Come il Regno Unito arrivò a Brexit
Il voto di dieci anni fa fu il risultato di una scommessa politica finita male, ma anche di processi più profondi
di Matteo Castellucci

Il 23 giugno del 2016, dieci anni esatti fa, al referendum su Brexit vinse di misura l’opzione per portare il Regno Unito fuori dall’Unione Europea, 52 a 48 per cento. Nella percezione collettiva sembrano passati molti più anni per le estenuanti trattative che seguirono, per l’instabilità che da allora vive la politica britannica, e perché l’uscita formale avvenne tempo dopo, soltanto nel gennaio del 2020.
L’esito del referendum fu una specie di trauma, tanto per il Regno Unito quanto per il resto dei paesi dell’Unione Europea, che avrebbe perso uno dei membri più importanti nonché la sua principale potenza militare. Brexit fu anche il primo di una serie di voti in Occidente in cui vinse o andò molto bene l’opzione più contraria all’establishment e ai partiti tradizionali a disposizione dell’elettorato: pochi mesi dopo Donald Trump fu eletto per la prima volta alla Casa Bianca, nel 2017 Marine Le Pen arrivò al ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, nel 2018 il Movimento 5 Stelle risultò di gran lunga il partito più votato alle elezioni parlamentari in Italia.
La vittoria del Leave al referendum su Brexit fu raccontata come inattesa e sorprendente, e anche oggi tendiamo a ricordarcela in quel modo. In realtà fu uno sviluppo a cui la politica britannica sembrava indirizzata da tempo.
Il referendum del 2016 non fu neppure il primo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione. Ce n’era già stato uno nel 1975, appena due anni dopo l’adesione alla Comunità Economica Europea, antenata dell’Unione di oggi. Quasi due terzi dei votanti si espressero per continuare a farne parte, ma l’opzione per uscirne fu votata da circa 8 milioni e mezzo di persone.
È utile ripescare un precedente così lontano perché ci dice che l’integrazione europea, dapprima economica e poi politica, è sempre stata un tema divisivo nel Regno Unito, e anche trasversale. Il referendum del 1975 fu indetto da un governo Laburista, la cui ala più radicale del partito chiedeva di votare per uscire promettendo di ottenere condizioni migliorative per il paese, mentre i Conservatori fecero campagna per la permanenza. Negli anni di Brexit, i due partiti si sono comportati in maniera esattamente opposta.

Margaret Thatcher, all’epoca leader dei Conservatori, con una maglia a favore del voto per restare nella CEE rimasta celebre, a Londra nel giugno 1975 (P. Floyd/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)
Anche l’adesione alla Comunità Economica Europea era stata un percorso accidentato. Avvenne con riluttanza dopo che per due volte, nel 1963 e nel 1967, il presidente francese Charles de Gaulle aveva posto il veto sull’ingresso del Regno Unito. De Gaulle spiegava che il Regno Unito non si sarebbe mai sentito parte integrante di una entità politica europea per via del cosiddetto eccezionalismo britannico, ossia sentirsi “altro” rispetto all’Europa continentale, per ragioni storiche – l’esistenza per secoli di un Impero britannico con colonie sparse in giro per il mondo – e geografiche.
In quegli stessi anni il Regno Unito stava dismettendo il suo vastissimo impero e le circostanze internazionali avevano compresso la sua influenza, relegandolo a un ruolo subalterno agli Stati Uniti nella Guerra fredda. È in questo periodo che ottennero larghi consensi le posizioni di chi invece criticava la dismissione dell’impero, per ragioni nostalgiche e fondamentalmente ultra-nazionaliste, oltre che razziste. Il principale sostenitore di questa tesi fu il politico Enoch Powell, a lungo ministro, che però proprio per queste posizioni finì ai margini del Partito Conservatore.
Powell attribuiva la decadenza del Regno Unito all’immigrazione, e oggi è considerato uno dei politici più influenti della storia britannica. Ai suoi tempi era così popolare che contribuì a far vincere le elezioni del 1970 ai Conservatori e a fargli perdere le successive nel 1974, quando appoggiò i Laburisti per via della loro promessa di indire un referendum sulla partecipazione alla Comunità Economica Europea.

Enoch Powell durante un evento politico a Birmingham, in Inghilterra, nel 1974 (Wesley/Keystone/Getty Images)
Fu la prima volta che l’immigrazione divenne un tema così polarizzante nel dibattito pubblico britannico, con una connessione esplicita alla partecipazione del Regno Unito a una forma di unione con l’Europa. La tesi di fondo era che la cessione di sovranità a un’organizzazione europea avrebbe comportato necessariamente anche la perdita del controllo su chi può stabilirsi o meno in territorio britannico. Preoccupazione legittima e fondata, che però una certa retorica radicale trasformò in una specie di paranoia contro i malvagi europei che volevano riempire di stranieri il Regno Unito.
L’immigrazione come principale problema del paese si sovrappose alle regole europee, non solo come limitazione alla sovranità britannica ma come causa del flusso migratorio.
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In questo contesto, nel decennio prima del referendum del 2016 si era verificato un marcato aumento dell’immigrazione verso il Regno Unito. È la linea blu nel grafico qui sotto. Si innestò su una tendenza che era già in crescita dal 1993, per via della libertà di movimento tra i paesi membri istituita dal trattato di Maastricht.
Il Regno Unito aveva (e ha) un mercato del lavoro dinamico e molto attrattivo, ma quell’afflusso era stato anche il risultato di una scelta politica. Nel 2004 entrarono nell’Unione dieci nuovi paesi, soprattutto dall’Europa orientale: il governo Laburista non pose barriere temporanee all’arrivo di lavoratori dai nuovi stati membri, che erano pure previste dagli accordi e furono adottate dalla stragrande maggioranza degli altri paesi (12 su 15). All’epoca la decisione del governo Laburista non incontrò grosse resistenze politiche: l’economia era in espansione e servivano lavoratori in molti settori.
Il fatto però che il Regno Unito fu l’unico fra i paesi più ricchi ad aprire totalmente le frontiere a persone che venivano da Polonia, Slovacchia e Ungheria spinse moltissimi lavoratori migranti a spostarsi in territorio britannico, invece che distribuirsi equamente nei vari paesi dell’Unione. Nel Regno Unito insomma arrivarono molte più persone del previsto, e il governo non accompagnò adeguatamente quel processo.
La demonizzazione dell’immigrazione – di nuovo: europea e legale – fece le fortune di un partito di destra populista fino ad allora piuttosto marginale, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage. Al di là delle mistificazioni di Farage, che accusava i migranti di essere un peso per il welfare britannico, l’arrivo di così tante persone non fu facile da gestire. Solo nel 2015, l’anno prima del referendum, si registrarono nel Regno Unito 270mila persone dai paesi dell’Unione.

Nigel Farage brandisce un passaporto britannico, com’era solito fare, a Llandudno, in Galles, nel febbraio del 2016 (Richard Stonehouse/Getty Images)
Farage aveva da sempre un solo obiettivo: un nuovo referendum. Se n’era andato dai Conservatori proprio perché era contrario alla ratifica del trattato di Maastricht, che istituiva l’Unione Europea. Era parlamentare europeo dal 1999 e raccontava le istituzioni dell’Unione come un regime di burocrati ossessionati dalle regole e dal decidere al posto dei governi nazionali, agevolato in questo dal racconto sensazionalistico che per anni ne avevano fatto i giornali di destra, soprattutto i tabloid.
La richiesta del referendum non era solo un’idea di Farage. L’aveva sdoganata negli anni Novanta un partito monotematico ed effimero, il Referendum Party del milionario James Goldsmith. Goldsmith aveva copiosamente finanziato campagne pubblicitarie contro l’Unione, ma il partito non sopravvisse alla sua morte improvvisa nel 1997. Farage fu molto abile a inglobare nello UKIP i sostenitori e la classe dirigente del Referendum Party.
Lo UKIP aumentò i suoi consensi a ogni elezione, ottenendo risultati clamorosi soprattutto alle Europee, in cui l’elettorato britannico era più incline al voto di protesta e a derogare dalla fedeltà a uno dei due partiti maggiori (Laburisti e Conservatori). Nel 2009 lo UKIP arrivò secondo, nel 2014 addirittura le vinse. È lì che il Regno Unito si incamminò definitivamente verso un referendum sulla permanenza nell’Unione.
Dal 2010 erano tornati al governo i Conservatori. Per effetto dei successi di Farage, che aveva buon gioco a criticare da destra le loro misure di austerità economica, i Conservatori avevano irrigidito le politiche sull’immigrazione. David Cameron, loro leader e primo ministro, assunse anche posizioni sempre più rigide per cercare di sottrarre voti a Farage. A questo scopo, già nel 2013 Cameron aveva promesso di convocare entro il 2017 un referendum sulla permanenza nell’Unione.
Ai tempi Cameron governava in coalizione con i Liberal-Democratici, un partito di centro europeista che non gli avrebbe concesso di indirne uno. Cameron lo sapeva, per questo poteva sbilanciarsi. Nel 2015 però i Conservatori stravinsero le elezioni parlamentari, e Cameron fu costretto a dare seguito alla promessa del referendum.
In campagna elettorale, Cameron fece campagna per rimanere dentro l’Unione. Era parte di un piano che in realtà oggi consideriamo una grossa scommessa politica.
Cameron contava sul fatto che al referendum avrebbe vinto l’opzione per rimanere dentro l’Unione, ma che quella per uscirne avrebbe raccolto ancora più consensi rispetto al voto del 1975. In quel modo lui avrebbe vinto il referendum, e in più avrebbe potuto presentarsi dalle istituzioni europee per chiedere ulteriori esenzioni per il Regno Unito; una volta ottenute, avrebbe potuto presentarle all’elettorato più euroscettico per convincerlo a votare per i Conservatori.
Per dimostrare che faceva sul serio, Cameron prima del referendum chiese una prima tranche di esenzioni. L’Unione acconsentì, ma furono concessioni soprattutto cosmetiche, meno ambiziose delle richieste. Anche perché la cancelliera tedesca Angela Merkel, allora influentissima, era contraria. Furono anche tardive: Cameron le annunciò a febbraio del 2016, a pochi mesi dal voto.

David Cameron durante un comizio del maggio del 2016 all’aeroporto di Londra Luton (Jack Taylor – WPA Pool / Getty Images)
Entrambi gli schieramenti si imbarcarono nella campagna referendaria dando per scontato che alla fine Brexit non avrebbe vinto, come sembravano indicare i primi sondaggi.
Cameron si spese piuttosto tiepidamente per il Remain (l’opzione per la permanenza) e non vincolò il partito alla sua linea. I Conservatori si spaccarono e un pezzo di loro, capitanato da Boris Johnson – che all’epoca era noto soprattutto per due mandati da sindaco di Londra – si buttò sul Leave, per calcolo politico e convinzioni profondamente euroscettiche (in passato era stato corrispondente da Bruxelles per il Telegraph, per cui aveva scritto un sacco di pezzi che dipingevano l’Unione Europea come una caricatura). Anche Johnson e i suoi alleati pensavano che avrebbe vinto il Remain, ma credevano di sfruttare la campagna come occasione di visibilità.
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Affiancando Farage, che aveva già un suo bacino di voti e sostenitori, Johnson e i suoi garantirono alla campagna per il Leave una legittimazione istituzionale che in precedenza non aveva mai avuto. Fu probabilmente un fattore decisivo per rassicurare un pezzo dell’elettorato, che di Farage non si fidava – per via delle tesi complottiste e razziste che aveva sempre promosso – ma di loro sì.
Nel frattempo i Laburisti si erano schierati per il Remain, anche se con più di un’esitazione. Il loro leader Jeremy Corbyn, che in passato aveva avuto posizioni assai critiche verso l’Unione, non voleva dare l’idea di fare campagna per conto di Cameron. Non voleva nemmeno scontentare l’elettorato operaio, su cui la retorica anti-sistema e anti-immigrazione di Farage aveva una certa presa.
Infine, nella campagna elettorale ci furono sospetti e prove di tentativi di interferenze russe per condizionarla a favore dell’uscita. Secondo uno studio dell’università di Swansea assieme a quella di Berkeley, nei giorni subito prima del referendum una rete di 150mila account riconducibili alla Russia disseminò sui social contenuti a favore del Leave.
Sappiamo, poi, com’è finita.



