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  • Giovedì 18 giugno 2026

Due accordi con l’Iran a confronto

Quello negoziato dagli Stati Uniti negli ultimi giorni ha condizioni peggiori rispetto all'accordo di Obama nel 2015, nonostante Trump dica il contrario

Donald Trump al G7 in Francia, 17 giugno 2026 (AP Photo/Vadim Ghirda)
Donald Trump al G7 in Francia, 17 giugno 2026 (AP Photo/Vadim Ghirda)
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Durante le interviste a margine del G7 in Francia, Donald Trump ha sostenuto che il suo accordo con l’Iran per mettere fine alla guerra, quello firmato nella notte tra mercoledì e giovedì, sia nettamente migliore di quello che l’ex presidente statunitense Barack Obama negoziò nel 2015 per limitare il programma nucleare iraniano, e che allora fu definito storico. Rispondendo stizzito ai paragoni dei giornalisti, Trump ha detto che l’accordo del 2015 era così sfavorevole che gli iraniani «risero di Obama e dissero: “è uno stupido figlio di puttana”».

Da un punto di vista formale, i due documenti non possono essere messi sullo stesso piano.

Al primo si arrivò dopo due anni di negoziati: includeva disposizioni specifiche, meccanismi di verifica e fu firmato da altri cinque paesi occidentali alleati degli Stati Uniti. In sostanza prevedeva che i paesi occidentali allentassero le sanzioni sull’Iran e che in cambio l’Iran accettasse di subire verifiche regolari sul suo programma nucleare, allo scopo di assicurare che non fabbricasse un’arma atomica. Il secondo è un memorandum di intesa per fare un primo passo per mettere fine alla guerra in Medio Oriente: un pre-accordo, un documento molto più vago negoziato in poche settimane soltanto con il regime iraniano, che definisce nell’immediato pochi impegni concreti e lascia ai prossimi 60 giorni le trattative più complicate (nello stile di Trump).

Dal punto di vista politico però il paragone regge, e anzi era scontato che venisse fatto e che lo facesse lo stesso Trump.

Trump ha sempre criticato l’accordo di Obama, che all’epoca definì una «catastrofe». Nel 2018, durante il suo primo mandato, Trump fece uscire unilateralmente gli Stati Uniti dall’intesa, di fatto affossandola. Sostenne che quell’accordo fosse un regalo al regime iraniano, il quale secondo lui avrebbe continuato a finanziare le milizie sciite alleate (Hezbollah, tra le altre), e a costruire una bomba atomica.

La guerra iniziata in Medio Oriente a febbraio aveva l’obiettivo di annientare il programma nucleare iraniano, di rovesciare il regime e di distruggere le sue capacità militari. Dopo due mesi di bombardamenti e altrettanti di negoziati, gli Stati Uniti non possono dire di avere raggiunto gli obiettivi e l’accordo di venerdì è una resa all’Iran su tutta la linea.

Barack Obama e Nancy Pelosi con una copia del testo dell’accordo sul nucleare iraniano (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)

– Leggi anche: L’avevamo trovato, un modo per risolvere pacificamente la questione del nucleare iraniano

Gli Stati Uniti hanno accettato di rimuovere «immediatamente» tutti i divieti alle esportazioni di idrocarburi, permettendo all’Iran di tornare a vendere il suo petrolio sul mercato globale. Seppure con tempistiche incerte, che saranno definite nei prossimi due mesi, hanno accettato di rimuovere anche tutte le sanzioni internazionali e di sbloccare i fondi iraniani congelati all’estero (non è detto che succedano però queste due cose: bisogna vedere se Iran e Stati Uniti faranno effettivamente l’accordo definitivo).

Il memorandum prevede anche la creazione da parte degli Stati Uniti e dei paesi del golfo Persico di un fondo di «almeno 300 miliardi di dollari» per permettere la ricostruzione dell’Iran. Non è ancora chiaro come verrà gestito e secondo Trump gli Stati Uniti non verseranno i soldi direttamente (ha parlato di investimenti privati). Già così però è una concessione enorme.

Anche sul nucleare Trump non ha ottenuto nulla di nuovo. Il regime iraniano ha promesso che «non produrrà mai armi nucleari», che manterrà il suo programma per scopi civili e che diluirà le sue scorte di uranio arricchito, necessarie a fabbricare l’atomica. Ma l’accordo non dice dove verranno conservate e nemmeno come gli Stati Uniti dovrebbero assicurarsi che l’Iran rispetti le disposizioni.

L’accordo di Obama, oltre a essere più completo, era più cautelativo da vari punti di vista. Primo perché prevedeva ispezioni regolari dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) per verificare che l’Iran stesse rispettando le disposizioni in fatto di nucleare: un punto importantissimo nell’accordo del 2015. Secondo perché vincolava ai risultati di queste ispezioni la rimozione delle sanzioni.

L’idea è che se l’Iran avesse violato gli accordi, queste sarebbero state reinserite. Inoltre le sanzioni non vennero rimosse totalmente: rimasero in vigore quelle per il sostegno alle milizie sciite e per il programma missilistico iraniano. Di quell’accordo Trump ai tempi disse che non c’erano garanzie sufficienti; il suo memorandum d’intesa però al momento non ne offre di migliori.

Un ragazzo iraniano di fronte a un murale che rappresenta uno dei peggiori massacri di civili nella guerra in Medio Oriente, quello della scuola femminile di Minab, con grande probabilità di responsabilità degli Stati Uniti, 15 giugno 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Molte delle sue critiche si concentrarono anche sul fatto che l’amministrazione Obama accettò di dare al regime iraniano 1,7 miliardi di dollari. Erano soldi che gli Stati Uniti dovevano all’Iran per una mancata consegna di forniture militari che lo scià Mohammed Reza Pahlavi, che governava allora il paese, aveva acquistato dagli Stati Uniti prima che avvenisse la rivoluzione khomeinista, quella che nel 1979 rovesciò il regime dello stesso scià e instaurò la Repubblica Islamica. Dopo la rivoluzione, l’Iran cambiò le proprie alleanze internazionali allontanandosi dagli Stati Uniti, i quali appunto sospesero le consegne di armi.

Nel 2015 Trump definì quei soldi un «riscatto» e li descrisse come una resa inaccettabile per gli Stati Uniti. Il problema è che il suo memorandum d’intesa prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran: una cifra enorme che secondo i critici di Trump sarà usata dall’Iran per riarmarsi e riarmare le milizie sue alleate.

Guardando questi aspetti è molto difficile dire che l’accordo concluso da Obama nel 2015 fosse – come sostiene Trump – nettamente peggiore di quello negoziato negli ultimi giorni. Molte cose dipenderanno dai futuri negoziati, ma le condizioni attuali suggeriscono che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare anche condizioni sfavorevoli pur di tirarsi fuori dalla guerra e permettere il riavvio del commercio globale tramite la riapertura dello stretto di Hormuz.

Almeno per come stanno le cose al momento: non sappiamo cosa emergerà dai futuri negoziati. L’unica cosa che Trump ha ottenuto dal regime iraniano è la riapertura dello stretto di Hormuz (peraltro non è detto che sarà libero del tutto da pedaggi: lo sarà nei primi 60 giorni, poi l’accordo non esclude che vengano imposti e l’Iran ha detto che intende farlo). Anche a costo di inimicarsi il suo principale amico in Medio Oriente, Israele, che non è stato incluso nelle trattative ma a cui l’accordo impone di interrompere i bombardamenti in Libano.

– Leggi anche: E quindi lo stretto di Hormuz?