In Brasile c’è una proposta di legge per lavorare meno
Cinque giorni alla settimana, invece dei sei attuali: è una mossa di Lula per recuperare consensi in vista delle elezioni di ottobre

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha proposto di ridurre per legge la settimana lavorativa da 44 a 40 ore, cosa che avrebbe l’effetto di accorciarla da sei a cinque giorni. Al momento un terzo dei contratti di lavoro prevede sei giorni lavorativi e uno di riposo. La proposta va vista nel contesto degli sforzi di Lula di recuperare sostegno in vista delle elezioni presidenziali di ottobre, a cui si è ricandidato nonostante i suoi consensi siano ai minimi storici.
Il governo progressista di Lula ha chiamato la riforma 6×1. Secondo i calcoli del governo, la riduzione del monte ore settimanale riguarderebbe 37 milioni di persone, di cui 15 milioni otterrebbero un giorno di riposo in più (il Brasile ha 213 milioni di abitanti, circa 147 milioni sono in età da lavoro).
La riforma ha grande sostegno popolare: si è detto favorevole il 71 per cento degli intervistati di un recente sondaggio. Hanno espresso dubbi, invece, alcuni settori economici, come le associazioni di settore che temono possa far aumentare il costo orario del lavoro.
Non è detto però che la riforma venga approvata dal parlamento brasiliano, dove la coalizione di Lula non ha una maggioranza stabile. Nelle ultime settimane il governo ha anzi subìto alcune sconfitte imbarazzanti, che hanno fatto parlare i politologi di una crisi del sistema politico.
Un caso eclatante è stato giovedì scorso, quando in entrambe le camere è stata raggiunta la maggioranza assoluta necessaria ad annullare il veto che Lula aveva messo sulla legge che ridurrebbe la pena del suo predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro, condannato a più di 27 anni di carcere per il tentato colpo di stato di fine 2022. La legge era stata approvata a dicembre, con un compromesso tra i partiti di estrema destra, vicini a Bolsonaro, e quelli di centro e centrodestra.

Un negozio a Florianópolis, in Brasile, il 9 marzo del 2026 (Apolline Guillerot-Malick/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
Negli stessi giorni del veto annullato, il Senato ha bocciato la nomina di un nuovo giudice della Corte Suprema proposta da Lula: non succedeva dal 1894 che un presidente non ci riuscisse. La scelta di Lula era stata ritenuta fin dall’inizio un errore di valutazione: ha insistito nonostante fosse chiaro che non c’era sufficiente sostegno per il candidato (il procuratore generale Jorge Messias, legato all’ex presidente Dilma Rousseff, destituita dopo un’indagine per accuse di corruzione).
Era un passaggio delicato perché, se un nuovo giudice non verrà convalidato dal Senato entro quest’anno, il prossimo presidente potrebbe nominarne fino a quattro, per sostituire quelli a fine mandato, potenzialmente alternando gli equilibri di un’istituzione che ha avuto grossa influenza sulla politica brasiliana negli ultimi anni. La Corte Suprema ha 11 giudici, il mandato non ha una scadenza, salvo che un giudice si dimetta o arrivi all’età della pensione (75 anni). Due di quelli attuali erano stati scelti da Bolsonaro e per questo un altro presidente conservatore potrebbe cambiare la maggioranza, coi nuovi quattro.

Una riunione del parlamento, a Brasilia, lo scorso dicembre (AP Photo/Eraldo Peres)
La riforma della settimana lavorativa è considerata anche un tentativo di Lula, che è un ex sindacalista, di mobilitare la sua base elettorale tradizionale di sinistra da qui alle presidenziali di ottobre. Un altro provvedimento pensato per provare ad aumentare i consensi è dare più tempo alle persone con debiti di ripagarli: si applica solo a fasce di reddito fino a quelle che percepiscono cinque volte il salario minimo, ed è la seconda volta che viene deciso in questo mandato di Lula.
Finora la tattica di Lula è stata alternare provvedimenti popolari, come la riforma sulla settimana lavorativa, a dire agli elettori di essere meglio dell’alternativa, ossia del ritorno dell’estrema destra al potere. Secondo alcuni commenti poteva funzionare nel 2022 contro Bolsonaro, quando comunque Lula vinse di poco, ma è più rischioso ripeterla oggi che l’avversario di allora non si può ricandidare. Ci sarà invece il figlio di Bolsonaro, Flávio, che è un senatore e nei sondaggi è dato testa a testa con Lula.
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