Le tribute band lavorano
Dai grandi teatri alle sagre, l'Italia è il posto perfetto per i gruppi che imitano altri gruppi

Il 3 marzo al teatro Colosseo di Torino più di mille persone hanno assistito all’esecuzione integrale di The Wall, l’album più famoso dei Pink Floyd. La scenografia era identica a quella che la band allestì per il tour del 1980, con il muro bianco in cartone costruito “in tempo reale” sul palco, il gong posizionato dietro alla batteria e un coro di bambini. Sul palco però non c’erano i Pink Floyd, ma la loro tribute band italiana più famosa e seguita: i Pink Floyd Legend.
Le “tribute band” sono quelle che imitano in tutto gruppi famosi, suonando solo il loro repertorio e vestendosi e atteggiandosi come loro. In Italia sono centinaia, e si adattano a moltissime esigenze: sono il pretesto ideale per invogliare la gente a visitare le bancarelle nelle sagre di paese, aiutano i pub a svuotare fusti e fusti di birra al venerdì sera e sono molto richieste per compleanni, feste di matrimonio e addii al celibato. Le tribute band coi giri più consolidati riescono a suonare davanti a migliaia di persone, e possono arrivare a mettere biglietti a 60 euro.
Ma ce ne sono di tutti i tipi: quelle che vanno per la maggiore sono specializzate nel repertorio di cantanti nazionalpopolari attivi da molti anni e di vasto seguito, Vasco Rossi e Ligabue su tutti. Molte città hanno poi la propria band che fa le canzoni di Rino Gaetano. Di solito portano il nome della canzone più famosa del cantante che omaggiano (Albachiara, Figli di Rock’n’Roll, NunteReggae Sound): i cantanti sono vestiti come gli originali, e quando fanno le cose per bene portano anche la stessa acconciatura.
Esistono tribute band di Achille Lauro, Marco Masini, Elodie, Tommaso Paradiso, Pinguini Tattici Nucleari e Francesco Gabbani, ma anche di Dream Theater, Iron Maiden, Judas Priest, Avril Lavigne, Madonna e Shakira. Suonando in quella giusta si può mettere insieme quanto basta per camparci, in un’epoca in cui mantenersi come musicista di una band è sempre più raro.
I Pink Floyd Legend sono tra quelle che fanno le cose in grande. Il bassista Fabio Castaldi e gli altri membri del gruppo passano buona parte dell’estate in giro per l’Italia, accompagnati da due scenografi e nove tecnici del suono. Per trasportare tutta l’attrezzatura di cui hanno bisogno (strumenti, amplificazione, costumi, luci, materiale di scena) devono affittare due camion.
Suonano in teatri con migliaia di posti, dall’Arcimboldi di Milano al Teatro Antico di Taormina, e li riempiono senza troppi problemi. Vengono invitati a festival importanti (nel 2024 avevano suonato al Rock in Roma), e anche la loro organizzazione è molto professionale: per contattarli bisogna passare da una manager e da un’addetta stampa, e hanno una persona che si occupa dei loro account social.
Castaldi dice che in Italia il mercato delle tribute band è florido perché, in un paese demograficamente anziano, riescono a intercettare un pubblico molto numeroso: quello dei nostalgici del rock degli anni Sessanta e Settanta. «I Pink Floyd sono amati da tantissime persone, ma non suonano più insieme: noi proviamo a offrire un’esperienza che si avvicini il più possibile a un loro concerto. Se fai le cose per bene, la gente è ben disposta a pagare».
«Le tribute sono un’ottima opportunità per chiunque voglia vivere di musica», dice Sonny Ensabella, cantante e fondatore dei Queen Mania. Cominciò a cantare le canzoni di Freddie Mercury a 16 anni, mentre faceva l’animatore nei villaggi turistici. Fondò la band nel 2005, che oggi rappresenta la sua unica fonte di reddito. I Queen Mania suonano decine di concerti l’anno, alternando tour in Italia (soprattutto nei teatri) e in Germania, dove hanno costruito un’ottima rete di contatti. Ma negli ultimi vent’anni hanno suonato in altri paesi europei, tra cui Inghilterra, Svezia, Svizzera, Austria, Spagna, Ungheria e Belgio.
Secondo Ensabella, chi conosce poco il settore non ha idea delle vere dimensioni di questo mercato: «Decine di musicisti professionisti suonano in una tribute band: alcuni lo fanno a tempo pieno, per altri sono l’attività principale da affiancare a collaborazioni più sporadiche». Amudi Safa, il chitarrista dei Queen Mania, suona con cantanti come Achille Lauro, Piero Pelù e Alex Britti; il bassista Luca Nicolasi è uno dei fondatori degli Atroci, nota band italiana di rock demenziale, e collabora con Mauro Pagani e Omar Pedrini; e il batterista Andrea Ge, altro membro fondatore, che ha lavorato con Glenn Hughes, Stef Burns, tra gli altri.
Ensabella dice che le tribute band che hanno maggiori possibilità di successo, e che possono ambire a contesti diversi dai locali di provincia, sono quelle dedicate a gruppi inglesi di culto come Police, Genesis, Pink Floyd e gli stessi Queen. «Funzionano sempre, anche perché il pubblico italiano è un po’ refrattario a scoprire nuova musica e tendenzialmente preferisce i classici».
I biglietti per un concerto dei Pink Floyd Legend vanno dai 44 ai 60 euro, quelli dei Queen Mania più o meno sui 30. Altre tribute band hanno giri più piccoli, e per ottenere dei margini di guadagno soddisfacenti devono infilare il maggior numero di date possibile in estate, periodo in cui la richiesta è particolarmente alta. È il caso dei Blascover, tribute band di Vasco Rossi molto attiva nella provincia di Bergamo. Fanno una novantina di concerti all’anno dagli inizi degli anni Duemila, in quella che il tastierista Alex Bonanomi definisce «una sorta di tournée continua».
Anche se svolgono tutti altri lavori, l’attività dei Blascover porta via molto tempo ai membri del gruppo. Bonanomi dice che il lavoro «dietro le quinte» è molto. «Tra maggio e ottobre dedico più di 400 ore del mio tempo alla programmazione delle sequenze musicali e alla definizione dei mix. E poi ci sono le prove settimanali e la manutenzione degli strumenti, aspetti tutt’altro che scontati».
A differenza di altre tribute band i Blascover trattano i loro ingaggi privatamente, senza ricorrere a un’agenzia, una scelta che fa risparmiare ma aumenta notevolmente il carico di lavoro. Il cachet medio per una tribute band di buon livello si aggira attorno «ai 1.800, 2.000 euro a serata», spiega Bonanomi. Rispetto a qualche anno fa, la concorrenza è diventata particolarmente agguerrita: «Molti gruppi lavorano a ribasso, si vendono per un panino e la birra. Nel nostro caso, poi, è tutto più difficile: ci sono tribute band di Vasco Rossi in ogni comune italiano».
Fino a qualche anno fa per una tribute band la cura dell’aspetto era un elemento fondamentale, al pari della musica e delle scenografie. Secondo Luigi Consolino, cantante di una tribute band degli 883 molto attiva durante l’estate, oggi la situazione è cambiata. «L’aspetto conta fino a un certo punto. È molto più importante coinvolgere il pubblico e suonare decentemente. Nel mio caso ovviamente indossare il cappello di Max Pezzali aiuta, è un modo per richiamarne l’immagine e rendere l’interpretazione più riconoscibile; ma alla fine si tratta di far ballare e divertire la gente».
In Italia è piuttosto tipico che nelle scuole di musica moderna ci si formi sull’esecuzione del repertorio altrui più che sulla ricerca di un proprio stile e sulla composizione di materiale originale, motivo per cui un percorso che porta in una tribute band è piuttosto naturale per molti giovani musicisti. La possibilità di mantenersi suonando è poi un incentivo enorme, e sempre più un miraggio per chi invece fa musica propria. Ciononostante, per molti musicisti e appassionati di musica il concetto di tribute band rimane qualcosa di profondamente sbagliato. Nelle sue manifestazioni più riuscite, replica alla perfezione il modello che omaggia, escludendo la creatività e la libertà espressiva. In quelle peggiori, può avvicinarsi pericolosamente a uno spettacolo di imitazioni.
Secondo Castaldi, però, considerare le tribute band un semplice esercizio di emulazione sarebbe riduttivo: «È un po’ come quando un’orchestra affermata suona il repertorio di Chopin, e prova a eseguirlo al meglio delle sue possibilità. Noi facciamo la stessa cosa con i Pink Floyd, ma nel rock non si dà ancora la stessa dignità a operazioni di questo tipo. Mi piace pensare che stiamo suonando la musica classica del futuro».
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