L’incomparabile Andrea Pazienza
Uno dei più influenti fumettisti italiani di sempre nacque 70 anni fa, e raccontò una generazione spaventata in modo tutto suo
di Giuseppe Luca Scaffidi

Nel marzo del 1977 il fumettista italiano Andrea Pazienza aveva 21 anni e dovette rimediare a un problema che si era creato da solo. La rivista Alter Alter stava per pubblicare il primo numero di Le straordinarie avventure di Pentothal, il suo fumetto d’esordio incentrato su uno scombinato studente fuori sede di Bologna (Pentothal, per l’appunto) che passava il tempo a drogarsi e a disegnare, mentre attorno a lui tutti si interessavano di politica e frequentavano i collettivi universitari del vivace contesto bolognese.
Pazienza aveva consegnato le tavole a febbraio, convinto di aver finito il lavoro. Ma le cose cambiarono l’11 marzo, quando a Bologna il militante di Lotta Continua Francesco Lorusso fu ucciso da un carabiniere durante una contestazione studentesca. Nei giorni successivi, le foto delle grosse manifestazioni studentesche e dei blindati che il ministro dell’Interno Francesco Cossiga inviò in città per reprimerle finirono su tutti i giornali, che cominciarono a parlare dei «fatti di Bologna». Come esordio Pazienza avrebbe voluto un racconto autobiografico e calato nella contemporaneità e invece, senza riferimenti a quello che stava succedendo, la sua storia era già diventata vecchia.
Per metterci una pezza realizzò in fretta e furia una nuova tavola conclusiva e la consegnò alla redazione di Alter Alter, chiedendo di sostituirla alla precedente: la rivista acconsentì. La nuova tavola aveva una composizione molto caotica: al centro c’era Pentothal che, con gli occhi sbarrati, ascoltava l’appello di una radio libera che invitava i manifestanti a non disperdersi. Sotto comparivano la canna di un carro armato e uno striscione con la scritta «Francesco è vivo e lotta insieme a noi».
La parte inferiore era occupata da una lunga nota scritta a mano dallo stesso Pazienza, con una conclusione ottimista rispetto alle prospettive dei movimenti studenteschi, che gli appassionati di fumetti conoscono molto bene: «Madonna, vi giuro, credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio. Evviva!». Negli anni successivi Pazienza, che nacque il 23 maggio di settant’anni fa, sarebbe diventato uno dei principali protagonisti della controcultura italiana: avrebbe raccontato una generazione spaventata e disillusa in modo tutto suo, e partendo da sé stesso.

Pazienza fu uno degli artisti più rappresentativi del cosiddetto Movimento del ‘77, l’esperienza politica più importante della sinistra giovanile extraparlamentare di quegli anni. Creò un immaginario popolato da giovani disfunzionali, rassegnati e perennemente storditi dalle droghe, con principi radicalmente opposti a quelli della generazione che li aveva preceduti.
I protagonisti delle storie di Pazienza non cercavano disperatamente un’occupazione, anzi, sembravano rifiutare del tutto il concetto di lavoro salariato, o comunque non preoccuparsene troppo. Avevano un approccio libero e istintivo al sesso, l’idea di mettere su famiglia non li sfiorava neppure e passavano la maggior parte del loro tempo in spazi autogestiti, centri sociali e aule universitarie occupate. I loro caratteri erano diversi, ma sempre estremi: alcuni erano vulnerabili, depressi e arrendevoli, altri si comportavano in modo crudele e sconsiderato.
Lo sfondo delle storie di Pazienza era Bologna, la città in cui si era trasferito nel 1974 per frequentare il DAMS, il primo corso di laurea in Italia in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Uno dei luoghi più rappresentati nei suoi fumetti era proprio la sede del DAMS, che grazie a lui è diventata parte della cultura pop italiana.

Una mostra dedicata ad Andrea Pazienza a Bologna, nel 2021 (Roberto Serra/Getty)
Pazienza nacque a San Benedetto del Tronto, nelle Marche, ma crebbe a San Severo, in Puglia. Cominciò a interessarsi al fumetto quando si trasferì a Pescara per frequentare il liceo artistico. A scuola fece amicizia con il suo futuro collega Tanino Liberatore, cominciò a realizzare scenografie per il Teatro Verdi, e disegnò le sue prime tavole, che però rimasero inedite.
Quando arrivò a Bologna, il suo appartamento in via Emilia Ponente 223 diventò presto un luogo di ritrovo frequentato da compagni d’università, studenti e aspiranti fumettisti. Tra questi c’erano Igor Tuveri, giovane illustratore cagliaritano appassionato di manga e cultura giapponese, e Filippo Scozzari, autore con idee un po’ stravaganti. Si era inventato il Dottor Jack, un investigatore privato al servizio del Partito Comunista Italiano, e un paio d’anni dopo sarebbe entrato a far parte della squadra di Radio Alice, la più famosa radio indipendente bolognese.
Un altro luogo bazzicato da Pazienza fu il “Traumfabrik”, un appartamento occupato in via Clavature, nel centro della città. Era uno spazio di pochi metri quadri, ma ebbe una grande importanza per la controcultura bolognese di quel decennio: veniva visitato ogni giorno da pittori, grafici, scrittori, fumettisti e musicisti della scena punk (in particolare i Gaznevada), che passavano il tempo disegnando, suonando insieme e drogandosi.
Pazienza si distinse dai suoi colleghi per uno stile di disegno formidabile, anarchico e mai visto prima. Prendeva ispirazione da tante cose, come il dadaismo, il situazionismo e le illustrazioni visionarie del fumettista francese Moebius. Aveva un tratto marcato e molto nervoso, e amava spiazzare il lettore cambiando completamente stile da una tavola all’altra.
Le sue tavole erano spesso sprovviste della “gabbia” (la classica divisione in vignette) e le sue storie erano brevi solo per via del numero di pagine, visto che ogni balloon era densissimo di testo. Un’altra caratteristica nota di Pazienza era la sua attenzione per il lettering, cioè lo stile grafico delle lettere, che utilizzava in modo molto espressivo per enfatizzare gli stati d’animo dei personaggi. Nei suoi racconti, questo elemento aveva un’importanza narrativa pari a quella dei disegni e dei dialoghi.

Dopo l’esordio con Le straordinarie avventure di Pentothal, pubblicato su Alter Alter fino al 1981, Pazienza contribuì alla creazione di Cannibale, periodico dedicato al fumetto indipendente e sperimentale. L’avevano fondata gli amici Stefano Tamburini e Massimo Mattioli, e doveva il suo nome all’omonima rivista dadaista diretta dal pittore francese Francis Picabia. Cannibale fu uno spazio importantissimo per il fumetto italiano. I fumettisti che ci lavoravano erano un po’ gli editor di loro stessi, e potevano contare su una totale libertà creativa nei disegni, nella scelta dei temi e nello sviluppo delle storie. Oltre a Pazienza collaboravano con la rivista Tuveri, Scozzari e Liberatore.

L’esperienza di Cannibale continuò in altre riviste simili per approccio e intenzioni, come Il Male e soprattutto Frigidaire, la più famosa del trio. Fu quella su cui Tamburini e Liberatore pubblicarono Ranxerox, probabilmente il fumetto di fantascienza italiano più famoso al mondo (nonché il preferito di Frank Zappa). Ma soprattutto dove vennero pubblicati i primi sei numeri di Zanardi, una delle serie più note di Pazienza.
Dal punto di vista concettuale, era una sorta di antitesi del suo lavoro precedente. Le straordinarie avventure di Pentothal tentava di decostruire gli archetipi tipici del fumetto d’avventura italiano, a partire dal titolo: prometteva al lettore imprese mirabolanti e narrazioni avvincenti, ma poi lo metteva di fronte all’alienante quotidianità di uno studente bolognese sconsolato, povero e che portava il nome di un farmaco barbiturico.
Zanardi invece era una specie di rappresentazione esasperata dell’edonismo degli anni Ottanta. Il suo protagonista, Massimo Zanardi detto “Zanna”, era un liceale alto, magro, ingobbito e col naso adunco che passava le giornate a vessare i compagni di scuola del liceo Fermi, insieme agli amici Sergio “Pietra” Petrilli e Roberto “Colas” Colasanti. Aveva atteggiamenti perfidi e manipolatori nei confronti di chiunque, dai genitori alle ragazze che incontrava, e provava un piacere sadico nel fare del male al prossimo in maniera del tutto gratuita.
Giallo Scolastico, la prima storia in cui apparve il personaggio, uscì nel 1981: si apriva con Zanardi che scuoiava il gatto della signorina Corona, la preside della sua scuola, e poi lo crocifiggeva sul portone di casa sua.

Su Frigidaire fece la sua comparsa anche Enrico Fiabeschi, personaggio che apparve in una sola storia di Pazienza (Giorno) ma che ha una fama pari se non superiore a quella di Zanardi. Il merito è del regista Renato De Maria, che nel 2002 lo rese il protagonista di Paz!, film liberamente ispirato all’universo narrativo di Pazienza. Anche se gli appassionati lo criticano spesso in quanto poco filologicamente rispettoso del lavoro di Pazienza, negli ultimi vent’anni Paz! è diventato un film di culto.
È rimasta soprattutto una scena, che De Maria riprese integralmente proprio da una tavola di Giorno: quella in cui Fiabeschi (interpretato da Max Mazzotta), un impreparato e ultratrentenne studente fuori corso, prova senza successo a superare un esame di semiotica al DAMS, portando come argomento a piacere “Apocalips Nau” (pronunciato proprio così) di Francis Ford Coppola.
Nel 1985, quando era ormai diventato il fumettista italiano più importante della sua generazione, Pazienza pubblicò Gli ultimi giorni di Pompeo. Lo scrisse e disegnò a Montepulciano, in provincia di Siena, dove si era trasferito nel 1984 per guarire da una grave dipendenza da eroina.
È il lavoro più tragico, commovente e personale di Pazienza, ed è interamente incentrato sulla sua tossicodipendenza: il protagonista è un fumettista eroinomane che trascorre le sue ultime giornate a combattere con l’astinenza e a scusarsi con amici e parenti prima di suicidarsi.

Pazienza ebbe un rapporto speciale con il presidente della Repubblica Sandro Pertini, a cui fu legato da una stima reciproca. Lo definiva «l’ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini», e gli dedicò diverse storie brevi. Disegnava Pertini in modo eroico e caricaturale, enfatizzandone il carisma e raffigurandolo come un partigiano indomito e incorruttibile: queste storie furono pubblicate su diverse riviste, tra cui Il Male, Frizzer, Frigidaire e Cannibale.
Pazienza lavorò anche in ambito discografico e al cinema: disegnò copertine per i dischi di Amedeo Minghi, Claudio Lolli, Roberto Vecchioni, Enzo Avitabile, David Riondino e PFM, e locandine per Federico Fellini e Stefania Casini.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Montepulciano insieme alla fumettista Marina Comandini, che conobbe nel 1985 e sposò l’anno dopo. In quel periodo realizzò illustrazioni su commissione, scrisse qualche sceneggiatura per il cinema e collaborò con Linus e Tango, il settimanale del quotidiano l’Unità. Il 16 giugno 1988, a 32 anni, fu trovato morto nel bagno di casa sua. Nei giorni successivi i giornali parlarono di un’overdose di eroina, ma le cause della sua morte non furono mai confermate dalla famiglia.

Pazienza è ricordato con un estesissimo affetto anche per la sua spontaneità e per i modi gentili e affabili che aveva durante le interviste. Ne concesse moltissime, soffermandosi spesso su aspetti della sua vita privata. Una delle più ricordate è quella che gli fece nel 1984 il conduttore televisivo Red Ronnie, durante il Salone internazionale dei Comics di Lucca. Si era trasferito da poco a Montepulciano, e durante l’intervista era visibilmente provato: il giorno prima aveva saputo che la sua storica compagna, Elisabetta Pellerano, aveva iniziato una relazione con uno dei suoi migliori amici, l’artista Marcello Jori.
«Due miei cari amici si sono lasciati, stavano insieme, si sono sposati due anni fa e io sono stato al matrimonio con la mia ragazza, con la quale stavo da cinque anni. E questo è già un fatto grave, ma è ancora più grave che questo mio amico si è messo con la mia ragazza», disse Pazienza, che subito dopo chiese a Red Ronnie di tagliare quella parte. Quando il conduttore gli domandò perché avesse deciso di lasciare Bologna, Pazienza rispose: «Avevo esaurito tutte le storie belle e mi restavano solo le più pese».
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