Gli Stati Uniti stanno ostacolando l’ingresso ad alcune delegazioni dei Mondiali
Vari giocatori e addetti ai lavori hanno avuto problemi alla frontiera, a causa delle politiche restrittive di Trump

Gli Stati Uniti stanno ostacolando l’ingresso nel paese a molti giocatori, tifosi e altre persone coinvolte nei Mondiali di calcio, che si svolgeranno dall’11 giugno al 19 luglio tra Canada, Messico e Stati Uniti. Ad alcuni membri delle delegazioni sono stati negati i visti, altri sono stati interrogati per ore alla frontiera, altri ancora potranno entrare negli Stati Uniti solo per giocare le partite.
Un esempio è quello di Omar Artan, un arbitro somalo che avrebbe dovuto dirigere alcune partite dei prossimi Mondiali, ma è tornato in Somalia dopo essere stato interrogato per 11 ore e poi respinto all’aeroporto di Miami, negli Stati Uniti. Artan sarebbe stato il primo cittadino somalo ad arbitrare le partite dei Mondiali, e nonostante le persone provenienti dal suo paese normalmente non possano entrare negli Stati Uniti sembrava che per lui fosse stata fatta un’eccezione, anche per via di un visto diplomatico rilasciatogli dal suo governo. Invece è dovuto tornare in Somalia, e le autorità statunitensi non hanno dato una spiegazione ufficiale del perché non sia stato fatto entrare nel paese.
La FIFA, che organizza l’evento, è stata criticata per non aver cercato di mediare con gli Stati Uniti. Nel caso di Artan ha detto di non essere coinvolta nella gestione dell’immigrazione del paese ospitante e che è quest’ultimo a decidere chi far entrare.
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L’amministrazione di Donald Trump ha imposto un “travel ban”, cioè restrizioni ai viaggi e all’ingresso, ad almeno 38 paesi, molti dei quali africani. Per alcuni le restrizioni sono parziali: è il caso di Haiti, Costa d’Avorio e Senegal, le cui squadre giocheranno ai Mondiali. Per altri 19 invece il divieto di entrare nel territorio statunitense è totale. È il caso della Somalia, il paese di Artan, e dell’Iran, il paese che finora ha avuto più problemi.
Dopo mesi di incertezza e una mediazione del Messico, ai giocatori iraniani è stato concesso un visto che permetterà loro di entrare negli Stati Uniti solo il giorno delle partite, con l’obbligo di andarsene subito dopo. La squadra intanto alloggerà a Tijuana, in Messico e vicino al confine con la California, anziché nella sede inizialmente prevista, cioè Tucson in Arizona. La presenza degli altri membri della delegazione invece non è garantita: più di dieci persone, fra funzionari e membri dello staff, stanno ancora aspettando il visto, e ad altrettante è già stato negato. Fra loro c’è Mehdi Taj, il presidente della Federazione calcistica iraniana.
La nazionale del Senegal invece è riuscita a entrare negli Stati Uniti martedì, ma subito dopo l’atterraggio i suoi giocatori sono stati sottoposti a controlli approfonditi sulla pista dell’aeroporto, con perquisizioni individuali e ispezioni dei bagagli. I video di questi controlli sono circolati moltissimo sui social e hanno portato a forti critiche da parte dei tifosi, che hanno accusato gli Stati Uniti di discriminazione. La Federazione calcistica senegalese però ha diffuso un comunicato in cui precisava che quelle procedure erano state concordate in anticipo per accelerare i tempi.
L’Iraq è un altro paese che ha avuto problemi, perché dall’inizio della guerra in Medio Oriente gli Stati Uniti hanno sospeso la possibilità per i suoi cittadini di ottenere i visti. La sua nazionale è stata trattenuta per diverse ore all’aeroporto di Chicago, e anche il suo calciatore più famoso, Aymen Hussein, è stato interrogato per sette ore. L’episodio è stato molto criticato in Iraq e dallo stesso Hussein, che ha chiesto come mai gli Stati Uniti abbiano scelto di ospitare i Mondiali per poi avere un atteggiamento ostile nei confronti dei cittadini stranieri. L’ingresso è invece stato negato a Tala Salah, il fotografo ufficiale della nazionale irachena, respinto dopo 10 ore di controlli in aeroporto sempre senza una spiegazione ufficiale.
A lunghi controlli sono stati sottoposti anche i giocatori della nazionale dell’Uzbekistan, arrivata negli Stati Uniti lunedì per un’amichevole contro l’Olanda. All’ingresso dell’Icahn Stadium, a New York, i membri della delegazione sono stati fatti scendere dall’autobus e messi in fila per controlli individuali che hanno incluso perquisizioni e ispezioni dei bagagli con cani antidroga. A questi controlli è stato sottoposto anche l’allenatore Fabio Cannavaro.
Altri problemi ancora li stanno avendo i tifosi provenienti da vari paesi, che avevano in programma di viaggiare negli Stati Uniti per assistere alle partite della loro squadra. In moltissimi hanno detto che sono stati rifiutati loro i visti nonostante avessero già comprato i biglietti, una condizione posta dagli Stati Uniti ai cittadini di alcuni paesi per poterne richiedere uno. Secondo il sito di notizie marocchino Hespress, a più di 40 membri di diverse associazioni di tifosi di squadre di calcio marocchine è stato negato il visto. Molti avevano già acquistato i biglietti e prenotato gli hotel. Nel caso dei tifosi dell’Iran, invece, è stata la FIFA stessa a revocare i biglietti da destinare ai tifosi.
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