C’è traffico, meglio prendere questo traghetto di cinquecento anni fa
Per superare il fiume Adda alcuni pendolari lombardi hanno riscoperto un'antica invenzione attribuita a Leonardo da Vinci
di Isaia Invernizzi

Giorgio Turrisi ha passato due giorni bloccato nel traffico tra le province di Lecco e Bergamo, in Lombardia, prima di trovare un’alternativa tanto comoda quanto affascinante. Ora regge il suo monopattino respirando l’umidità della foschia, sulle acque tranquille del fiume Adda. Sono le 7 di mattina, il suo turno in fabbrica inizia tra mezz’ora e sul traghetto cinquecentesco che collega Imbersago a Villa d’Adda c’è un silenzio irreale. Non è un antico traghetto qualsiasi: è a fune, sfrutta le leggi della fisica, e da sempre si dice che l’abbia inventato Leonardo da Vinci.
«È stata mia mamma a suggerirmi di andare al lavoro così. All’inizio pensavo stesse scherzando, invece aveva ragione», dice. «Ci metto meno tempo e sono sicuro di arrivare in orario, ma soprattutto è tutto meno stressante».
Fino a una decina di giorni fa nessuno dei pendolari e degli studenti che ogni mattina si imbarcano sul traghetto si sarebbe sognato di oltrepassare il fiume Adda in questo modo, sfruttando un’invenzione vecchia di secoli. Ma all’inizio di maggio i loro spostamenti sono stati stravolti, insieme a quelli di altre migliaia di persone.

Un pendolare in monopattino in attesa di sbarcare a Villa d’Adda (Isaia Invernizzi/il Post)
A meno di tre chilometri di distanza in linea d’aria da Imbersago, migliaia di auto sono in coda in attesa di passare dal ponte San Michele tra Paderno d’Adda e Calusco d’Adda. Gli abitanti del Lecchese lo chiamano ponte di Paderno, i bergamaschi ponte di Calusco. È uno dei pochi collegamenti rimasti tra le due province dopo l’inizio dei lavori di manutenzione al ponte di Brivio, pochi chilometri più a nord, chiuso per i prossimi 15 mesi, dal 4 maggio fino all’agosto del 2027. Dal ponte di Brivio passavano ogni mattina migliaia di auto e camion, ora una parte di quel traffico si è riversata sul ponte San Michele.
Il San Michele è un ponte ad arco in ferro costruito alla fine dell’Ottocento, riconosciuto come patrimonio di archeologia ingegneristica. Nel 2017 è stato candidato per entrare nella lista dei beni italiani dell’Unesco. Da questo pezzo di storia passano sia le auto che i treni di una delle due linee ferroviarie tra Bergamo e Milano. Non in contemporanea però, perché la struttura è delicata. Le auto passano a senso unico alternato solo quando non passa il treno, che ha la precedenza.
Già in condizioni normali gli automobilisti dovevano pazientare quando trovavano il semaforo rosso, ma con l’aumento del traffico causato dalla chiusura del ponte di Brivio la situazione è molto peggiorata. Negli ultimi giorni le telecamere hanno contato oltre ottomila veicoli sul ponte tra le 7 e le 9, il 30 per cento in più rispetto alla normalità. Ci sono stati giorni con oltre due chilometri di coda in entrambe le direzioni. Per evitare di rimanere fermi quasi un’ora, molti pendolari hanno iniziato a svegliarsi molto presto, come dimostra l’aumento del traffico tra le 5 e le 6. A qualcun altro è venuto in mente il traghetto di Leonardo.

Pendolari attendono di scendere dal traghetto (Isaia Invernizzi/il Post)
Tutte le mattine Beatrice Trovò e Matteo Alberti partono da Saronno, in provincia di Varese, per raggiungere la sede della startup dove lavorano, a Villa d’Adda, in provincia di Bergamo. Per attraversare l’Adda avrebbero dovuto aggiungere almeno altri cinquanta minuti ai cinquanta del viaggio, se non avessero scoperto il traghetto. «Lasciamo l’auto a Imbersago, in una decina di minuti passiamo il fiume e raggiungiamo a piedi la sede dell’azienda», dice Trovò. «Il viaggio è diventato rilassante e divertente, nel silenzio e nella natura».
Qualche scomodità c’è, comunque. Sul traghetto infatti non possono salire le auto, solo pedoni, biciclette e moto, quindi chi vuole sfruttarlo per tragitti lunghi deve trovare un mezzo di trasporto sull’altra sponda: alcune aziende della zona stanno valutando di organizzare navette per agevolare i loro dipendenti.
Un altro limite è il meteo. Quando piove non ci sono ripari e se c’è troppo vento il traghetto non parte. I barcaioli hanno aperto una chat di WhatsApp per avvisare tutti per tempo. Nella prima settimana si è abbonata una ventina di persone, diverse altre acquistano biglietti singoli – 1,5 euro – per testare se può essere davvero una soluzione. Sono numeri piccoli rispetto agli ottomila veicoli che attraversano ogni giorno il ponte San Michele, ma per chi abita o lavora vicino alle due sponde è diventata l’alternativa più rapida.

Il traghetto di Leonardo in viaggio verso Imbersago (Isaia Invernizzi/il Post)
Il traghetto è silenzioso perché funziona senza motore, spinto dalla corrente e da un sistema ingegnoso. Di per sé l’imbarcazione è una chiatta formata da due chiglie affiancate, con una piccola cabina, un albero senza vela e una piattaforma dove possono salire pedoni e mezzi. In cima all’albero un congegno fa scorrere tra due rulli un cavo d’acciaio teso tra le due sponde. Il cavo e l’albero sono essenziali perché permettono al traghetto di non andare alla deriva e di sfruttare la corrente del fiume che spinge sulle due chiglie.
Lo scafo è libero di muoversi intorno all’asse dell’albero, una libertà che consente al barcaiolo di manovrare il timone e trovare l’inclinazione che fa sì che la corrente lo spinga verso l’altra sponda: forse senza nemmeno rendersene conto, il barcaiolo applica la legge di scomposizione delle forze, analogamente a come si fa per andare in barca a vela. È lo stesso principio della fisica che secondo diversi studiosi interessò Leonardo da Vinci durante i venticinque anni trascorsi nel ducato di Milano, per occuparsi della navigabilità del territorio tra Lecco e il capoluogo.
Nel 1513 Leonardo ritrasse il traghetto, o comunque uno molto simile, in un disegno intitolato Paesaggio dell’Adda con particolare di un traghetto, conservato alla Biblioteca reale di Windsor. In realtà esistono testimonianze scritte dell’esistenza di imbarcazioni di questo tipo già prima dell’arrivo di Leonardo da Vinci a Milano: la prima è una lettera del 1454. Secondo lo storico brianzolo Erminio Bonanomi, che ha ricostruito la storia dei traghetti lungo il fiume Adda, Leonardo potrebbe al massimo aver progettato il porto di Imbersago dopo aver studiato il principio fisico su cui si basava il traghetto. Non c’è certezza, ma se da sempre è conosciuto come il traghetto di Leonardo ci sarà almeno un pezzetto di verità.
Per almeno trecento anni i traghetti come quello di Imbersago sono stati l’unico collegamento tra la sponda lecchese e quella bergamasca dell’Adda, quando nella zona non c’erano ponti. Sui traghetti passavano persone, cavalli, muli e carri, secondo tariffe stabilite. Alcuni comuni avevano accordi particolari per far viaggiare gratis gli abitanti in cambio della manutenzione delle strade che portavano ai porti. Sull’Adda i traghetti a fune erano cinque, scomparsi a partire dal 1889, quando fu costruito il ponte San Michele.

Francesco Epis, uno dei barcaioli, dà il primo strappo per partire (Isaia Invernizzi/il Post)
Oggi i barcaioli sono una decina, tutti volontari della pro loco di Imbersago. Il traghetto ha riaperto nell’estate del 2025, dopo tre anni di chiusura perché il comune di Imbersago non riusciva a trovare nessuno interessato a gestirlo. Il sindaco Fabio Vergani ha capito il motivo dello scarso interesse quando si è messo in testa di riaprirlo lui, il traghetto. «Siccome è un mezzo di trasporto passeggeri e per di più sull’acqua, per manovrarlo serve un’abilitazione che si ottiene solo con sei mesi di pratica e un esame. Ormai mi ero impegnato, non potevo tirarmi indietro: è stato faticoso, ma ne è valsa la pena», dice Vergani. Ora è lui stesso a formare gli altri barcaioli.
Solo dopo la chiusura del ponte di Brivio la pro loco ha deciso di aprire anche durante la settimana per offrire un’alternativa ai pendolari, e non più solo nel fine settimana: la prima corsa parte da Imbersago alle 7 e l’ultima termina alle 8, nel pomeriggio si va dalle 17 alle 18:30. I volontari fanno avanti e indietro sette o otto volte, poi anche loro vanno al lavoro.



