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  • Lunedì 1 giugno 2026

Le elezioni in Etiopia sono senza storia

Si vota oggi e ci sono pochi dubbi che a vincere sarà il partito del primo ministro Abiy Ahmed, sempre più autoritario

Ahmed Abiy (AP Photo)
Ahmed Abiy (AP Photo)
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Lunedì in Etiopia si vota per eleggere il parlamento federale e i parlamenti regionali. A livello federale il risultato è scontato: rivincerà il Partito della Prosperità del primo ministro Abiy Ahmed, che attualmente ha una maggioranza schiacciante. L’ultima volta che si votò, nel 2021, il partito di Abiy ottenne più del 90 per cento dei seggi, in elezioni che secondo l’opposizione non furono libere. È molto probabile che anche questa volta ottenga percentuali simili. I risultati si sapranno comunque solo tra qualche giorno.

Il sistema elettorale etiope favorisce il partito al governo, e questo è uno dei motivi per cui la vittoria di Abiy è scontata. L’altro è che negli ultimi anni il primo ministro ha aumentato le pressioni e le intimidazioni contro l’opposizione e la stampa.

Il governo ha arrestato o costretto a fuggire all’estero diversi politici dell’opposizione, e ha chiuso giornali e organizzazioni non governative considerate ostili. Lavorare è diventato più difficile anche per i media internazionali: l’agenzia Reuters, per esempio, non ha più propri corrispondenti in Etiopia da febbraio, dopo che il governo non aveva rinnovato i loro permessi.

Alcune persone in attesa di votare fuori da un seggio ad Addis Abeba, il 1° giugno (AP/Amanuel Sileshi)

Alcune persone in attesa di votare fuori da un seggio ad Addis Abeba, il 1° giugno (AP/Amanuel Sileshi)

Quelle di oggi non sono elezioni davvero democratiche e servono più che altro ad aumentare il potere di Abiy. In più di una circoscrizione su dieci i candidati del Partito della Prosperità non hanno sfidanti. Kjetil Tronvoll, esperto di Etiopia che insegna al New University College di Oslo, ha definito queste elezioni «un esercizio simbolico».

In alcune aree dove l’opposizione a Abiy è più forte non si voterà nemmeno: il governo ha giustificato la decisione parlando di mancanza di sicurezza minima per andare a votare. Non ci saranno per esempio nella regione del Tigrè, che si trova a nord, al confine con l’Eritrea. In Tigrè dal 2020 al 2022 ci fu una violenta guerra tra l’esercito etiope e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè, il gruppo che governa la regione e che vorrebbe maggiore autonomia dal governo federale. La guerra fu violentissima e causò la morte di centinaia di migliaia di persone.

Il Fronte di liberazione fu per decenni un partito centrale nella politica etiope, perché governò il paese fino al 2018, quando Abiy diventò primo ministro. Al momento è stato messo al bando dalla Commissione elettorale. Anche se un accordo di pace è stato firmato nel 2022, nel Tigrè ci sono ancora scontri.

Non si voterà nemmeno in diversi distretti della regione di Amara, dove da anni il gruppo militare Fano combatte contro le forze governative. I due schieramenti erano inizialmente alleati durante la guerra del Tigrè, ma le cose sono cambiate soprattutto a partire dal 2023, quando Fano iniziò a resistere ai tentativi del governo di disarmarlo.

Il problema della bassissima affluenza, complice il fatto che in diverse zone del paese proprio non si voterà, potrebbe spingere una grossa fetta della popolazione etiope a non accettare la vittoria di Abiy e a ribellarsi al risultato.

Ahmed Abiy durante un evento elettorale, nel 2021 (AP/Mulugeta Ayene)

Ahmed Abiy durante un evento elettorale, nel 2021 (AP/Mulugeta Ayene)

L’elezione di Abiy era stata inizialmente accolta con grande entusiasmo, anche perché lui aveva promesso di pacificare le tensioni interne all’Etiopia e di fare un accordo di pace con l’Eritrea, paese con cui l’Etiopia era ancora tecnicamente in guerra. I primi mesi di governo sembrarono rispettare le aspettative e nel 2019 ad Abiy fu assegnato addirittura il premio Nobel per la Pace. Dopo poco però il processo di riforme si interruppe, e iniziò la guerra in Tigrè.

Negli anni in cui è stato al governo, Abiy ha cercato soprattutto di aumentare il proprio potere personale e quello dello stato centrale. L’Etiopia è un paese suddiviso in 11 regioni, che godono di gradi diversi di autonomia e che Abiy vorrebbe controllare maggiormente. Da un po’ di tempo Abiy e il suo partito sostengono di voler fare una riforma della Costituzione. Per molti è plausibile che uno dei suoi obiettivi sia aumentare i poteri del presidente della Repubblica, per poi farsi eleggere a quella carica e rimanere al potere per decenni.

– Leggi anche: Certi Nobel per la Pace sono invecchiati male

Durante la campagna elettorale Abiy ha insistito molto sui miglioramenti che il suo governo ha portato all’economia.

Abiy ha cercato di attirare gli investimenti stranieri e ha approvato progetti molto importanti, come la costruzione di un enorme aeroporto ad Addis Abeba. Ha anche terminato la costruzione di una contestata diga sul Nilo che porterà elettricità a milioni di case e permetterà al governo di esportare energia. Il Fondo Monetario Internazionale stima che il prodotto interno lordo crescerà del 9,2 per cento nel 2026, uno dei tassi più elevati del mondo.

La grande diga inaugurata a Benishangul-Gumuz, in Etiopia (AP)

La grande diga inaugurata a Benishangul-Gumuz, in Etiopia (AP)

In realtà ci sono ancora diversi problemi. La povertà è aumentata, specialmente nelle aree rurali, anche per effetto dei conflitti degli scorsi anni. L’inflazione è molto alta e la guerra in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno creato nuovi problemi, tra cui la mancanza di carburante e di fertilizzanti per l’agricoltura.

Un uomo vota ad Addis Abeba, il 1° giugno 2026 (AP/Amanuel Sileshi)

Un uomo vota ad Addis Abeba, il 1° giugno 2026 (AP/Amanuel Sileshi)

La vittoria di Abiy e i suoi tentativi di avere più potere potrebbero portare a nuovi conflitti. La situazione nel Tigrè non si è mai davvero normalizzata dopo la fine della guerra: nei mesi scorsi sono ricominciati scontri tra l’esercito che risponde al governo centrale e le truppe del Fronte di liberazione, facendo temere che la guerra possa ricominciare.

Anche i rapporti con l’Eritrea potrebbero peggiorare. In passato Abiy aveva accusato l’Eritrea di sostenere il Fronte di liberazione del Tigrè con l’obiettivo di indebolire il governo etiope.

Fino al 1991 l’Eritrea faceva parte dell’Etiopia, e dopo che si rese indipendente quest’ultima non ebbe più uno sbocco al mare. Abiy ha detto più volte di voler assicurare all’Etiopia un accesso al mare, che lui ritiene una «questione esistenziale». Il governo eritreo ha preso molto seriamente queste minacce alla propria sovranità, e negli ultimi mesi ha inviato soldati e mezzi al confine con l’Etiopia per essere pronta in caso di guerra.