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  • Venerdì 29 maggio 2026

I paesi europei non sanno cosa fare con la Cina

C'è in discussione un piano della Commissione per limitare la concorrenza sleale delle imprese cinesi: manco a dirlo, non c'è un accordo

Alcune lavoratrici in un impianto per la produzione di sistemi di navigazione, in Cina (China Daily via REUTERS)
Alcune lavoratrici in un impianto per la produzione di sistemi di navigazione, in Cina (China Daily via REUTERS)
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La Commissione europea sta lavorando a un piano per contrastare il massiccio arrivo di merce cinese a basso costo sul mercato europeo. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è convinta che sia necessario introdurre restrizioni per proteggere l’economia europea, ma non tutti i paesi che fanno parte dell’Unione la pensano come lei. Le posizioni di fatto sono due.

Da una parte ci sono i paesi che vorrebbero contrastare la concorrenza sleale della Cina, i cui prodotti sono spesso a basso prezzo anche grazie alle sovvenzioni che le aziende ricevono dal governo. Questo mette in forte difficoltà le aziende europee, incapaci di competere e a rischio di dover chiudere e licenziare i propri lavoratori. I prodotti dalla Cina hanno talvolta un impatto ambientale e sociale molto alto: i prezzi bassi sono dovuti anche allo sfruttamento dei lavoratori e a pratiche poco sensibili al rispetto dell’ambiente.

È uno schieramento capeggiato dalla Francia, che la scorsa settimana ha mandato alla Commissione un documento in cui sollecita l’Unione Europea a reagire anche attraverso nuovi strumenti commerciali. Pur non menzionando esplicitamente la Cina, il riferimento è evidente. Il documento è stato firmato da Italia, Paesi Bassi e Lituania. Inizialmente c’era anche l’appoggio della Spagna, che però negli scorsi giorni si è tirata indietro, dicendosi più vicina a un secondo blocco di paesi.

Di questo blocco fa parte chi ha un atteggiamento più cauto nel chiedere di limitare le merci cinesi. Per esempio la Germania, un paese storicamente esportatore che fa un doppio affidamento sulla Cina: da una parte per le forniture di materie prime e semilavorati, e dall’altra come mercato di sbocco per le sue merci. Un caso emblematico è Volkswagen, l’azienda di auto che dipende per quasi metà del suo fatturato dalle esportazioni in Cina.

Un lavoratore che assembla un’auto a Ningbo, nella Cina orientale (AP Photo/Andy Wong)

Il timore di questi paesi è legato soprattutto alle ritorsioni che potrebbe adottare il governo cinese.

L’anno scorso la Cina aveva limitato le sue esportazioni delle cosiddette “materie prime critiche”, di cui ha il sostanziale monopolio e che sono necessarie alla produzione di tantissimi beni tecnologici. La decisione fu una ritorsione ai dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e mandò in crisi l’industria di tutto il mondo. Paesi come la Germania ne furono fortemente danneggiati, e non vogliono ritrovarsi di nuovo con un problema del genere.

Non ci sono ancora dettagli sul piano a cui sta lavorando la Commissione, e dunque non è nemmeno chiaro quanto i paesi di questo secondo blocco si stiano dicendo contrari.

L’obiettivo della Commissione è tentare di contenere il grande aumento di importazioni dalla Cina degli ultimi anni, che si vede molto chiaramente dall’andamento della bilancia commerciale. La bilancia commerciale è la differenza tra importazioni ed esportazioni, se positiva significa che si compra dall’estero più di quanto si vende e si indica come deficit commerciale: nel 2025 quello dell’Unione Europea con la Cina è aumentato da 312 a 360 miliardi di euro, e nei primi mesi di quest’anno c’è stato un aumento ancora più marcato.

Il deficit commerciale si è accentuato soprattutto dalla crisi immobiliare cinese, che ha portato il regime a stimolare con più vigore l’industria e le esportazioni per sostenere la crescita economica. Con l’introduzione dei dazi di Trump, le aziende cinesi hanno poi potenziato le vendite nei paesi europei, e così il deficit si è ampliato ancora.

Un deficit commerciale elevato o in crescita non è un bene o un male di per sé. È una caratteristica che non indica per forza uno squilibrio da correggere. In questo caso specifico, però, la Commissione Europea lo ritiene problematico soprattutto perché la dipendenza è accentuata in settori particolarmente sensibili, come quello tecnologico.

Politico scrive che i funzionari europei continuano a sperare di poter collaborare con la Cina, ma stanno anche valutando misure commerciali e industriali più incisive proprio per i settori più sensibili.

Non è comunque detto che le misure introdotte riusciranno a scoraggiare il mercato. Lo si è visto per esempio nel caso delle auto elettriche cinesi, che da qualche anno sono sottoposte ai dazi europei: significa che per importarle bisogna pagare un’imposta, anche abbastanza elevata. Nelle intenzioni delle istituzioni europee, i dazi avrebbero dovuto favorire la vendita di auto europee. Non è successo e le importazioni di auto cinesi sono anzi aumentate moltissimo: hanno infatti prezzi molto competitivi rispetto a quelle europee, e stanno riscuotendo un discreto successo anche per la loro tecnologia.