I No al referendum non erano tutti voti del centrosinistra
Lo mostrano chiaramente i risultati delle elezioni amministrative, anche se coi paragoni diretti bisogna andarci piano

Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale sulla magistratura, a marzo, era parso chiaro a molti osservatori e analisti che a determinare quel successo aveva contribuito in larga misura il voto di un’ampia parte di elettori che solo in parte si riconosceva nei partiti tradizionali del centrosinistra, e che aveva preferito spesso astenersi negli ultimi anni. La vittoria delle opposizioni, dunque, non sembrava da attribuire direttamente ai partiti di opposizione, quelli della coalizione chiamata “campo largo” (che tendenzialmente comprende PD, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva).
Le elezioni amministrative di domenica e lunedì forniscono ora, per la prima volta, un primo dato concreto che consolida questa analisi. È un dato parziale e non univoco, ma significativo.
A Venezia, nell’unico capoluogo di regione dove si votava, il centrosinistra era fiducioso anche sulla base del risultato referendario: per il No avevano votato 63.500 persone, che in quel caso corrispondevano al 55,1 per cento. Stavolta le liste a sostegno del candidato progressista Andrea Martella hanno ottenuto, nel complesso, 43.200 voti, il 39,2 per cento. A destra è stato l’opposto: da 51.700 voti per il Sì al referendum si è passati a 56.300 per Simone Venturini, capace di prenderne con la sua sola lista 32mila.
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Anche a Reggio Calabria, la seconda città più importante dove si è votato, è successo qualcosa di simile. I sostenitori del No al referendum di marzo erano stati 34.700; gli elettori del candidato di centrosinistra per le comunali, Domenico Battaglia, sono stati 22.300. E lo stesso vale per Crotone: da 13.300 voti per il No a 10.500 voti per il candidato di centrosinistra Giuseppe Trocino, che ha perso.
Nel resto del Sud, dove nel complesso il centrosinistra appare più competitivo in vista delle elezioni politiche nazionali, questo andamento è meno evidente, e anzi in certi casi ci sono anche dati in controtendenza. A Enna Vladimiro Crisafulli, candidato del centrosinistra ma senza il sostegno dei partiti della coalizione, ha vinto con 9.900 voti (64,1 per cento); a marzo erano stati 7.600 quelli per il No (65,6 per cento). Ad Agrigento, Michele Sodano è andato al ballottaggio arrivando primo, con 11.600 voti e il 39,1 per cento dei consensi; al referendum aveva sostenuto il No un numero simile di elettori agrigentini (11.800), ma in quel caso la percentuale era stata del 56,8 per cento dei votanti. A Messina, dove il No a marzo aveva vinto con 48.900 voti e il 58,8 per cento, la candidata di centrosinistra Antonella Russo otterrà verosimilmente meno di 16mila voti (il dato non è ancora definitivo), e circa il 12-13 per cento.
A Trani il candidato progressista Marco Galiano è andato al ballottaggio con un promettente 40,7 per cento, forte di 12.800 voti, cioè 1.110 in meno rispetto a quelli ottenuti dal No al referendum (che in percentuale, a marzo, valsero però quasi il 55 per cento). Nella vicina Andria, tuttavia, dove Giovanna Bruno ha vinto con un clamoroso 77 per cento e con circa 41.800 voti, al referendum avevano votato per il No 23.800 persone.
Ad Avellino Nello Pizza, del PD, è stato eletto sindaco con 17mila voti, 800 in più rispetto ai No per la riforma della giustizia (ma in termini percentuali,si scende comunque dal 63,3 per cento al 54,4 per cento). A Salerno Vincenzo De Luca ha vinto con 39mila voti, 200 in più dei No di marzo (ma bisogna considerare anche i 9.500 voti ottenuti stavolta da AVS e M5S, che competevano con un proprio candidato concorrente di De Luca). A Chieti Giovanni Legnini andrà al ballottaggio, da favorito, grazie a 12.200 voti (47,2 per cento); lì i No al referendum erano stati 12.500 (51,8 per cento).
Al centro, invece, la distanza tra i No al referendum e i voti del centrosinistra alle amministrative è più consistente. A Fermo il No aveva preso 9.600 voti, mentre ne ha presi 3.800 la candidata sconfitta di questa tornata, Angelica Malvatani. A Macerata Gianluca Tittarelli, di centrosinistra, andrà al ballottaggio da secondo classificato con 8.400 voti; se fosse riuscito a ottenere 10.800 voti come quelli per il No al referendum di marzo, avrebbe vinto al primo turno.
Ad Arezzo a marzo avevano votato per il No 24.500 persone; per il candidato progressista Vincenzo Ceccarelli, che andrà al ballottaggio da secondo, lo hanno fatto in meno di 14.700. Anche a Pistoia, dove pure Giovanni Capecchi ha ottenuto una vittoria al primo turno tutt’altro che scontata col 54,4 per cento, si è passati però da 27mila per il No a 22.500 per il centrosinistra. Anche a Prato la notevole vittoria di Matteo Biffoni col 54,7 per cento è avvenuta con 6.100 voti in meno rispetto ai 45.400 ottenuti dal No a marzo.
In Lombardia, a Lecco i voti per il No erano stati 11.800, mentre a queste elezioni ne ha presi circa 9.900 Mauro Gattinoni, che andrà al ballottaggio da secondo classificato: anche in questo caso, confermando il dato di marzo, il centrosinistra avrebbe vinto al primo turno. A Mantova, al contrario, Andrea Murari ha vinto con un notevole 69,8 per cento e con 14.500 voti, più dei 13.000 ottenuti dal No al referendum.
C’è una tendenza abbastanza chiara anche se non del tutto omogenea, con eccezioni più o meno importanti. Ovviamente le due votazioni sono estremamente diverse, e dunque i paragoni devono essere presi con una certa cautela: al referendum c’era la possibilità di compattare agevolmente un fronte ampissimo ed eterogeneo, accomunato dal desiderio di non modificare la Costituzione e di manifestare un segnale di malcontento verso il governo; alle amministrative valgono logiche diverse, spesso sono determinanti faccende locali, conta molto la credibilità dei singoli candidati.
Proprio per questo, però, nel complesso emerge chiaramente un elemento: il centrosinistra non può dare per scontati, o come già acquisiti, tutti i voti confluiti nel No al referendum, quelli che avevano permesso a Elly Schlein e agli altri leader del cosiddetto campo largo di rivendicare la più significativa vittoria politica contro Giorgia Meloni ottenuta dal 2022 in poi.
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