Il vecchio, eppure nuovo, LeBron James
Nonostante i 41 anni è ancora determinante in NBA, e proprio perché ha 41 anni lo è ora da uomo squadra

Nella notte italiana tra domenica e lunedì gli Houston Rockets hanno battuto 115 a 96 i Los Angeles Lakers al primo turno dei playoff di NBA, le fasi finali del campionato statunitense di basket. Da settimane i Lakers non hanno in campo i loro due migliori marcatori stagionali e si affidano soprattutto al 41enne LeBron James, che ha fatto 9 assist, 4 rimbalzi (i recuperi palla dopo un tiro sbagliato) e 10 punti.
È una partita più che discreta per un cestista di quella età, che riesce ancora a giocare a questi altissimi livelli; per lui, invece, è stata la peggiore delle quattro giocate finora, ai playoff, dai Lakers. Se i Lakers stanno vincendo 3-1 la serie contro i Rockets (passa il turno chi arriva per primo a 4 vittorie) il merito è soprattutto di James, che nonostante l’età e un inizio di stagione sottotono sta giocando con un livello e un entusiasmo sorprendenti. Insomma, ha confuso ancora di più le idee sul suo eventuale ritiro, su cui lui – per ora – non ha ancora fatto nessun commento definitivo.
James gioca in NBA dal 2003, quando vi arrivò con il soprannome di “The Chosen One”, cioè il prescelto. Per anni ha rispettato queste enormi aspettative e talvolta le ha pure superate. È stato uno degli atleti più completi e determinanti nella storia del basket, ha vinto l’NBA quattro volte e con tre squadre diverse e in questi anni, tra i tanti record realizzati, è addirittura diventato anche il miglior marcatore dell’NBA, e poi della storia del basket.
La scorsa stagione, però, non era iniziata nel migliore dei modi. Sembrava che James stesse cominciando a sentire i suoi (allora) 40 anni e le statistiche dicevano che i Lakers andavano meglio quando lui era in panchina. Sembravano esserci tutti i segnali di un atleta a fine carriera, che si ostina a continuare nonostante i tanti segnali che potrebbero portarlo a smettere, anziché continuare senza essere più quello di un tempo.
Poi, dopo uno scambio inaspettato e incomprensibile, a metà stagione si trovò ad avere come compagno di squadra lo sloveno Luka Doncic, uno dei giocatori più talentuosi della lega. L’arrivo di Doncic liberò James da molte responsabilità sul campo, il suo gioco migliorò notevolmente e, di conseguenza, anche quello dei Lakers.
Per esempio, i Lakers iniziarono a sfruttare di più il tiro da tre di James, che negli ultimi anni era migliorato molto
Quest’anno, di nuovo, James sembrava proprio essere arrivato al termine della sua carriera. Per la prima volta in 23 anni aveva saltato l’inizio di campionato per una sciatica e, una volta tornato, si era trovato ad essere il terzo miglior giocatore della sua squadra, dietro allo stesso Doncic – che ha segnato una media di 33 punti a partita, come nessun altro nella lega – e all’ottimo tiratore Austin Reaves.
Insomma, non era più il protagonista della sua squadra e la sua agilità non era più quella di una volta. Di nuovo, i Lakers sembravano andar meglio senza di lui.
Ancora una volta, però, LeBron ha invertito la tendenza e smentito chi lo dava per finito. Accettando un ruolo molto più secondario e meno individualista rispetto a quelli a cui era sempre stato abituato e sfruttando un’ottima tecnica e un’intelligenza cestistica di altissimo livello, in regular season (la prima parte di stagione) è riuscito a fare quasi 21 punti di media in 60 partite, oltre a 7,2 assist e 6,1 rimbalzi.
Pur essendo tra le peggiori statistiche stagionali della sua carriera, non sono per niente male; e, soprattutto, sono arrivate da un modo di giocare tutt’altro che individualista e che ha migliorato molto quello dell’intera squadra. Non solo perché ha lasciato più spazio a gente migliore di lui, ma anche perché ha trovato il modo migliore di giocarci insieme, con grande sintonia.
Si notava soprattutto nei contropiedi dei Lakers, con i passaggi lunghi e precisi di Doncic e la potenza fisica di James – che è ancora parecchia, per uno della sua età
Per uno che si era ormai abituato a non essere più il riferimento della propria squadra e che aveva iniziato ad ammettere di sentirsi «vecchio», questi playoff erano iniziati nel peggiore dei modi. Alla fine della regular season, sia Doncic che Reaves avevano subito dei gravi infortuni e James si era trovato a essere di nuovo il centro del gioco della sua squadra; tra l’altro, contro gli Houston Rockets, cioè una squadra di giocatori giovani e talentosi e del 37enne Kevin Durant, un vecchio rivale che sembrava in grande forma.
Eppure il più forte e determinante, nelle prime tre partite, è stato James. Tant’è che dopo la prima sconfitta contro i Rockets se ne è preso la responsabilità.
Ma l’aspetto più impressionante dei playoff di LeBron James sono la grinta e l’agonismo con cui sta giocando. Lo si era subito visto in gara-1. E non solo con schiacciate, triple e passaggi inventati dal nulla, ma anche cose che le statistiche non contano. Come recuperi del genere:
Ancora più decisivi ed esemplari, però, sono stati i due recuperi di James a pochi secondi dalla fine di gara-3, che hanno dato il via all’azione conclusa con la sua tripla del pareggio. Il Wall Street Journal l’ha già definita «una delle giocate simbolo della sua carriera».
James non sta facendo tutto da solo. Il suo compagno di squadra Marcus Smart – che ha 32 anni ed era forse il giocatore più sottovalutato dei Lakers, prima dei playoff – è altrettanto decisivo ed energico, sia in difesa che in attacco.
Ma è normale che si parli così tanto di James: per la sua fama, per la sua capacità di guidare la squadra nei momenti decisivi – anche da un punto di vista emotivo – e per la sua età. Dopotutto è stato l’autore del primo assist da padre a figlio dei playoff: suo figlio Bronny James, 21 anni, è infatti suo compagno di squadra ai Lakers.
James, poi, è uno a cui piace sfoggiare il suo atletismo, e sa sempre come attirare l’attenzione su di sé. In gara-2 l’ha fatto con una schiacciata all’indietro: bella, ma non proprio necessaria.
Di questi playoff inaspettatamente energici e determinanti di LeBron James si parla soprattutto perché potrebbero essere gli ultimi. James, infatti, è al suo ultimo anno di contratto con i Lakers e non è chiaro cosa possa succedere a fine stagione; magari un rinnovo, si dice, visto come sono andate le cose tra lui, Doncic e Reaves. Ma c’è anche la possibilità che una volta finiti i playoff annunci il ritiro; secondo The Athletic, non vorrebbe infatti un “tour d’addio” come fece, per esempio, Kobe Bryant.
Lo scorso ottobre, James sfruttò l’attesa attorno alla sua decisione per farci una pubblicità, e a gennaio disse di non aver ancora preso una decisione, ma che questa stagione «potrebbe benissimo» essere l’ultima. Ma ha pure detto di starci pensando da tempo. Già se lo chiedeva nel 2023, quando disse:
Non mi importa quanti altri punti segnerò o cosa posso o non posso fare sul campo. La vera domanda per me è: posso giocare restando fedele a questo gioco? Il giorno in cui non sarò più in grado di dare tutto in campo sarà il giorno in cui smetterò.
Per come ha giocato finora è difficile credere che non possa essere in grado di disputare almeno un’altra stagione NBA “restando fedele a questo gioco”. Ma i playoff sono iniziati da poco, non si sa ancora quando torneranno Doncic e Reaves e resta ancora da vedere come James reggerà questa situazione nel lungo periodo.



