Lionel Messi in Missouri, Lamine Yamal a Chattanooga
Posti inusuali ospitano calciatori fortissimi durante questi Mondiali; in Kansas si fa il tifo per l'Algeria

Durante la fase a gironi dei Mondiali maschili di calcio, in corso tra Stati Uniti, Canada e Messico, le 48 squadre partecipanti non risiedono sempre vicino a dove giocano le partite. Le nazionali fanno base anche a centinaia di chilometri dagli stadi: fanno avanti-e-indietro dal loro “quartier generale”, che a volte è in posti in cui non penseresti proprio di trovare i migliori calciatori al mondo.
La nazionale della Spagna, per esempio, una delle favorite per la vittoria finale (nonostante l’inaspettato pareggio con Capo Verde), si è allenata per giorni a Chattanooga, in Tennessee. I giocatori spagnoli alloggiano nel campus di Baylor School, una scuola privata, e sono tutto sommato vicini (circa 200 chilometri, pochi per gli standard di questi Mondiali) alla sede delle prime due partite del girone, ovvero Atlanta, in Georgia. Chattanooga non è abituata a ospitare giocatori come Lamine Yamal, prodigioso attaccante spagnolo 18enne, che infatti può fare la spesa senza che decine di persone lo fermino per autografi o foto.
La FIFA, organizzatrice del torneo, chiama Team Base Camp (o TBC) il posto dove una nazionale è ospitata. Ogni nazionale ha il suo campo base: 39 si trovano negli Stati Uniti, 7 in Messico e 2 in Canada. 25 campi base non si trovano in città che ospitano partite dei Mondiali, ma sono stati scelti perché hanno strutture d’allenamento di altissimo livello.
Ogni campo base è composto da due luoghi, spesso vicini: dove si dorme e dove ci si allena. La Francia, per esempio, dorme al lussuoso hotel Four Seasons di Boston, nel Massachusetts, e si allena a 20 minuti d’auto di distanza, sui campi da calcio della Bentley University.
La scelta dei campi base è andata in ordine di ranking FIFA: Argentina, Inghilterra e Olanda hanno deciso piuttosto in fretta che la loro base sarebbe stata Kansas City, in Missouri, perché è una città al centro degli Stati Uniti e ben collegata, scrive il Wall Street Journal. L’Inghilterra, tra l’altro, a Kansas City nemmeno ci gioca nella fase a gironi: viaggerà in tutto per circa 9mila chilometri per raggiungere le tre sedi delle prime tre partite.
Finiti i gironi, poi, le squadre potranno scegliere se rimanere nel loro campo base oppure spostarsi, se ritengono che convenga loro da un punto di vista logistico (ancora non sanno dove giocheranno dopo, perché dipende da come si classificheranno nel girone).

Giocatori del Sudafrica si allenano all’Hidalgo Stadium di Pachuca, in Messico, il 9 giugno 2026 (Oscar Fuentes/Jam Media/Getty Images)
Ma torniamo al processo di selezione dei campi base. Cominciò nel 2024, dice la FIFA, ed è stato «lungo e collaborativo». Alle probabili qualificate è stata fornita una lista di destinazioni da valutare e nel dicembre del 2025 le 42 squadre già certe della qualificazione hanno cominciato a confermare le scelte fatte tra oltre 60 opzioni disponibili.
Ad alcune nazionali è andata bene, perché sono in posti molto belli o perché devono viaggiare poco. L’Uruguay risiede al Mayakoba Training Centre di Playa del Carmen, una delle località di mare più famose della costa caraibica del Messico. La nazionale messicana, invece, è quella che – almeno per le tre partite dei gironi – deve viaggiare meno di tutte: tra il Centro de Alto Rendimiento dove risiedono e lo stadio Azteca, dove giocano due partite del girone su tre, ci sono solo una dozzina di chilometri.
La squadra che dovrà viaggiare di più, d’altra parte, è la Bosnia Erzegovina: il campo base è a Sandy, nello Utah, e le partite del girone le gioca a Toronto, in Canada; a Inglewood, in California; e a Seattle, nello stato di Washington. In tutto, solo nella fase a gironi, la Bosnia dovrà viaggiare per circa 12mila chilometri.
Sempre secondo la FIFA, la presenza delle squadre in tanti posti in cui non si giocano partite sarà un «significativo impulso socioeconomico e garantirà al contempo che più persone in più luoghi possano vivere l’emozione dei Mondiali». D’altra parte però tutti questi spostamenti per ogni squadra fanno dire a diversi osservatori che i Mondiali del 2026 sono «i più inquinanti di sempre».
Di sicuro alcuni posti stanno accogliendo con grande entusiasmo la presenza di calciatori fortissimi provenienti da molto lontano. Tra la nazionale dell’Algeria e i cittadini di Lawrence, in Kansas, dove la squadra risiede, è nata una «storia d’amore» fatta di allenamenti aperti al pubblico, balli e sciarpe dell’Algeria regalate ai nuovi tifosi.
Non capita spesso, poi, di vedere Riyad Mahrez – la stella dell’Algeria – giocare a basket sul campo dei Kansas Jayhawks, una delle squadre più forti a livello collegiale statunitense.
Tanti calciatori sembrano essersi calati bene nel contesto nordamericano. Alcuni giocatori della nazionale norvegese, tra cui il fenomenale attaccante Erling Haaland, hanno sfruttato il campo base della squadra in North Carolina per andare a vedere una partita delle finali di NHL, il prestigioso campionato di hockey su ghiaccio.
E altri c’erano già abituati: dal 2023 Lionel Messi gioca per la squadra statunitense dell’Inter Miami e nello stadio di Kansas City, dove risiede con l’Argentina, ha già giocato due partite, facendo gol entrambe le volte.
C’è anche chi ha sfruttato questi Mondiali per farsi tifare da persone che, di norma, sono un po’ lontane da casa. È di nuovo il caso della Bosnia Erzegovina, che prima di andare al suo campo base nello Utah si è fermata per sei giorni a St. Louis: la città del Missouri ospita una delle più grandi comunità bosniache all’estero, oltre 60mila persone. Durante una partita amichevole contro Panama, lo stadio di St. Louis «è diventato Little Bosnia», ha scritto un giornale locale.
Ben più delicata è la situazione dell’Iran, il primo paese a giocare i Mondiali in casa di un paese con cui è in guerra (gli Stati Uniti, coi quali l’accordo di pace sembra essere stato raggiunto domenica). A rendere il tutto più complicato c’è anche che parte dello staff non ha ricevuto i visti per entrare negli Stati Uniti, mentre la squadra si è spostata da Tijuana, in Messico, a Los Angeles, dove ha giocato la prima partita contro la Nuova Zelanda.
Dopo a partita con la Nuova Zelanda, finita 2-2, due giocatori dell’Iran (Mehdi Taremi e Mohammad Mohebbi) e l’allenatore Amir Ghalenoei hanno criticato la FIFA per le restrizioni che sono state loro imposte dagli organizzatori dei Mondiali: «La nostra squadra è la più oppressa di tutti i Mondiali», ha detto Ghalenoei.
Nei piani iniziali, l’Iran avrebbe dovuto far base al Kino Sports Complex di Tucson, in Arizona. Solo a fine maggio la FIFA ha accettato la richiesta della federazione iraniana di spostare la squadra a Tijuana. Anche in Messico, comunque, gli allenamenti della nazionale iraniana sono sorvegliati «da uomini con caschi e maschere e armati di mitragliatrici», scrive il Guardian.

L’esterno dell’Estadio Caliente, a Tijuana, in Messico, dove si allena la nazionale dell’Iran durante i Mondiali del 2026 (Carlos Heredia/Anadolu via Getty Images)



