Alla fine il padiglione russo è sia chiuso che aperto
La Biennale di Venezia difende da mesi il diritto di partecipare della Russia, che però non ha i permessi per fare eventi pubblici e ha dovuto fare una cosa a metà
di Marta Impedovo

La mattina di sabato 9 maggio, giorno di apertura della 61esima Biennale d’arte di Venezia, il padiglione della Russia ha le porte aperte ma non fa entrare nessuno. Avvicinandosi si vede che l’ingresso è bloccato da tre schermi che mostrano le riprese di una performance musicale. L’audio è tenuto basso. Dentro il padiglione è vuoto, allestito solo con piccoli sgabelli e una specie di albero. Fuori c’è qualche visitatore che si avvicina per vedere i video. Ma soprattutto ci sono poliziotti, giornalisti da tutto il mondo e qualche manifestante con bandiere ucraine e cartelli contro la Russia.

Le porte con gli schermi del padiglione russo (il Post)
Questa parziale apertura del padiglione è il risultato di una diatriba che va avanti da due mesi, durante i quali il presidente della Fondazione che organizza la Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, non ha mai smesso di difendere il diritto della Russia di partecipare all’esposizione nonostante le sanzioni europee. Alla conferenza stampa di inaugurazione, mercoledì, ha ribadito che «ai Giardini della Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia».
E in effetti era così: per tre giorni il padiglione russo è stato aperto a giornalisti internazionali e addetti ai lavori, che hanno assistito a performance di canti tradizionali (quelli che oggi si vedono negli schermi) e bevuto cocktail a base di vodka. Con l’apertura ufficiale dell’esposizione al pubblico però il padiglione non poteva davvero rimanere aperto, e la Biennale l’ha sempre saputo molto bene.
Il caso politico e mediatico attorno alla partecipazione della Russia alla Biennale, una delle esposizioni d’arte contemporanea più importanti al mondo, era iniziato a marzo. All’inizio del mese la Russia aveva annunciato che, dopo l’assenza del 2022 (anno di invasione dell’Ucraina) e del 2024, sarebbe tornata a partecipare all’esposizione. L’aveva fatto appena un giorno prima che la Fondazione pubblicasse l’elenco dei paesi che sarebbero stati presenti, confermando la notizia.

Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco fuori dalla Biennale il 5 maggio 2026 (ANSA/ANDREA MEROLA)
La cosa era stata fortemente contestata dall’Unione Europea, che dopo l’invasione dell’Ucraina ha imposto una serie di rigide sanzioni alla Russia. I ministri della Cultura di 22 stati europei avevano firmato una lettera per chiedere la revoca della partecipazione. La Commissione Europea aveva minacciato di sospendere parte dei fondi erogati alla Biennale. Il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli si era detto decisamente contrario al ritorno della Russia, ribadendo però che la Fondazione aveva facoltà di agire in modo autonomo. La stessa posizione era poi stata ribadita anche dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni.
Alla fine di aprile poi la Giuria internazionale della Biennale Arte di Venezia (che è composta da esperti indipendenti) aveva detto che avrebbe escluso dall’assegnazione dei premi quei paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, cioè la Russia e Israele. L’annuncio aveva scatenato una grossa polemica, un artista israeliano aveva minacciato di fare ricorso e poco dopo era arrivato l’annuncio di dimissioni dell’intera giuria.
Anche allora Buttafuoco ha continuato a difendere la presenza della Russia, facendo diventare tutta la questione una sua battaglia contro la censura nel mondo dell’arte. In un’intervista a Repubblica aveva detto: «Tutti i paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia. Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti». Aveva definito la Biennale «uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie».
Ma nella pratica la questione si è rivelata molto più complicata. Per aprire al pubblico il suo padiglione infatti la Russia avrebbe dovuto ottenere dei permessi (SCIA) per manifestazione pubblica dal comune di Venezia, che non le sono stati concessi per via delle sanzioni.
Dopo i molti discorsi di Buttafuoco, quindi, la Biennale ha sommessamente dovuto ammettere che in realtà il padiglione russo sarebbe stato aperto solo nei giorni di pre-apertura alla stampa e agli addetti ai lavori, dal 6 all’8 maggio. Risultando come evento privato infatti non avrebbe avuto bisogno di permessi. In quei giorni l’apertura è stata contestata da una vistosa protesta del collettivo femminista russo e band punk Pussy Riot.

(ANSA/ANDREA MEROLA)
Alla Biennale vera e propria, quindi, non potendo far entrare i visitatori, la Russia ha dovuto trovare una soluzione intermedia, come dicevamo, per aprire rimanendo chiusa.
Nel rapporto fatto dopo un’ispezione del ministero alla Biennale, la Fondazione dice inoltre che nel catalogo dell’edizione di quest’anno non ci sarà la sezione dedicata alla Russia perché la sua partecipazione era ancora «in corso di approfondimento alla luce del quadro normativo vigente». Ha anche precisato che in realtà non ha mai avuto nessun potere di intervento sulla riapertura o meno del padiglione russo, così come non ce l’ha dei padiglioni che appartengono agli altri paesi.
Alla Biennale possono infatti partecipare paesi senza un padiglione proprio, che chiedono alla Fondazione di essere ospitati; ma ci sono anche 31 paesi che sono proprietari dei rispettivi padiglioni e non devono essere invitati: la Russia è uno di questi. Ce l’ha dal 1914. La Biennale quindi ha spiegato di aver semplicemente preso atto che la Russia avrebbe riaperto il proprio padiglione e di non aver dovuto decidere se invitarla o meno. I permessi poi dovevano essere dati dall’amministrazione.
Prima di quest’anno la questione della partecipazione della Russia alla Biennale non si era praticamente posta. Nel 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli artisti russi e il curatore avevano annullato la loro partecipazione. In quell’occasione però la Fondazione (il presidente era Roberto Cicutto) aveva detto che avrebbe rifiutato ogni forma di collaborazione con la Russia. All’edizione successiva, del 2024 (la Biennale d’arte, come dice la parola, si tiene ogni due anni, alternandosi con quella di architettura), la Russia rimase nuovamente assente e prestò il suo padiglione alla Bolivia.

(il Post)
Buttafuoco è diventato presidente della Biennale a marzo del 2024, nominato dall’ex ministro di questo governo Gennaro Sangiuliano. Negli anni passati aveva espresso la sua ammirazione per Putin e per la cultura russa, e aveva condannato l’approccio dell’Unione Europea, troppo incline, secondo lui, ad assecondare la strategia degli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina. Aveva rivendicato la sua volontà di esporsi a favore del cosiddetto «pacifismo», e aveva criticato varie forme di censura nei confronti di artisti e sportivi russi, in certi casi riproponendo una certa retorica vicina alla propaganda del presidente russo Vladimir Putin.
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