Le ottave elezioni in cinque anni in Bulgaria
L’ex presidente Rumen Radev è il favorito ed è convinto di poter superare la lunga fase d'instabilità politica: buona fortuna

Le elezioni anticipate di domenica in Bulgaria sono le ottave in cinque anni di enorme instabilità politica. Il favorito per vincerle è in pratica l’unico politico bulgaro che ha continuato a ricoprire la stessa carica elettiva in tutto questo tempo: cioè Rumen Radev, presidente della Repubblica dal 2017 fino a metà gennaio, quando si è dimesso poco prima della fine del suo secondo mandato al preciso scopo di partecipare alle elezioni.
È inusuale e raro che in Bulgaria un presidente decida di candidarsi: si parla infatti di una figura con funzioni cerimoniali e in teoria al di sopra del dibattito politico.
Da anni si vociferava di una discesa in campo di Radev, che è un politico discusso ma carismatico. Ha approfittato della crisi politica per aumentare la sua influenza, presentandosi come un punto di riferimento istituzionale e infine raccontandosi come la possibile soluzione a uno stallo così lungo. È comunque possibile che queste elezioni producano di nuovo un parlamento frammentato e litigioso.

Una protesta dello scorso dicembre a Sofia (AP Photo/Valentina Petrova)
Le elezioni sono state convocate dopo che a dicembre era caduto l’ennesimo governo sulla scia delle proteste più grandi degli ultimi anni, nate attorno alla legge di bilancio ma diventate un movimento di contestazione dei problemi sistemici della Bulgaria, anzitutto la corruzione e lo scarso ricambio della classe politica. Radev ha cercato di intestarsi il malcontento: per esempio, nel discorso delle dimissioni aveva promesso di combattere «i corrotti e i loro complici».
Il governo dimissionario era l’ultimo espresso dai Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB), il partito di centrodestra di Bojko Borisov. Borisov è stato considerato a lungo l’uomo forte della politica bulgara: più volte primo ministro, incarico in cui tra il 2017 e il 2021 si è scontrato con Radev, che è diventato uno dei suoi principali antagonisti. Quando Radev parla dei corrotti, o dello «stato mafioso», ce l’ha anzitutto con Borisov e con il capo del partito di riferimento della minoranza turca, Delyan Peevski, una sorta di oligarca sottoposto a sanzioni da Regno Unito e Stati Uniti.
In passato Radev era stato sostenuto dal Partito socialista bulgaro, di orientamento filorusso, ma per queste elezioni se n’è fatto uno nuovo: Bulgaria Progressista. Vi sono confluiti funzionari della sua presidenza, vecchi dirigenti dei Socialisti e parecchi militari. Radev infatti è un ex generale dell’aeronautica, ha ancora connessioni nelle forze armate e in uno dei video più commentati della campagna elettorale si filma mentre decolla con un caccia MiG-29.
Il programma di Radev è piuttosto vago, a parte questa retorica contro la corruzione e antisistema (sistema da cui in realtà proviene). È una tattica voluta. Radev fa proposte sia di destra che di sinistra sull’economia, per esempio, per massimizzare i consensi e pescare in entrambi gli elettorati. Si è anche esposto poco sui media: in tutta la campagna elettorale ha dato solo due interviste, una con la tv pubblica e una con un podcast famoso per fare disinformazione.
Non ha parlato tanto neppure della guerra in Ucraina, nonostante da presidente abbia avuto posizioni filorusse.
Oltre a teorizzare un riavvicinamento alla Russia, aveva litigato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in visita a Sofia nel 2023. Radev aveva chiamato «conflitto» la guerra, sminuendone la portata, e aveva sostenuto che fosse impossibile per l’Ucraina vincerlo. A fine marzo, quando il governo ad interim ha fatto un accordo decennale di collaborazione in materia di Difesa con l’Ucraina, Radev l’ha definito illegittimo.

Il primo ministro bulgaro Andrey Gyurov e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 30 marzo a Kiev (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
Sul finale della campagna elettorale Radev ha adottato una retorica complottista, parlando di un «modello romeno». Si riferisce alla vittoria del candidato nazionalista filorusso Calin Georgescu al primo turno delle presidenziali romene del 2025 – voto poi annullato dalla Corte costituzionale per possibili interferenze russe nella campagna elettorale (le presidenziali si erano ripetute qualche mese dopo e le aveva vinte il candidato europeista).
In sostanza Radev sta dicendo ai suoi sostenitori: occhio, se arrivo primo proveranno a togliermi la vittoria. Questa narrazione strumentalizza i provvedimenti, probabilmente tardivi, contro la disinformazione sui social network. Il governo ha istituito una task force, ha coinvolto Christo Grozev, autorevole giornalista d’inchiesta del sito Bellingcat, e ha chiesto di monitorare il voto al Servizio europeo per l’azione esterna, il servizio diplomatico dell’Unione Europea.
Nelle intenzioni di voto Bulgaria Progressista è prima, attorno al 30 per cento: è una percentuale che nessun partito ha mai raggiunto nelle precedenti elezioni, ma non è sufficiente per governare senza doversi alleare. Un interlocutore plausibile sarebbe il partito riformista Continuiamo il cambiamento, formato da ex componenti di un governo ad interim nominato da Radev, con cui lui per il momento ha escluso di collaborare.
Un problema per loro sono le posizioni euroscettiche di Radev. Da presidente aveva proposto un referendum, mai tenutosi, sull’adozione dell’euro. L’adozione della moneta unica è avvenuta il 1° gennaio ed è stata un passaggio sofferto per la Bulgaria, anche perché l’estrema destra aveva alimentato timori su un aumento dei prezzi che in realtà non c’è stato. Anzi, in questi primi mesi è diminuita l’inflazione.
Secondo i sondaggi, un pezzo dei consensi di Radev arriva da quest’area politica e in particolare dal partito ultranazionalista Rinascita, che era il terzo per numero di seggi del parlamento. Se, come sostengono i sondaggi, Radev vincesse le elezioni, potrebbe scegliere tra tre possibilità: uno schieramento insieme ai partiti filoeuropei in cui il suo rappresenterebbe quello più critico verso l’Unione, uno con altre sigle nazionaliste e filorusse, oppure provare a formare un governo di minoranza, come molti dei primi ministri che hanno fallito in questi anni.
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