Quando i leader politici portano i parlamentari in ritiro

Spesso in conventi o abbazie sperdute, secondo una vecchia tradizione democristiana ora recuperata da Salvini e Tajani: di solito non porta bene

di Valerio Valentini

Il ministro della Cultura Dario Franceschini osserva l'abbazia di San Pastore a Contigliano, in provincia di Rieti, scelta dal segretario del PD Nicola Zingaretti per un raduno di partito nel gennaio 2020 (EMILIANO GRILLOTTI/ANSA)
Il ministro della Cultura Dario Franceschini osserva l'abbazia di San Pastore a Contigliano, in provincia di Rieti, scelta dal segretario del PD Nicola Zingaretti per un raduno di partito nel gennaio 2020 (EMILIANO GRILLOTTI/ANSA)
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«Una sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano, fascista e mafioso, con un’aggiunta finale di cosmopolitismo tecnocratico». Nel gennaio del 1975 Pier Paolo Pasolini sintetizzò così l’ultimo libro di Leonardo Sciascia, Todo modo. Il romanzo era stato pubblicato l’anno prima e in effetti voleva essere una sorta di processo ai dirigenti della Democrazia Cristiana, il partito moderato che aveva governato l’Italia ininterrottamente fin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dovendo trovare un espediente narrativo per giustificare il fatto che decine di notabili democristiani fossero radunati tutti insieme in un unico posto, a Sciascia parve naturale ambientare il romanzo in un eremo siciliano trasformato in un albergo, dove in certi periodi dell’anno un prete dirigeva esercizi spirituali per politici.

Ai lettori dell’epoca quella trovata narrativa non apparì così straordinaria. E quella consuetudine, sia pure senza marcate connotazioni religiose, è sopravvissuta nella politica italiana, tanto che in questi giorni sia Matteo Salvini sia Antonio Tajani stanno programmando un ritrovo di dirigenti e parlamentari dei loro partiti, Lega e Forza Italia.

Una scena tratta da Todo modo, film di Elio Petri del 1976 ispirato al libro di Sciascia

Era infatti usuale, per i politici, soprattutto quelli democristiani, riunirsi in eremi o conventi per fare seminari. Per certi versi, anzi, lo stesso atto fondativo della Democrazia Cristiana era avvenuto in un contesto simile. Tra il 18 e il 23 luglio del 1943, in uno dei momenti più drammatici della guerra, nel monastero di Camaldoli in provincia di Arezzo, pensatori e intellettuali cattolici si riunirono per definire un orientamento comune per il loro impegno in politica, e lo fecero scrivendo il Codice di Camaldoli, un documento che fu poi, per molti anni, un importante riferimento per il programma di governo della Democrazia Cristiana.

Fu di nuovo in un convento, quello di Santa Dorotea a Roma, che nel marzo del 1959 avvenne un altro fatto decisivo nella vita politica italiana. Lì si riunirono alcuni dirigenti della DC che decisero di opporsi alla linea di Amintore Fanfani, il quale perseguiva una progressiva intesa col Partito Socialista per promuovere quello che avrebbe dovuto essere il «centrosinistra». Fanfani venne sfiduciato, e nei tre anni successivi la Democrazia Cristiana si orientò piuttosto su posizioni conservatrici, a tratti reazionarie.

Amintore Fanfani nel 1962, in una foto d’archivio di LaPresse

Non era però una prerogativa solo democristiana. Il 13 dicembre del 1981 Bettino Craxi riunì ministri e dirigenti del partito da lui guidato, il Partito Socialista, nella certosa di San Lorenzo a Padula, nel salernitano. Fu l’occasione, per Craxi, per condannare in modo inequivocabile il colpo di stato in corso proprio in quelle ore per mano del generale Wojciech Jaruzelski in Polonia, prendendo così le distanze, in modo tattico, dal Partito Comunista Italiano.

Questa abitudine s’è trascinata poi anche nella cosiddetta Seconda Repubblica, cioè nel sistema politico consolidatosi dalla metà degli anni Novanta in poi, a partire dalla vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni nel marzo del 1994. Due settimane dopo quel successo, il leader di Forza Italia convocò tutti i deputati e i senatori a Fiuggi, all’Hotel delle Fonti che aveva già in passato ospitato convegni delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana. Per due giorni ci furono riunioni e seminari per istruire i nuovi eletti, molti dei quali alla loro prima esperienza, su regolamenti e prassi parlamentari.

Il convegno fu però anche l’occasione per evidenziare una certa improvvisazione nella gestione e nell’organizzazione del partito, e sui giornali si guadagnò spazio soprattutto Tiziana Parenti, magistrata che dopo aver condotto importanti indagini sulla corruzione in politica a Milano, nel cosiddetto “pool di Mani Pulite”, fu eletta con Forza Italia alla Camera. In seguito, Parenti avrebbe denunciato le commistioni tra il partito e le aziende di Berlusconi e il rischio di contaminazioni di certi ambienti di Forza Italia con la mafia.

Tiziana Parenti, detta Titti, durante un comizio di Forza Italia nel 1994 (LaPresse)

Dinamiche simili si riproposero molti anni più tardi, in un contesto solo apparentemente opposto. Nel febbraio del 2013 il Movimento 5 Stelle ottenne un risultato inaspettatamente positivo alle elezioni politiche, ed elesse 163 parlamentari completamente impreparati a entrare nelle istituzioni. Il 5 aprile, in modo del tutto inatteso, deputati e senatori furono fatti salire su due pullman a piazzale Flaminio, a Roma, e portati – all’insaputa di parecchi di loro – in un lussuoso agriturismo nelle campagne a nord della città.

Ad accogliere gli eletti c’era Beppe Grillo, che tenne un lungo discorso per cercare di ricompattare il gruppo e dare una linea politica chiara e comprensibile. Ma anche in questo caso emerse soprattutto la sprovvedutezza dei parlamentari, e una grande confusione nel Movimento.

È del resto una sorta di costante: raduni di questo tipo, pensati per favorire dibattiti e riflessioni, e definire programmi, finiscono quasi sempre per mettere in mostra le divergenze all’interno dei partiti o delle coalizioni. Dovrebbero servire a migliorare l’umore del gruppo, ma spesso e volentieri alimentano il malcontento dei parlamentari, costretti a trasferte lunghe e disagevoli per raggiungere posti più o meno remoti.

Nel dicembre 1995 Massimo D’Alema, allora leader del Partito Democratico della Sinistra, organizzò a Pontignano, nella certosa di San Pietro in provincia di Siena, un convegno con l’obiettivo di superare le molte divisioni che c’erano a sinistra, di fatto ponendo le basi per la coalizione dell’Ulivo che avrebbe poi vinto le elezioni un anno più tardi con Romano Prodi. Nel marzo del 1997, però, in un nuovo analogo convegno convocato da Prodi, nel borgo medievale aretino di Gargonza, quella coalizione entrò in crisi: in quel caso fu D’Alema a contestare l’intenzione di alcuni dirigenti della sinistra di attenuare il peso dei partiti nell’alleanza di governo. «L’Ulivo senza i partiti è un’oliva», disse. Un anno e mezzo dopo, il governo di Prodi cadde.

Massimo D’Alema arriva a Gargonza, l’8 marzo 1997 (ANSA)

E cadde anche il secondo governo Prodi, nel 2008, sempre un anno dopo un altro raduno, stavolta alla Reggia di Caserta, convocato nel gennaio del 2007 per sedare i litigi crescenti nella composita coalizione di centrosinistra. A quello che i giornali definirono «un conclave» parteciparono 25 ministri e 7 segretari di partito: l’obiettivo era soprattutto ritrovare un’intesa tra Rifondazione Comunista, partito d’estrema sinistra, e il resto dell’alleanza.

Enrico Letta, da presidente del Consiglio, riunì i ministri del suo governo nell’abbazia di Spineto, in provincia di Siena, il 13 maggio 2013, per dare compattezza a una squadra fatta di partiti diversi – dal Partito Democratico a Forza Italia – e apparsa fin dall’inizio abbastanza litigiosa. I giornalisti rimasero per ore in attesa della conclusione dei lavori, e di tanto in tanto i portavoce dello stesso Letta e di Angelino Alfano, ministro dell’Interno, comparivano per leggere paludati comunicati congiunti. Il governo non trovò mai una vera sintonia e non fece granché. Nove mesi dopo Letta fu sostituito da Matteo Renzi.

Nel gennaio del 2020 fu Nicola Zingaretti, segretario del PD, a portare in raduno dirigenti e parlamentari del partito nell’abbazia di San Pastore a Contigliano, in provincia di Rieti. L’iniziativa doveva servire, in quel caso, a ribadire con maggiore nettezza le priorità del PD, accusato di subalternità nei confronti del Movimento 5 Stelle. Era il periodo del governo cosiddetto “giallorosso”, sostenuto appunto da PD e Movimento. Zingaretti parlò di «un ritrovato spirito di squadra» e di un partito compatto e determinato.

Nel marzo del 2021, Zingaretti si dimise improvvisamente da segretario, dicendo di vergognarsi di un PD lacerato da lotte intestine.

Sebbene sia una pratica diffusa soprattutto a sinistra, anche a destra ogni tanto qualcuno cerca di organizzare convegni in posti sperduti. Salvini ha fatto sapere pochi giorni fa che ha intenzione di convocare i parlamentari e i dirigenti della Lega per due giorni, il 19 e il 20 giugno. Non si conosce ancora il luogo esatto, ma dovrebbe essere in Veneto. Anche Tajani ha lasciato intendere che ci sarà, tra giugno e luglio, un convegno di Forza Italia fuori Roma, probabilmente in un convento in provincia di Frosinone, ma anche in questo caso non si hanno certezze. Entrambi i partiti vivono da mesi situazioni di grande litigiosità al loro interno.