È caduto il governo in Romania
In seguito a una mozione di sfiducia presentata da Socialdemocratici ed estrema destra: ora non è chiaro cosa succederà

Martedì il parlamento romeno ha sfiduciato il primo ministro Ilie Bolojan. Hanno sostenuto la mozione 281 parlamentari su 464: è quella con il maggior numero di voti nella storia del parlamento romeno. Ora si apre una fase di grande incertezza, un’altra, mesi dopo la fine di un travagliato percorso che tra il 2024 e il 2025 aveva portato all’annullamento e alla riorganizzazione delle elezioni presidenziali e alla formazione di due governi, incluso quello caduto oggi.
La mozione era stata presentata dai Socialdemocratici e dal partito di estrema destra Alleanza per l’unità dei romeni (AUR), entrambi all’opposizione (i Socialdemocratici lo sono da aprile, quando si erano sfilati dalla coalizione dopo circa un anno dalla formazione del governo).
I due partiti non hanno mai governato insieme e hanno detto che non intendono farlo, ma si sono uniti nella richiesta di sfiduciare Bolojan, a cui contestano soprattutto le politiche in materia fiscale e di austerity richieste dall’Unione Europea (i Socialdemocratici in Romania hanno posizioni più conservatrici ed euroscettiche che in altri paesi).
Bolojan fa parte del Partito Nazional Liberale (PNL). Era stato nominato primo ministro a giugno dell’anno scorso con un compito particolarmente complicato: ridurre il gigantesco deficit romeno e attuare le riforme necessarie a sbloccare più di 8 miliardi di euro in fondi europei, essenziali per riequilibrare le dissestate finanze romene.
Il suo governo era sostenuto, oltre che dal PNL, anche dai liberali dell’Unione Salva Romania (USR) e dal partito della minoranza ungherese (UDMR), in una coalizione che aveva fatto da cordone sanitario contro l’estrema destra (AUR alle legislative di dicembre 2024 era arrivato secondo dopo i Socialdemocratici).

Ilie Bolojan, 5 maggio 2026 (AP Photo/Vadim Ghirda)
In Romania il rapporto deficit-PIL (cioè la differenza tra le entrate e le uscite dello stato, rapportate al Prodotto interno lordo) nel 2025 era del 7,7 cento e nel 2024 superava il 9: è tra i più alti in tutta l’Unione, ed è molto sopra la soglia del 3 per cento fissata dall’Europa per non incorrere in procedure di infrazione. Quella contro la Romania è aperta dal 2020.
A giugno il governo di Bolojan aveva approvato una serie di riforme di austerity molto impopolari, allo scopo di tagliare le spese e aumentare le entrate: aveva aumentato l’IVA e le accise, introdotto nuove tasse per il settore bancario e delle scommesse, messo un tetto agli stipendi e alle pensioni dei dipendenti pubblici. A settembre aveva aumentato l’età pensionabile dei magistrati e introdotto uno stipendio massimo (misura poi annullata dalla Corte costituzionale), riformato il sistema sanitario e quello amministrativo.
In questo modo aveva generato molte critiche tra i Socialdemocratici, che tra le altre cose temevano che rimanere dentro un governo così impopolare potesse svantaggiarli a favore dell’estrema destra, che restava all’opposizione. Dopo aver tolto il proprio sostegno a Bolojan, i Socialdemocratici hanno detto di auspicare un altro governo di coalizione ma senza di lui.
Cosa potrebbe accadere ora è incerto. Il presidente Nicușor Dan dovrà tenere delle consultazioni per trovare un altro primo ministro che possa ottenere la fiducia, mentre il governo di Bolojan rimarrà in carica per gli affari correnti. Anche volendo, AUR e Socialdemocratici non hanno i seggi per governare da soli, e i Liberali e altri partiti minori hanno escluso di allearsi di nuovo con i Socialdemocratici dopo la fuoriuscita di aprile.
È possibile che Dan, un europeista in carica da circa un anno, selezioni una figura tecnica che permetta la formazione di un governo sostenuto da Liberali e da Socialdemocratici. George Simion, il capo di AUR, ha detto di auspicare elezioni anticipate, da cui l’estrema destra potrebbe uscire rafforzata: nella sua storia la Romania non vi ha mai fatto ricorso.



