“Persepolis” era difficile anche solo da immaginare
Prima di scrivere uno dei fumetti più influenti del Ventunesimo secolo, Marjane Satrapi sapeva poco o niente di tavole e vignette e l'Europa poco o niente dell'Iran

Quando aveva 25 anni la fumettista Marjane Satrapi, morta giovedì a 56 anni, lasciò l’Iran per trasferirsi in Francia. Nonostante la giovane età aveva già accumulato moltissime esperienze: aveva visto da vicino gli sviluppi della rivoluzione khomeinista, vissuto per qualche anno in Austria, preso una laurea in arte all’Università di Teheran e concluso un matrimonio poco felice con il marito Reza, un veterano della guerra contro l’Iraq. Eppure non aveva ancora mai letto un fumetto per intero.
Ai tempi il suo interesse per questo mezzo espressivo era molto scarso. Quando era una bambina i suoi genitori, che avevano ideali cosmopoliti e si tenevano molto aggiornati sui consumi culturali che andavano per la maggiore in Europa, le avevano regalato alcuni numeri di Tintin, il noto fumetto di Hergé che racconta le avventure di un giovane e intrepido reporter.
Ma Satrapi li aveva trovati «estremamente noiosi», dato che ciò che raccontavano era molto distante dalla realtà che vedeva ogni giorno. Le alternative erano pochissime, anche perché in Iran non si era mai sviluppata una vera e propria cultura del genere: le strisce a fumetti esistevano, ma spesso venivano usate per scopi promozionali e di propaganda o per raccontare brevi storielle umoristiche.

Una tavola di Persepolis in francese (Adam Berry/Getty)
Le cose cambiarono nel 1994, quando Satrapi si trasferì in Francia, un posto in cui al contrario le bande dessinée (come vengono chiamati i fumetti) avevano già una certa importanza culturale. Si trasferì a Parigi con l’idea di lavorare come illustratrice e affittò un piccolo studio con due fumettisti. Notarono che non era soltanto bravissima a disegnare, ma anche a scrivere, e la incoraggiarono a ibridare i due linguaggi: «Mi parlavano di fumetti e mi incoraggiavano a provare a farne anch’io», raccontò.
All’inizio Satrapi era un po’ scettica: «Non pensavo di avere la pazienza necessaria per aspettare otto, nove mesi o addirittura un anno prima di poter dire che un libro era finito». Alla fine le cose andarono oltre ogni aspettativa: di lì a qualche anno si sarebbe lasciata ispirare dal suo passato e dagli sconvolgimenti politici del suo paese per realizzare Persepolis, cioè quello che viene frequentemente descritto come uno dei fumetti più influenti e importanti del Ventunesimo secolo.

Persepolis cambiò molte cose nel fumetto d’autore, anche perché era l’opera di esordio di un’autrice con un retroterra culturale rarissimo. Satrapi conosceva molto bene la mentalità occidentale: aveva trascorso tutto il periodo delle scuole superiori in Austria, e aveva trascorso l’infanzia ascoltando gli Abba e sviluppando una grande passione per il cinema della nuova Hollywood.
Ma allo stesso tempo esibiva le sue radici iraniane con un grande orgoglio, soprattutto quando qualche conoscente parlava del suo paese in modo frettoloso, stereotipato e poco informato. Non perdeva occasione per raccontare quanto la società civile iraniana fosse aperta, colta e desiderosa di libertà, e quanto la dittatura teocratica che aveva preso il potere fosse in realtà lontanissima dai suoi veri ideali. «Credo che non si possa giudicare una nazione intera per gli errori di pochi estremisti», avrebbe poi scritto Satrapi nell’introduzione dell’edizione italiana di Persepolis.

Uno degli aspetti più apprezzati di Persepolis è la distanza tra la scabrosità di molti degli argomenti che racconta (la repressione nei confronti della popolazione civile iraniana, i metodi violenti e la corruzione dei pasdaran, la morte improvvisa di amici e conoscenti) e lo stile grafico di Satrapi.
Si lasciò ispirare da Maus di Art Spiegelman, che nel 1992 era riuscito a vincere un premio Pulitzer raccontando in modo metaforico, ironico e volutamente infantile l’Olocausto, rappresentandolo come una baruffa tra topi (gli ebrei) e gatti (i nazisti). Ma per l’estetica di Persepolis furono riferimenti importanti anche il neorealismo italiano, l’espressionismo tedesco e l’audacia e il ritmo di Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, un film che Satrapi adorava particolarmente.
La protagonista di Persepolis è la stessa Satrapi, che scelse di rappresentarsi in maniera cartoonesca e con uno stile di disegno minimale e riconoscibile, incentrato su un uso del bianco e nero molto espressivo. Partì dalle fotografie della sua infanzia, disegnandosi come una bambina curiosa e altruista dalle forme rotonde. Per rimanere impressa nella mente dei lettori, diede particolare enfasi a una sua particolarità estetica: il neo sul lato destro del naso, che mise spesso e volentieri in bella vista. Anche grazie a questo piccolo dettaglio, creò uno dei personaggi più popolari, riconoscibili e omaggiati del fumetto europeo.
Satrapi dedicò molta attenzione anche al ritmo del racconto. Smorzò la tragicità degli eventi che raccontava dedicando molto spazio a battute e momenti divertenti, e scelse di non sovraccaricare le vignette di dettagli e i balloon (cioè le nuvolette) di testo, in modo tale da dare alle tavole una certa dinamicità e accentuare la sensazione di movimento. Raccontò gli sviluppi della rivoluzione islamica iraniana attraverso la sua vita: l’infanzia a Teheran, il trasferimento a Vienna per frequentare le scuole superiori, il ritorno in Iran per la laurea, il suo matrimonio poco felice con Reza e il trasferimento in Francia.
E introdusse nella storia personaggi profondi e indimenticabili, costruiti a partire dall’enfatizzazione di alcune caratteristiche dei membri della sua famiglia. Da suo nonno, un ex principe imperiale che a un certo punto scopre Karl Marx e decide di convertirsi agli ideali socialisti, alla nonna, una donna saggia, colta e aperta che la incoraggia a diventare femminista e consapevole delle sue potenzialità, fino allo zio Anouche, un eroe rivoluzionario marxista che viene imprigionato per le sue idee e giustiziato dal regime. È uno dei personaggi più amati di Persepolis, e nella storia ha un ruolo importantissimo nella formazione politica di Satrapi.

Il primo volume di Persepolis uscì nel 2000 per L’Association, una casa editrice indipendente. Le pubblicazioni andarono avanti fino al 2004, con il quarto e ultimo volume. Inizialmente ottenne un grande successo soprattutto in Francia, ma diventò conosciutissimo all’estero quando cominciò a essere distribuito negli Stati Uniti e negli altri paesi europei in un volume unico.
Persepolis cambiò molte cose nel mercato francese dei fumetti: rese L’Association una delle case editrici più importanti d’Europa, convinse gli editori a investire su storie più profonde e meno disimpegnate e incentivò esperimenti di graphic journalism in tutto il mondo.
L’influenza di Persepolis aumentò ulteriormente nel 2007, con l’uscita del film diretto da Vincent Paronnaud e dalla stessa Satrapi. È considerato uno dei migliori film d’animazione del decennio e, pur basandosi sul fumetto originale, contiene diverse scene realizzate appositamente per l’occasione. Vinse il premio della giuria al Festival di Cannes.
Dopo l’uscita di Persepolis Satrapi realizzò altri fumetti molto apprezzati, che però non riuscirono mai a ottenere lo stesso successo. Nel 2004 pubblicò Pollo alle prugne, incentrato sulla storia di un celebre musicista e virtuoso del tar, uno strumento a sei corde simile a un liuto, molto rispettato dalla sua comunità. Dopo che la moglie rompe il suo strumento, Nasser Ali Khan (questo il suo nome) perde ogni desiderio di vivere e comincia a deprimersi, sviluppando una grande sofferenza che diventa il filo conduttore di tutta la storia.
Cinque anni dopo uscì Taglia e cuci, un fumetto strettamente collegato a Persepolis, ma con una finestra temporale molto corta. Satrapi lo scrisse con l’idea di decostruire alcuni meccanismi narrativi tipici delle soap opera: racconta un pomeriggio tra le donne della sua famiglia che parlano di relazioni passate, pettegolezzi e piacere sessuale, mentre i rispettivi compagni dormono.
Solo tre anni fa Satrapi aveva pubblicato il fumetto Donna, vita, libertà, dedicato alla morte di Mahsa Amini e scritto insieme al politologo Farid Vahid, al giornalista Jean-Pierre Perrin e allo storico Abbas Milani. E in carriera diresse film molto apprezzati dalla critica: l’ultimo era stato Radioactive (2019), sulla vita della scienziata francese Marie Curie. Condivise gran parte dei suoi progetti artistici con l’attore, sceneggiatore e produttore Mattias Ripa, morto l’anno scorso, che fu suo compagno per molti anni.
Anche se fu un’artista sempre molto attiva e aggiornata, per moltissimi anni Satrapi era stata percepita quasi unicamente come l’autrice di Persepolis. La cosa la infastidiva, come raccontò in un’intervista al Guardian di due anni fa. «Ogni volta mi dicevano: “Ma noi vogliamo la bambina [di Persepolis]. E io rispondevo: “La bambina è cresciuta”».
Nel 2006, quando il giornalista Joshuah Bearman le domandò cosa la spingesse a scrivere storie ottimistiche sul futuro della società civile iraniana, Satrapi rispose: «È semplice: credo davvero nelle brave persone. Quelle cattive sono davvero pazze, completamente fuori di testa, e il problema è che non servono molti pazzi per mandare tutto a rotoli».
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