Meglio non parlare di AI nei discorsi di fine anno delle università americane

I relatori che l'hanno citata positivamente sono stati coperti di fischi in più occasioni, per via di un'ostilità crescente e diffusa

I laureandi dell’università del Massachusetts Amherst ascoltano uno dei discorsi allo stadio Warren McGuirk Alumni, il 15 maggio 2026, ad Amherst (Daniel Jacobi II/The Daily Hampshire Gazette/AP)
I laureandi dell’università del Massachusetts Amherst ascoltano uno dei discorsi allo stadio Warren McGuirk Alumni, il 15 maggio 2026, ad Amherst (Daniel Jacobi II/The Daily Hampshire Gazette/AP)
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Nei giorni scorsi in diverse università americane gli abituali discorsi di fine anno tenuti da presidi, professori, ex studenti illustri e altri ospiti sono stati interrotti dai fischi quando andavano a parare sull’intelligenza artificiale (AI). I video dei relatori che sorridevano e provavano goffamente a tirarsi fuori dall’impaccio sono circolati molto sui social e sui siti di news. E le contestazioni degli studenti sono state interpretate da molti come l’espressione plateale di un rancore crescente tra i giovani verso l’AI, diffuso anche in altri paesi occidentali.

In alcuni casi è bastato semplicemente nominare l’AI per provocare i fischi. In altri casi, invece, le proteste seguivano passaggi dei discorsi in cui i relatori commentavano positivamente l’AI o comunque esprimevano aspettative incoraggianti, rimanendo sinceramente spiazzati dall’effetto sulla platea. E proprio la loro reazione sorpresa ha suscitato l’impressione che ci sia una profonda discrepanza nel modo in cui generazioni e soprattutto classi sociali diverse giudicano l’impatto attuale e quello prevedibile dell’AI sulla vita delle persone e sulle loro prospettive di lavoro.

«Wow, che succede? Ok, ho toccato un nervo scoperto», ha detto sorridendo Gloria Caulfield, una dirigente del settore immobiliare ed ex studentessa dell’università della Florida Centrale, durante il suo discorso alla cerimonia di consegna delle lauree. Era stata appena sommersa di fischi dopo aver definito l’ascesa dell’AI «la prossima rivoluzione industriale». Ha quindi ripreso il discorso ma si è fermata di nuovo quando ha detto: «Fino a qualche anno fa l’AI non era un fattore nelle nostre vite…», stavolta interrotta dagli applausi degli studenti a esprimere nostalgia per un mondo senza questi strumenti.

Qualcosa di simile è successo all’imprenditore Eric Schmidt, ex amministratore delegato e poi presidente esecutivo di Google, invitato dall’università dell’Arizona a tenere un discorso di fine anno sulla tecnologia. Anche lui ha suscitato contestazioni rumorose quando ha citato le trasformazioni dovute all’AI, ma è sembrato quantomeno consapevole di quanto sia polarizzante l’argomento. E ha in parte attribuito le reazioni polemiche e preoccupate ai meccanismi interni dei social media: «Capisco quella paura, è razionale, ed è amplificata ogni giorno da algoritmi che hanno imparato con grande precisione che la paura attira i clic e che l’ansia guida il coinvolgimento».

Il discorso di Schmidt, che premoniva l’influenza dell’AI «su ogni professione, ogni aula, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione», è sembrato inopportuno a molti studenti. «All’università siamo scoraggiati dall’utilizzare la tecnologia e penalizzati se la utilizziamo. E poi arriva come relatore un paladino dell’AI: perché?», ha detto ad AP una laureanda che era presente.

Diversi sondaggi condotti tra gli studenti universitari negli Stati Uniti mostrano quanto sia diventata impopolare l’AI e quanto invece sia condivisa tra loro la preoccupazione che competenze e abilità acquisite negli anni di studio diventino presto obsolete per sua causa. Di questo rischio ha parlato espressamente un altro relatore, Scott Borchetta, fondatore e dirigente della casa discografica Big Machine Records, invitato a parlare alla cerimonia di consegna delle lauree dell’università statale del Middle Tennessee. «Le cose che avete imparato qui al primo anno potrebbero essere già obsolete», ha detto.

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Tra tutti, Borchetta è stato il più apertamente sprezzante verso le proteste degli studenti. «Fateci pace», ha detto reagendo ai fischi, e insistendo sul fatto che l’AI è solo uno «strumento», come dice ai musicisti con cui lavora per tranquillizzarli, dato che «la maggior parte di loro con più di 30 anni ha proprio paura dell’AI». La sua opinione è che la situazione attuale non sia poi tanto diversa da quella di venti anni fa, perché ieri come oggi «tutto ciò che facciamo nella musica, nei media e nell’intrattenimento è un esperimento», ha detto, e quindi non c’è mai garanzia che funzioni. Con la differenza che le nuove generazioni, grazie all’AI, hanno «un’opportunità più grande che mai di fare del bene, di raccontare grandi storie, di essere migliori».

Le reazioni negative tra i giovani nelle università fanno parte di un insieme più ampio e trasversale di recenti contestazioni pubbliche dell’AI. Decine di comunità in diversi stati americani si sono opposte nei mesi scorsi alla costruzione di nuovi data center, in alcuni casi anche in modo violento, bloccando almeno 48 progetti avviati da grandi aziende tecnologiche. Sono centinaia di migliaia le persone che si organizzano in gruppi Facebook sempre più numerosi, contrarie allo sviluppo dell’AI perché variamente preoccupate di perdere il posto di lavoro, dell’aumento dei costi dell’energia, delle violazioni della privacy, dell’impatto ambientale e di quello sulla salute mentale e sull’istruzione dei loro figli.

Citando il CEO di una società che si occupa di studi di fattibilità dei data center, il Wall Street Journal ha scritto che in questo momento «l’AI è più impopolare dei politici e dell’ICE [la discussa agenzia federale che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione]». E ha citato sondaggisti secondo i quali il peggioramento della reputazione dell’AI nell’opinione pubblica non ha precedenti per rapidità del fenomeno, sia tra gli elettori Democratici che tra i Repubblicani.

Un’opinione condivisa tra chi lavora nelle aziende dell’AI è che il rancore di molte persone sia in gran parte responsabilità dei media: una conseguenza della loro tendenza a definire scenari futuri catastrofici. «Se si parla costantemente e sistematicamente di AI da una prospettiva di paura, si finirà per alimentare la paura», ha detto al Wall Street Journal Chris Lehane, responsabile degli affari globali di OpenAI.

Secondo il giornalista statunitense Brian Merchant, autore del libro sulle origini del luddismo Sangue nelle macchine (e ospite a febbraio del podcast Globo), le proteste degli studenti sono però particolarmente significative rispetto ad altre manifestazioni simili, perché riflettono «una spaccatura generazionale ed economica tra chi trae vantaggio dall’intelligenza artificiale e chi ne subisce le conseguenze negative». Mostrano anche la superficialità di una certa retorica sull’AI popolare tra dirigenti e manager di mezza età che sembrano fuori dal mondo.

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Quasi tutti quelli che parlano di AI come di una «rivoluzione industriale», scrive Merchant, «hanno qualcosa da vendere, e di solito quel qualcosa è legato all’idea che l’AI sia inevitabile e che dobbiamo tutti abituarci alla delega cognitiva, all’aumento della sorveglianza e alle crescenti esigenze di produttività che tale accettazione comporta». E spesso non hanno alcuna consapevolezza di quale sia invece l’idea prevalente tra le persone più giovani e meno facoltose, inclini a vedere l’AI «come un’estensione di un sistema già iniquo e come un acceleratore di tale disuguaglianza».