Il motivo per cui Kate Middleton è andata a Reggio Emilia

È il Reggio Emilia Approach, un metodo educativo adottato nei nidi e nelle scuole dell'infanzia della città, e diventato noto in tutto il mondo

La principessa Kate durante la visita alla scuola dell'infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia (Jordan Pettitt/Getty Images)
La principessa Kate durante la visita alla scuola dell'infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia (Jordan Pettitt/Getty Images)
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Mercoledì e giovedì la principessa del Galles, Kate Middleton, è stata a Reggio Emilia per visitare alcuni asili nido e scuole dell’infanzia che seguono il cosiddetto “Reggio Emilia Approach”, un modello educativo conosciuto e studiato in tutto il mondo. Middleton si occupa da tempo di temi legati all’infanzia: nel 2021 ha creato il Royal Foundation Centre for Early Childhood, una fondazione che promuove studi e iniziative dedicate ai primi anni di vita dei bambini.

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Il Reggio Emilia Approach è il risultato di un lavoro sui diritti dell’infanzia e sull’educazione iniziato nel secondo dopoguerra e diventato noto a livello internazionale negli anni Novanta. Non è un metodo rigido ma un approccio educativo e filosofico che si basa sull’idea di considerare il bambino una persona con diritti, interessi e capacità proprie già dalla primissima infanzia. Un tempo era considerato un approccio estremamente innovativo. Oggi non è diverso da quelli applicati anche in altri nidi e scuole dell’infanzia in Italia: ciò che differenzia il modello di Reggio Emilia è che è stato istituzionalizzato in tutta la città, e che il comune ne è il gestore e finanziatore, tanto che possiede il marchio registrato Reggio Emilia Approach.

L’idea centrale è che la scuola debba lasciare spazio all’autonomia, alla curiosità e alla partecipazione dei bambini, favorendo un rapporto il più possibile paritario con educatrici ed educatori.

Per esempio ogni mattina, solitamente verso le 9:00, i bambini si riuniscono per confrontarsi su come si è sviluppata o si svilupperà la loro giornata. I bambini si siedono in cerchio, chiedono di parlare alzando la mano, e aspettano il loro turno ascoltando gli altri. L’obiettivo è che ciascuno possa contribuire e che le decisioni non vengano prese solo dagli adulti. All’assemblea partecipano tutti i bambini della scuola dell’infanzia (che hanno dai 3 ai 6 anni), ma anche per i bambini più grandi del nido vengono organizzati dei momenti di confronto simili.

La principessa Kate Middleton prende parte al momento di confronto della mattina con i bambini della scuola dell’infanzia Salvador Allende (Antonio Calanni/Associated Press)

Durante la giornata scolastica i bambini fanno molte attività artistiche e laboratoriali. In tutte le scuole c’è uno spazio dedicato all’arte e alla sperimentazione creativa, gestito da un “atelierista”, cioè un insegnante con formazione artistica che accompagna i bambini nell’uso di linguaggi diversi, dalla pittura alla modellazione dell’argilla.

Nelle scuole che seguono questo approccio anche gli spazi hanno un ruolo importante. Gli ambienti sono pensati per essere accoglienti, ricchi di stimoli e pieni di materiali che i bambini possono toccare e usare liberamente. Viene data anche grande attenzione al rapporto con la natura, attraverso giardini, orti e attività all’aperto.

Tutto il personale scolastico viene formato secondo i principi del Reggio Emilia Approach, compreso il personale di cucina. Per questo anche la preparazione del cibo può diventare un momento educativo condiviso con i bambini, integrato nelle attività quotidiane della scuola.

In tutte le scuole esistono inoltre i “Consigli Infanzia Città”, organismi a cui partecipano genitori e personale scolastico, ma aperti anche agli abitanti del quartiere interessati al funzionamento del servizio educativo. I consigli si riuniscono periodicamente per discutere di come stanno andando le attività scolastiche, di cosa potrebbe essere migliorato e degli aspetti che invece funzionano bene.

Nel tempo il Reggio Emilia Approach è diventato uno degli elementi più riconoscibili della città. L’amministrazione comunale finanzia il progetto destinando circa il 13 per cento del budget annuale nel comparto prescolastico.Viene applicato in tutti i nidi comunali ma non solo. Grazie a un protocollo d’intesa, il comune collabora anche con nidi gestiti da cooperative sociali e con scuole statali e paritarie, aiutandoli ad applicare l’approccio educativo reggiano.

Nella provincia di Reggio Emilia i nidi sono presenti in maniera piuttosto capillare, in tutta la provincia ce ne è almeno uno per comune, un dato abbastanza inusuale per l’Italia. Nella città di Reggio Emilia – dove vivono 170mila persone – ci sono circa 30 asili asili nido di cui 13 comunali e 13 a gestione indiretta, gestiti cioè dalle cooperative sociali. «A differenza di altri territori che tendono a esternalizzare i servizi, Reggio Emilia mantiene una percentuale molto elevata di nidi e scuole dell’infanzia a gestione comunale diretta», spiega Marwa Mahmoud, assessora alle Politiche educative con delega a scuole e nidi d’infanzia. La volontà dell’amministrazione, dice, è di non privatizzare il sistema e continuare a investire nel settore pubblico.

Il lavoro portato avanti dal comune di Reggio Emilia sui servizi educativi per la prima infanzia ha contribuito a raggiungere livelli molto alti di partecipazione scolastica: circa il 64 per cento nella fascia 0-3 anni e il 99 per cento nella scuola dell’infanzia.

Il Reggio Emilia Approach è diventato famoso in tutto il mondo negli anni ’90. Nel 1991 il magazine americano Newsweek pubblicò un articolo sulla scuola dell’infanzia Diana di Reggio Emilia definendola una delle 10 scuole migliori al mondo. Nel 1994 il comune creò la Reggio Children, un’azienda dedicata alla diffusione internazionale del “modello Reggio” sviluppato nelle scuole cittadine. Da quel momento è cresciuto parecchio l’interesse per questo approccio, che si è diffuso in molti altri paesi: c’è una comunità di scuole che seguono il Reggio Emilia Approach negli Stati Uniti.

L’interesse per i diritti dell’infanzia è presente da molto tempo a Reggio Emilia. Dopo la fine della seconda guerra mondiale un gruppo di donne dell’Unione donne italiane (Udi) cominciò ad aprire scuole materne e asili nido popolari autogestiti nella provincia di Reggio Emilia, soprattutto nelle aree di campagna. Uno di questi, che si trova nella frazione di Villa Cella, fu costruito grazie ai ricavi ottenuti dalla vendita di un carro armato e di alcuni cavalli lasciati dai tedeschi in ritirata.

Quando Loris Malaguzzi, un maestro e pedagogista della zona, venne a conoscenza dell’apertura della scuola di Villa Cella, decise di collaborare con le donne dell’Udi. Negli anni successivi diventò la figura centrale del progetto educativo e lavorò con il comune di Reggio Emilia alla creazione delle prime scuole comunali, poi dal 1971 al coordinamento del sistema dei nidi.

A Malaguzzi si deve anche una delle idee più note del Reggio Emilia Approach: quella secondo cui i bambini abbiano “cento linguaggi”, cioè molti modi diversi di esprimersi, conoscere il mondo e comunicare, che spesso la scuola tradizionale tenderebbe a limitare.

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