Dopo Brexit non ci ha provato più nessuno
I partiti radicali europei che volevano copiarla ci hanno ripensato, vedendo come è andata: ma forse nemmeno all'epoca facevano sul serio
di Matteo Castellucci

Nel giugno di dieci anni fa, quando passò il referendum su Brexit, i leader dei partiti di destra radicale europei esultarono. In molti proposero di imitare l’esempio del Regno Unito e indire un referendum con l’obiettivo esplicito di uscire dall’Unione Europea. Qualcuno ipotizzò che l’Unione Europea non sarebbe sopravvissuta a questa eventuale serie di referendum.
Per limitare un primo campionario all’Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni la definì una «scelta coraggiosa» contro l’Unione che «non si può riformare perché è marcia nelle fondamenta». Il leghista Matteo Salvini parlò di «un gran bel giorno» e si augurò che «l’Italia non sia l’ultima a scendere da questa nave che affonda», prima di chiudere la conferenza stampa facendo il dito medio ai fotografi e, metaforicamente, ai burocrati europei.
Ma più in generale commentarono la notizia in maniera entusiasta la destra nazionalista francese – Marine Le Pen paragonò l’importanza del referendum su Brexit alla caduta del muro di Berlino – e quella tedesca, nederlandese, danese, greca, fra le altre. Oggi, nessuno di questi partiti fa più campagna per uscire dall’Unione Europea. Né Meloni né Salvini né Le Pen si sognerebbero più di usare Brexit come esempio positivo o allettante per gli elettori.

Scatoloni con le firme raccolte, nel giugno 2015, dal Movimento 5 Stelle per fare un referendum sull’euro (Roberto Monaldo/LaPresse)
C’entrano soprattutto ragioni molto evidenti. Stijn van Kessel, che insegna politiche comparate alla Queen Mary University di Londra, racconta che il modo caotico in cui Brexit è stata gestita e i danni che ha fatto all’economia britannica hanno fatto da deterrente, inducendo i partiti nazionalisti in tutta Europa a «pensarci due volte» prima di proporre un referendum simile. Nei sondaggi anche la maggioranza dei britannici pensa sia stata più un fallimento che un successo: persino tra chi nel 2016 votò Leave, cioè per l’uscita, ci sono più persone che la giudicano un fallimento che un successo.
Per diversi partiti europei è puramente una questione di immagine: Brexit è andata così male che è impossibile associarsi a quell’immagine, nonostante di fatto i loro argomenti siano rimasti gli stessi. «I partiti usano lo stesso linguaggio euroscettico, se glielo vai a chiedere, ma palesemente non vogliono più fare dell’uscita la principale priorità del loro programma», dice van Kessel.
Peraltro dal 2016 a oggi vari partiti della destra radicale sono andati al governo, non solo in Italia. Questo li ha indotti a impostare relazioni più pragmatiche con le istituzioni europee: che del resto li hanno accontentati in più occasioni, per esempio con regolamenti più restrittivi sull’immigrazione, attenuando le politiche ambientali, e rifiutandosi di fare passi avanti nel processo di integrazione europea.
Molti di questi partiti, in sostanza, stanno cercando di realizzare i progetti che avevano prima dall’interno delle istituzioni europee.

Marine Le Pen arriva alla conferenza stampa per commentare il referendum su Brexit, il 24 giugno 2016 a Parigi, il cartellone dietro di lei dice: «E adesso la Francia!» (AP Photo/Kamil Zihnioglu)
L’accantonamento di un surrogato locale di Brexit è stato evidente per uno dei partiti di maggior successo dell’estrema destra europea, cioè il Rassemblement National francese.
Gradualmente RN ha rinunciato a Frexit, che era stata una battaglia storica del suo fondatore Jean-Marie Le Pen, orientandosi sull’idea di riformare l’Unione rimanendoci dentro. Marine Le Pen, sua figlia e attuale leader, ancora nel 2020 paragonava l’Unione a «una prigione»: ma già allora escludeva di fare un referendum in Francia, come invece aveva promesso quattro anni prima.
– Leggi anche: Come il Regno Unito arrivò a Brexit
Victor Mallet, a lungo corrispondente da Parigi del Financial Times e autore di un saggio sul partito, spiega che il ripensamento di Le Pen figlia avvenne tra le candidature presidenziali del 2017 e del 2022 (entrambe le volte perse contro Emmanuel Macron). Come molte altre decisioni prese da Le Pen in quel periodo, in cui cercava di mostrarsi più moderata del padre, fu una scelta di convenienza. «Aveva a che fare soprattutto con la politica francese e con quanto gli elettori francesi apprezzano l’euro», dice Mallet. Ma questo «non significa che adesso abbiano politiche favorevoli all’Europa».
Il riposizionamento per una riforma dall’interno delle istituzioni europee è accaduto anche dentro il PVV nederlandese di Geert Wilders e, appunto, dentro Lega e Fratelli d’Italia. C’è invece un partito europeo che, almeno in superficie, non ha troncato con le richieste massimaliste del passato: Alternative für Deutschland (AfD), in Germania.

Il politico britannico Nigel Farage a un evento di AfD a Berlino nel settembre 2017 con l’allora vice leader Beatrix von Storch (Sean Gallup/Getty Images)
La leadership di AfD ha mantenuto una certa ambivalenza. Nel 2024 disse che Brexit restava un modello: poi però non ha incluso la proposta di uscire dall’Unione nel programma per le elezioni parlamentari del 2025.
«Il partito vuole ancora lasciare l’Unione, ma solo se avesse pronto un piano alternativo, per non spaventare troppo le persone», racconta Martin Schmidt, giornalista di RTL che segue AfD e ne ha intervistato varie volte i leader. Nella sua analisi, la componente più corposa del partito è fatta prevalentemente da politici opportunisti, tra i quali l’attuale leader Alice Weidel: che però assecondano l’ala estremista perché più determinata e influente nell’est della Germania, dove AfD ha costruito i suoi primi successi. Rimangiarsi del tutto Dexit indispettirebbe quest’ala.

Un giovane Matteo Salvini durante il suo tour “Basta Euro” della primavera 2014 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Sono in molti, in sostanza, a sostenere che la destra radicale europea si sia limitata a cambiare tattica, come ha sintetizzato fra gli altri il politologo Sergio Fabbrini nel suo recente libro Nazionalismo 2.0: da un euroscetticismo orientato alla secessione a una diversa forma di opposizione all’integrazione europea, il cosiddetto “sovranismo”. Per lo storico Gabriele D’Ottavio, che insegna all’università di Trento, «non significa che il nazionalismo sia scomparso, ma che ha cambiato forma».
D’Ottavio aggiunge anche che Brexit fu un fenomeno intrinsecamente legato alla storia del Regno Unito: un paese che fin dall’inizio aveva avuto un approccio distaccato e piuttosto scettico ai processi di integrazione europea.
Gli stati dell’Europa continentale, su tutti Italia e Germania, hanno una storia diversa, in cui è ancora radicata l’idea che il progetto di integrazione europea sia un’occasione storica di riabilitazione internazionale, dopo la fine del regime fascista e di quello nazista.
Secondo D’Ottavio, in sostanza, per i partiti della destra europea promuovere un’uscita dall’Unione Europea era più una posa che una vera posizione politica: «Molti leader guardavano con simpatia all’esperienza britannica, ma questo non significa che la prospettiva di lasciare concretamente l’Unione fosse davvero praticabile e politicamente perseguibile».



