Un mese di ebola nella Repubblica Democratica del Congo
I casi confermati sono quasi 700 e i morti più di 130, mentre i contagi continuano ad aumentare tra scarse risorse e disinformazione

Un mese dopo la segnalazione dei primi casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), l’epidemia di ebola continua a diffondersi tra la popolazione. Secondo gli ultimi calcoli dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le autorità sanitarie locali hanno rilevato 676 casi e ci sono stati almeno 136 morti riconducibili al virus. I dati sono però parziali e si stima che possano esserci decine, se non centinaia, di casi non rilevati soprattutto nella provincia nord-orientale di Ituri, al confine con l’Uganda.
La provincia è isolata, a quasi tremila chilometri di automobile dalla capitale Kinshasa, e per diverse settimane è stato difficile organizzare il tracciamento dei contatti. Il personale sanitario nella zona deve inoltre fare i conti con le notizie false che vengono messe in circolazione su ebola, comprese quelle secondo cui sarebbero gli stessi soccorritori a diffondere la malattia. La disinformazione si aggiunge alle difficoltà sul campo nel ridurre la diffusione del virus, che si trasmette attraverso il contatto diretto con i fluidi di una persona malata, come sangue, saliva, feci e vomito.
In mancanza di protezioni adeguate, chi assiste le persone con sintomi ha quindi un alto rischio di essere contagiato. Lo stesso vale per le procedure di sepoltura, perché il virus rimane a lungo contagioso anche dopo la morte della persona infetta. Gli operatori sanitari hanno però difficoltà a convincere la popolazione a rinunciare a buona parte dei riti funebri, con molte persone che mostrano di accettare il rischio del contagio pur di seguire le cerimonie per la sepoltura dei loro cari.
Nei centri medici organizzati nella provincia di Ituri i dispositivi di protezione individuale sono insufficienti, così come i mezzi adeguati per il trasporto delle persone morte per ridurre il rischio di nuovi contagi. In compenso ci sono stati miglioramenti nelle procedure per testare i casi sospetti, con kit che consentono di rilevare la particolare versione del virus che ha causato questa epidemia.

La sepoltura di una persona morta di ebola a Bunia nella provincia di Ituri, Repubblica Democratica del Congo, 13 giugno 2026 (Stringer/Anadolu via Getty Images)
La malattia è infatti causata dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta una ventina di anni fa in Uganda e più raro rispetto allo Zaire ebolavirus, che causa la forma più diffusa e conosciuta della malattia. La scarsa diffusione del virus era stata tra le cause nel ritardo dell’identificazione del primo focolaio della malattia nella provincia di Ituri.
I contagi erano stati confermati dalle autorità congolesi a metà maggio, ma si sospetta che i primi casi risalissero almeno al 25 aprile. All’epoca non erano disponibili test specifici per questo virus ed era quindi difficile confermare i casi, visto che nelle prime fasi ebola causa sintomi simili a quelli di malattie meno gravi.
L’OMS e i Centri per il controllo e la prevenzione della diffusione delle malattie (CDC) dell’Africa hanno stimato che entro fine anno saranno necessari più di 500 milioni di euro per tenere sotto controllo l’epidemia, evitando una sua diffusione nei paesi confinanti o altrove soprattutto tramite i viaggi aerei.
In Uganda finora sono stati confermati 19 casi e due decessi, ma la quantità potrebbe essere sottostimata. Il governo ugandese ha comunque definito sotto controllo l’epidemia grazie all’avvio precoce del tracciamento dei contatti. L’OMS intanto indica come basso il rischio per la popolazione globale, considerate le vie di contagio del virus e la sua alta letalità, che può contribuire a ridurre la sua circolazione.

Un gruppo di persone radunato da operatori dell’Organizzazione mondiale della sanità per raccontare le buone pratiche di prevenzione alla popolazione di Bunia, nella provincia di Ituri, Repubblica Democratica del Congo, 10 giugno 2026 (AP Photo/Moses Sawasawa)
Non ci sono cure specifiche contro ebola, ma negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e testati farmaci che possono rendere meno grave la malattia. Un trattamento sperimentale consiste nell’impiego di MBP-134, un anticorpo monoclonale che si è rivelato efficace nel ridurre l’infezione nei primati non umani, in una serie di test svolti in passato. Gli anticorpi monoclonali sono proteine prodotte in laboratorio che imitano gli anticorpi presenti naturalmente nel sistema immunitario: sono progettati per riconoscere e legarsi a una specifica parte del virus, ostacolandone l’ingresso nelle cellule e facilitandone l’eliminazione. Altri trattamenti consistono nell’impiego di farmaci antivirali, che riducono la capacità del virus di sfruttare le cellule per continuare a replicarsi.
Un vaccino specifico contro il Bundibugyo ebolavirus è in fase di sviluppo, ma richiederà tempo per essere impiegato su larga scala. Vaccini sviluppati in passato per altri virus che causano ebola hanno dato risultati promettenti, ma la loro efficacia varia molto a seconda dei pazienti e delle stesse epidemie.
Pur non potendo registrare tutti i casi, la progressione dei contagi indica che l’attuale epidemia potrebbe diventare in breve tempo una delle più grandi di ebola degli ultimi tempi. Secondo alcuni modelli potrebbe raggiungere una diffusione paragonabile a quella che tra il 2014 e il 2016 causò almeno 11mila morti nell’Africa occidentale.



