Il caso della grazia a Nicole Minetti si sta sgonfiando
Se n'è discusso per settimane per i dubbi di cui ha scritto il Fatto Quotidiano, che però non sembrano fondati

Negli ultimi giorni si stanno lentamente ridimensionando i dubbi relativi alla grazia concessa a Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia coinvolta nel cosiddetto “caso Ruby” con al centro Silvio Berlusconi. Dubbi che erano stati tirati fuori da un’inchiesta del Fatto Quotidiano, che aveva scritto di presunte irregolarità nelle motivazioni del provvedimento. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva quindi chiesto alla procura di svolgere approfondimenti urgenti, che però per il momento sembrano smentire le ricostruzioni fatte dal giornale.
Minetti era stata condannata in via definitiva per peculato e favoreggiamento della prostituzione in due diversi processi, terminati uno nel 2019 e l’altro nel 2021. La pena totale era di tre anni e 11 mesi, che nel 2022 lei chiese di scontare con un affidamento in prova ai servizi sociali, cioè una misura alternativa al carcere: l’udienza per discutere la richiesta fu fissata alla fine del 2025.
Nel frattempo Minetti presentò, attraverso i suoi legali, anche una domanda di grazia, il provvedimento con cui il presidente della Repubblica condona in tutto o in parte una pena, oppure la sostituisce con una meno grave. La richiesta era stata motivata con la necessità di assistere il figlio adottato in Uruguay nel 2023 insieme al compagno Giuseppe Cipriani. Fece presente che, a causa di gravi problemi di salute, il bambino aveva bisogno di essere curato in ospedali specializzati negli Stati Uniti, ma il regime di affidamento ai servizi sociali le impediva di espatriare.
Come da prassi, la procura competente (in questo caso quella della Corte d’appello di Milano) svolse alcune indagini su Minetti e alla fine espresse un parere favorevole alla grazia, basandosi su due elementi: la fondatezza delle esigenze relative al figlio e il cambiamento dello stile di vita della donna, dopo i reati per i quali era stata condannata. Per le stesse ragioni anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio si era detto favorevole, e a febbraio il presidente della Repubblica aveva firmato il decreto di grazia.
Ad aprile il Fatto Quotidiano aveva pubblicato un’inchiesta nella quale aveva messo in dubbio entrambe le motivazioni, evidenziando prima di tutto alcune presunte irregolarità nelle procedure di adozione del figlio. Nelle ricostruzioni su cui si basava il provvedimento di grazia, il bambino risultava abbandonato alla nascita, ma secondo il Fatto erano stati Minetti e il compagno a fare causa ai genitori biologici per ottenere la sospensione della responsabilità genitoriale e l’affidamento.

Nicole Minetti nel 2011 (AP Photo/Antonio Calanni)
Secondo i nuovi approfondimenti della procura di Milano, però, la procedura di adozione sarebbe stata portata avanti correttamente da parte di Minetti e del compagno. La causa per la sospensione della responsabilità genitoriale non sarebbe un’anomalia, visto che Italia e Uruguay seguono procedimenti burocratici diversi in materia di adozioni.
Il quotidiano Repubblica, che ha avuto accesso alla sentenza di questo procedimento, scrive che le parti in causa erano i genitori biologici e l’Inau, l’istituto che gestisce le adozioni in Uruguay, senza il coinvolgimento di Minetti. Scrive anche che fu l’Inau a chiedere la decadenza della responsabilità genitoriale e l’adozione da parte della nuova famiglia. Nella sentenza, scrive il quotidiano Domani, è contenuto anche il parere favorevole all’adozione espresso dalla tutrice legale del bambino.
Prima di questo parere, la tutrice legale aveva svolto diversi accertamenti sulla condizione del bambino chiedendo a Minetti e Cipriani dichiarazioni, perizie psicologiche e costanti aggiornamenti sulle sue condizioni di salute (il bambino era già in affido a Minetti e Cipriani, anche se ancora non adottato). Si era informata anche sul viaggio con cui la coppia portò il bambino negli Stati Uniti per sottoporlo a un’operazione chirurgica. Nella sua inchiesta, il Fatto Quotidiano metteva in dubbio la legittimità di questo trasferimento, perché avvenuto prima dell’adozione formale. L’avvocata però accertò che avvenne con l’autorizzazione dell’Inau.
Non ci sono, quindi, ragioni per ritenere che tra la coppia e la tutrice legale potessero esserci motivi di conflittualità. Gli approfondimenti svolti finora non hanno trovato alcun collegamento tra l’adozione e la morte della donna, come invece poteva lasciar intendere l’inchiesta del Fatto Quotidiano accostando i due avvenimenti. La tutrice legale è morta insieme al marito in un incendio divampato in casa sua, sul quale stanno tuttora indagando le autorità giudiziarie uruguaiane. La procura ha chiesto il fascicolo dell’adozione per fare accertamenti, ma al momento, sulla base di alcune perizie, ritiene che l’ipotesi più probabile sia quella di un incidente provocato dall’esplosione di una stufa.
Sono stati anche chiariti i motivi che hanno spinto Minetti e Cipriani a far operare il bambino all’estero invece che in Italia. Gli avvocati di Minetti avevano detto che la coppia aveva preso questa decisione dopo aver ricevuto pareri negativi sull’intervento da parte di professionisti dell’ospedale San Raffaele di Milano e dell’ospedale di Padova. Il Fatto invece aveva sostenuto che questi pareri non fossero mai stati espressi, perché a nessuno dei due ospedali risultava di aver mai avuto in cura il bambino.
Gli avvocati hanno risposto che questo si spiegava con il fatto che la coppia avesse chiesto informazioni direttamente a medici di loro fiducia, senza passare dagli ospedali. In un’intervista al Corriere della Sera, Cipriani ha spiegato che lui e Minetti si sono rivolti a quello che hanno ritenuto il miglior professionista al mondo nella cura della malattia del figlio, per via della sua esperienza in Africa, dove la malattia di cui è affetto il bambino è molto frequente (non si sa quale sia per ragioni di privacy).
Nella sua inchiesta il Fatto aveva messo in dubbio anche la seconda ragione su cui si basava la concessione della grazia a Minetti, cioè un cambio nel suo stile di vita. Il giornale infatti riportava testimonianze di feste private organizzate da Minetti e Cipriani nella loro tenuta in Uruguay, con escort gestite dalla stessa Minetti. Finora la procura non ha trovato nessuna fonte attendibile che confermi queste voci: da una prima informativa dell’Interpol (l’organizzazione che coordina le indagini di polizia a livello internazionale) non sono emersi a carico della coppia precedenti, denunce o indagini per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione, né in Uruguay né in Spagna, dove Minetti ha vissuto per qualche anno.
Su questo punto però sono ancora in corso verifiche. L’ipotesi che la persona graziata compia nuovi reati dopo il provvedimento, tra l’altro, è l’unica eventualità in cui la legge prevede esplicitamente la revoca della grazia.
– Leggi anche: Come funzionerebbe la revoca della grazia a Nicole Minetti
La questione della grazia di Minetti è stata utilizzata per criticare l’operato della magistratura, accusata di aver svolto le prime indagini in maniera sciatta e poco approfondita. In realtà quella che precede la grazia non è un’indagine paragonabile a quella che viene fatta prima dei processi: è una procedura istruttoria che può durare al massimo sei mesi, in cui non si producono perizie o consulenze, ma vengono solo raccolti documenti già esistenti (sentenze, relazioni, provvedimenti, cartelle cliniche). Eventuali verifiche da fare all’estero, inoltre, devono essere autorizzate dal ministero della Giustizia.
Le valutazioni, in questo caso, sono state fatte soprattutto sulla base della documentazione che gli avvocati di Minetti hanno allegato alla richiesta di grazia, come le certificazioni dell’ospedale o i documenti relativi all’adozione.
A partire dal caso Minetti, infine, sono nate anche altre questioni, come quella che ha portato il ministro della Giustizia Carlo Nordio a chiedere un risarcimento alla presentatrice televisiva Bianca Berlinguer e a Mediaset per una notizia falsa riferita dal giornalista Sigfrido Ranucci durante una puntata della trasmissione di Berlinguer, È sempre Cartabianca, in onda su Rete 4.



