La crisi energetica arricchisce la Basilicata, ma non i lucani

Che anzi, si impoveriscono: la benzina costa di più proprio nelle zone interne dove ci sono i giacimenti petroliferi

di Angelo Mastrandrea

Lo stabilimento di Tempa Rossa a Corleto Perticara, 2021 (ANSA/TONY VECE)
Lo stabilimento di Tempa Rossa a Corleto Perticara, 2021 (ANSA/TONY VECE)
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La Basilicata è la regione con le maggiori riserve di petrolio su terraferma in Europa. Produce il 70 per cento del greggio italiano e copre circa il 6 per cento del fabbisogno nazionale. Da quando è iniziata la guerra in Medio Oriente sta guadagnando più di prima, perché con gli aumenti del prezzo del petrolio crescono anche le royalties, cioè le compensazioni economiche pagate alla Regione dalle compagnie petrolifere. I soldi serviranno però a pagare le spese correnti, soprattutto gli stipendi del personale. I cittadini lucani, invece, si impoveriranno.

Secondo una stima dell’ufficio studi della CGIA (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre la crisi energetica quest’anno costerà ai lucani complessivamente 243 milioni di euro.

«Le nostre entrate si allargano quanto più si restringe lo stretto di Hormuz, perché meno petrolio c’è in giro e più aumenta il prezzo, più si alza il prezzo e più la Regione incassa», ha spiegato Piero Lacorazza, capogruppo del Partito Democratico all’assemblea regionale. «Siamo di fatto l’unico ente regionale con un bilancio quotato in borsa, dipendente dal prezzo del petrolio, una condizione che ci espone a dinamiche esterne come una società di capitali».

Il 30 aprile, durante il dibattito all’assemblea regionale sul bilancio di previsione 2026-2028 presentato dalla giunta di centrodestra, Lacorazza ha criticato l’eccessiva dipendenza dal petrolio e denunciato che gli introiti delle royalties vengono utilizzati solo per far quadrare i conti.

In realtà l’estrazione di greggio in Basilicata è in calo. Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran l’impianto di Tempa Rossa, in provincia di Potenza, ha ridotto la produzione da poco più di 31mila barili al giorno a 23mila. Il Cova di Viggiano nel 2025 ha ridotto la produzione di petrolio di 8mila barili al giorno, da 73mila a 65mila. Sono diminuite in generale anche le estrazioni di gas naturale, che sono passate dai 793 milioni di metri cubi del 2024 ai 735 milioni del 2025.

La Val d’Agri, in Basilicata, 2013 (Alessandra Migliaccio/Bloomberg/Getty Images)

È accaduto soprattutto per l’esaurimento e il declino della produttività dei giacimenti esistenti, che risalgono alla fine degli anni Novanta. In Val d’Agri ce ne sono 27 attivi. Ne è stato fatto un altro, chiamato Pergola 1, che scende a 4 chilometri di profondità e da solo garantirebbe altre decine di migliaia di barili al giorno, ma è fermo perché si trova in una zona protetta e il ministero dell’Ambiente non ha consentito il collegamento con il Cova di Viggiano.

I cittadini invece si trovano a fare i conti con gli aumenti delle bollette e con il prezzo della benzina: dall’inizio della guerra è aumentato del 21,6 per cento, più che in qualsiasi altra regione italiana. Il carburante costa di più nelle zone dove si estrae il petrolio. Lungo la strada che porta al Centro Olio di Tempa Rossa il prezzo esposto è molto più alto della media regionale. Nella piazza di Corleto Perticara, un comune vicino di poco più di 2mila abitanti, un altro distributore di benzina espone prezzi analoghi.

Il Centro Olio, di proprietà per metà della multinazionale francese TotalEnergies e per il resto della britannica Shell e della giapponese Mitsui, è ben visibile sul monte opposto. È l’impianto di trattamento del greggio più alto d’Europa: si trova a 1.100 metri, in una zona impervia e sperduta al confine tra le province di Potenza e di Matera. In un’area di 290 chilometri quadrati, cioè grande poco più del comune di Parma, ci sono sei pozzi di petrolio.

Autobotti in attesa di entrare nel Centro Olio di Tempa Rossa, in Basilicata (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Autobotti in attesa di entrare nel Centro Olio di Tempa Rossa, in Basilicata (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il greggio estratto a Tempa Rossa non rimane qui, perché in Basilicata non c’è una raffineria e neppure un serbatoio di accumulo del carburante da cui i distributori possano rifornirsi. Viene inviato a Taranto con le autobotti, raffinato e venduto sui mercati internazionali: l’associazione ambientalista Greenpeace ha denunciato che alcuni carichi sono stati spediti anche in Israele, a una società che lavora per il ministero della Difesa israeliano e per l’aeronautica militare.

I benzinai, che spesso sono rivenditori di piccole società, sono costretti invece ad acquistarlo a Napoli, e sul prezzo incidono il trasporto con le autobotti e le quantità comprate, in genere basse perché la Basilicata ha appena 600mila abitanti e nelle aree interne il traffico è molto scarso. Questo spiega perché la benzina da queste parti costa di più.

Un benzinaio nel centro di Corleto Perticara (Angelo Mastrandrea/il Post)

Meno comprensibile è la situazione in Val d’Agri, che è più popolata e ha strade trafficate. Lungo la superstrada che costeggia il Centro Olio (Cova) di Eni il prezzo della benzina e del diesel supera abbondantemente i due euro al litro. Basta però spostarsi di poche decine di chilometri, in Campania, perché il prezzo sia sensibilmente più basso. L’associazione di base dei consumatori della Basilicata ha presentato un esposto alla Guardia di Finanza, denunciando l’«ingiustificato» aumento dei prezzi dei carburanti.

«È inaccettabile che la Regione che contribuisce per il 10 per cento al fabbisogno energetico nazionale e che estrae l’80 per cento del petrolio in Italia paghi al distributore mediamente tra i 5 e i 12 centesimi di più al litro», dice il deputato del Partito Democratico Enzo Amendola, che ha chiesto al governo di istituire un “osservatorio permanente” sul prezzo dei carburanti in Basilicata, insieme a Regione, Guardia di Finanza, organizzazioni di categoria, sindacati e associazioni dei consumatori.

Molte persone vanno a fare il pieno oltre il confine. In un distributore ad Atena Lucana, il primo comune campano che si incontra arrivando dalla Val d’Agri, alcuni automobilisti raccontano che fino a qualche anno fa la Regione Basilicata dava a tutte le persone residenti che avevano la patente un bonus carburante, per cui la benzina per loro costava meno che altrove. Il contributo regionale era finanziato con le royalties. I bonus poi sono stati cancellati.

Nei primi sei mesi del 2025 Eni ha pagato 64 milioni di euro di royalties: corrispondono al 7 per cento dei proventi complessivi del petrolio. Di questi, 38,2 milioni sono andati alla Regione, 19,1 milioni di euro allo Stato – che a sua volta in base agli accordi presi li ha girati alla Regione – e 6,7 milioni di euro ai sei comuni in cui si trovano i pozzi. Nel 2024, ultimo dato disponibile, la Shell ha versato 41 milioni di euro, la TotalEnergies 23 milioni e mezzo e la Mitsui poco più di 12 milioni.

Sono soldi che vengono spesi per la sanità, per pagare gli stipendi, e non finiscono in investimenti o in misure per il welfare. I comuni invece li spendono per opere pubbliche, festival musicali o culturali e sagre. «Il risultato è che l’energia costa più cara che altrove, gli ospedali e gli altri servizi pubblici sono stati ridimensionati e i bonus sono stati tagliati», dice Giorgio Santoriello, attivista dell’associazione ambientalista “Cova contro”. Nonostante il petrolio, la Basilicata è tra le regioni più povere del Sud: la Commissione Europea l’ha inserita tra le regioni «meno sviluppate» del continente.