazione: per via della crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente a maggio è arrivata al 4,2 per cento, il dato più alto degli ultimi tre anni e più del doppio rispetto alla soglia del 2 per cento, quella che le banche centrali reputano non problematica e che associano a un’economia sana.
In una situazione di questo tipo era lecito attendersi che la FED avrebbe alzato i tassi di interesse per contrastare l’aumento dei prezzi, come del resto ha fatto la Banca Centrale Europea la scorsa settimana.
L’aumento dei tassi è uno degli strumenti con cui le banche centrali tentano di tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi. Semplificando molto, se i tassi di interesse di riferimento aumentano, sale anche il costo dei mutui e dei prestiti. L’idea è che le persone e le aziende prendano meno soldi in prestito se questi sono più cari: con meno investimenti e consumi l’economia rallenterebbe e i prezzi dovrebbero smettere di aumentare troppo. È la stessa strategia usata dalle banche centrali dopo l’inflazione generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra in Ucraina.
Sebbene sia lo strumento considerato più efficace contro l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse è una misura generalmente impopolare. Il rincaro dei mutui, che peraltro è già in corso da mesi, è una conseguenza mal tollerata sia da chi deve comprare casa e si ritrova a farlo in condizioni peggiori sia da chi ha un mutuo a tasso variabile, la cui rata segue l’andamento dei tassi di mercato.
Tassi di interesse in aumento sono anche un rischio, e il lavoro delle banche centrali consiste nel manovrarli quanto basta a fermare l’inflazione, senza portare l’economia in recessione. In generale però il rialzo dei tassi rallenta la crescita economica, e questo è malvisto dalla politica.
È la ragione per cui negli scorsi mesi Trump aveva fatto una campagna feroce contro il precedente governatore della FED Jerome Powell, che a suo dire era stato troppo lento e riluttante nell’abbassare i tassi di interesse, dopo che negli anni scorsi la FED li aveva portati al loro massimo storico per contrastare l’inflazione generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra in Ucraina. Lo aveva insultato pubblicamente diverse volte, aveva minacciato di licenziarlo e il dipartimento di Giustizia lo aveva messo sotto un’indagine, e poi archiviata. Il mandato di Powell è scaduto a maggio.
Kevin Warsh era stato scelto da Trump per succedergli: perché ha idee abbastanza eterodosse in politica monetaria e probabilmente perché riteneva di poterne influenzare il lavoro, in violazione della storica indipendenza delle banche centrali. Sono istituti che in linea di principio devono agire solo in risposta all’andamento dei prezzi e dell’economia, dato che i governi le spingerebbero a tenere sempre tassi bassi con l’illusione di una crescita economica eterna, a garanzia del loro consenso ma a scapito della popolazione, che si ritroverebbe a sostenere un costo della vita che non può permettersi.
È presto per dire che Warsh non è un banchiere centrale indipendente. Sarebbe un problema enorme per l’economia mondiale, dato che la Federal Reserve è in assoluto la banca centrale più importante e seguita al mondo: dalle sue decisioni dipendono i mercati finanziari globali e anche l’andamento del dollaro statunitense, la moneta in assoluto più diffusa.

Kevin Warsh durante l’audizione al Congresso per la sua nomina a capo della FED, ad aprile (AP Photo/Jose Luis Magana)
Sarebbe stato eclatante se avesse deciso una riduzione dei tassi, cioè quello chiesto da Trump fino a poco tempo fa ma che sarebbe totalmente controproducente nel contesto attuale di alta inflazione: i tassi si abbassano per risollevare un’economia che cresce poco e in cui i prezzi sono stagnanti, e che ha proprio l’obiettivo di creare inflazione, non contrastarla. È però evidente che tra le due decisioni più realistiche in questa situazione – il rialzo dei tassi e il mantenimento dello status quo – i tassi fermi sono senza dubbio la soluzione che meno danneggia Trump.
Ci sono comunque altri motivi che possono giustificare la decisione della FED.
Innanzitutto Warsh non comanda da solo la FED. La sua politica monetaria è il risultato di decisioni condivise e votate dal consiglio dei governatori, di cui peraltro fa ancora parte Powell. Il capo può indirizzarla solo in parte. La decisione di mantenere i tassi invariati è stata comunque presa all’unanimità dal consiglio.
In più tra gli economisti non c’è consenso su quanto il rialzo dei tassi sia utile nella situazione attuale. Il livello generale dei prezzi è in aumento perché sono rincarati i carburanti e in generale l’energia, dunque cause esogene che non dipendono dall’andamento dell’economia, ma solo dalla guerra in Medio Oriente.
L’unico modo per fermare questi rincari sarebbe che la guerra finisse e i mercati energetici tornassero alla normalità. La FED con il rialzo dei tassi non ha il potere di incidere sui prezzi dell’energia, ma le sue politiche possono però influenzare l’andamento dei prezzi. Dai dati si vede che i rincari energetici ancora non si sono trasmessi del tutto ad altri settori, come i beni da supermercato o i prodotti di largo consumo, e dunque la FED potrebbe aver valutato che sia ancora presto per un aumento dei tassi.
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